
«I social media dànno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli». Quando Umberto Eco pronunciò queste parole, nel 2015, l’universo digitale gridò al reato di lesa maestà democratica. Oggi, a distanza di anni, quella profezia non solo si è avverata, ma ha generato un mostro mutante: il tuttologo da tastiera.
Un tempo, il bizzarro del paese era confinato al suo sgabello, dondolante tra un bianco frizzante e una teoria strampalata sul meteo, sulle scie chimiche, sul terrapiattismo, sull’universo, comunque silente, o più spesso silenziato, nell’argomentare il proprio assurdo dialogo sopra i massimi sistemi… Oggi quello stesso individuo possiede una cattedra globale da cui impartisce lezioni al mondo.
La “transumanza digitale” ha trasformato il divano di casa in un’aula magna itinerante. Lunedì sono tutti virologi di fama internazionale; Martedì si riscoprono fini geopolitici ed esperti di diplomazia mediorientale; Mercoledì, complice un temporale improvviso, alias “bomba d’acqua” o un anticiclone africano più impertinente del dovuto, leggi “bolla di calore”, diventano climatologi d’assalto. Non manca mai la parentesi olimpica o il weekend calcistico, dove il CT della Nazionale, a confronto, sembra un dilettante alle prime armi. È la fiera del nulla cosmico elevata a sistema di pensamento.
Assistiamo a cortocircuiti logici da TSO: ambientalisti feroci a giorni alterni che, cinque minuti dopo, celebrano l’ultimo gadget del consumismo più sfrenato ordinato online. Persone senza capo né coda, prive di qualsiasi titolo accademico, professionale o semplicemente umano per aprire bocca, che eppure pretendono di fare le pulci a scienziati e statistici. Il dramma vero è che verba volant, scripta manent: le fesserie da bar un tempo evaporavano con i fumi dell’alcol, mentre oggi restano scolpite nei server della rete, a perenne memoria dell’arroganza analfabeta.
Dietro questa marea di fango anonimo e rabbioso, si nasconde la miseria psicologica dell’odiatore di professione. Ho conosciuto la cattiveria degli uomini, ma questa ha un sapore nuovo, più vile. È la rivalsa dei mediocri, di coloro che non sono riusciti a essere niente e non perdonano a nessuno di essere qualcosa.
L’hater vive di una frustrazione cronica, un’invidia sociale che si maschera da sete di giustizia. Lo schermo del computer fa da scudo alla sua codardia: gli permette di sputare veleno senza rischiare di guardare negli occhi la sua vittima. Si nutre del male altrui perché non ha un bene proprio da coltivare. È la solitudine di chi, non potendo salire sul podio, tenta di trascinare il vincitore nella polvere del proprio fallimento esistenziale. Una folla inferocita che non cerca il confronto, ma la lapidazione pubblica del malcapitato di turno, per sentirsi, almeno per cinque minuti, superiore a qualcuno.
Questa fabbrica del risentimento non è un incidente di percorso, ma una precisa strategia industriale guidata dagli algoritmi.
Le grandi piattaforme digitali non hanno un’anima, hanno un bilancio da far quadrare. La logica della Silicon Valley è elementare quanto cinica: il tempo è denaro, e nulla trattiene l’utente incollato allo schermo più della rabbia. Gli ingegneri del codice hanno scoperto che l’indignazione genera più traffico della solidarietà, che un insulto produce più click di un complimento.
L’algoritmo non premia la verità dei fatti o la pacatezza dei toni, ma la violenza dell’espressione. Funziona come un megafono che amplifica il grido più sguaiato e censura il sussurro della ragione. Isola le persone in “bolle di risonanza” dove ognuno sente solo l’eco delle proprie ossessioni, radicalizzando i giudizi e trasformando ogni dubbio in un complotto ordito da poteri oscuri. Più la società si spacca, più le macchine guadagnano. Il metodo di giudizio di questa massa informe segue le rigide regole del tifo ultras.
Tutto viene ridotto a una partita di pallone. Non esistono sfumature, complessità o dati di fatto: o sei della mia squadra o sei il nemico da abbattere. È un’opinione fluida, sia chiaro, pronta a mutare direzione non appena cambia il vento del trend o l’algoritmo decide di premiare un nuovo sdegno collettivo. Si passa dal giustizialismo più feroce allo sciatto garantismo nello spazio di un tweet o di un commento ad personam, a seconda di chi sia il politico o il VIP di turno finiti nella gogna mediatica.
Questa finta “democrazia della parola” non crea dialogo, ma polarizzazione scientifica. Gli eserciti digitali si scontrano in trincee di insulti dove l’ascolto è bandito. Un gioco sterile che, se da un lato lascia il tempo che trova tra i contendenti, dall’altro fa il gioco del Potere. Quello vero. Mentre i sudditi si accapigliano su Facebook, Instagram, o simili, per una virgola o una teoria del complotto vecchia di trent’anni, le élite economiche e politiche ringraziano, libere di illudere le masse e fare i propri comodi nell’assoluto silenzio di un’opposizione reale.
Una società così anestetizzata dal proprio stesso rumore di fondo appare, purtroppo, senza alcuna speranza di riscatto. È l’apoteosi dell’assurdo. Altro che Rivoluzione!
Siamo diventati un popolo che non cerca la verità, ma un colpevole su cui scaricare le proprie frustrazioni. Un’attitudine tutta nostrana che mette a nudo l’incapacità cronica di accettare le regole e i fatti. Non è un caso se l’italiano rifiuta la competenza: accettare il verdetto di chi sa significherebbe ammettere la propria ignoranza. Vale per la scienza, vale per la storia, e vale persino per la vita di tutti i giorni. Aveva perfettamente ragione Ennio Flaiano quando scriveva il suo memorabile verdetto: «L’italiano ha un solo vero nemico: l’arbitro di calcio, perché emette un giudizio».
D.V.