Dal vocabolario Treccani: Attivismo. “Partecipazione per libera scelta, personale e gratuita, all’attività di organizzazioni politiche, sindacali o appartenenti al mondo dell’associazionismo e del volontariato”.

Credo fermamente che negli ultimi anni, il termine “attivista” abbia assunto un significato assolutamente troppo ampio e insensato. Già, perché oggigiorno il labile confine tra attivismo e anarchismo è stato, di tutta evidenza, travalicato da una crescente moltitudine che, sì, potrà essere ancora minoranza ma che, stando alla cronaca di ieri e di oggi, riesce a ribaltare il democratico svolgimento di eventi, assemblee, sit-in e manifestazioni, rendendoli sempre più spesso dei pretesti per fracassare, incendiare, imbrattare e, soprattutto, per attaccare le forze dell’ordine.
Il pensiero corre inevitabilmente a ritroso nel tempo, a ferite mai del tutto rimarginate nel tessuto sociale della nostra Repubblica. Proprio in questi giorni ricorre il venticinquennale del G8 di Genova, una pagina di storia patria densa di fumi, lacrimogeni e sassi. Là dove la legittima espressione del dissenso fu letteralmente sequestrata dalle frange più estreme, da quei black bloc capaci di trascinare un’intera città nel caos più assoluto. Fu proprio quella devastazione sistematica, cieca e feroce a innescare la miccia di una reazione delle forze dell’ordine alla scuola Diaz e a Bolzaneto: una reazione scomposta, certo, condannabile nelle sue derive, ma figlia dell’esasperazione profonda di servitori dello Stato lasciati soli a fare da scudo umano contro una guerriglia urbana programmata.
Genova non è rimasta un caso isolato, ma ha ridefinito la grammatica della violenza di piazza, estendendosi ciclicamente ai maggiori centri nevralgici del Paese con regolarità scientifica:
- Roma: Indelebile nella memoria resta il 15 ottobre 2011, quando la Capitale fu letteralmente messa a ferro e fuoco in occasione della giornata degli “Indignati”. Piazza San Giovanni si trasformò in una trincea, tra blindati delle forze dell’ordine incendiati, vetrine devastate e uffici pubblici assaltati da frange di delinquenti travestiti da manifestanti.
- Milano: Il primo maggio 2015, giorno dell’inaugurazione dell’Expo, un corteo “No Expo” si tramutò in poche ore in un’autentica caccia all’uomo. San Babila e le vie del centro vennero devastate, con auto date alle fiamme e lanci di molotov contro reparti mobili stremati ma fermi nel contenere l’onda d’urto.
- Torino: Storica culla della galassia anarchica asilo-occupante, ha subito ripetuti assalti al proprio tessuto urbano. Dai cortei contro gli sfratti alle manifestazioni di solidarietà per i detenuti del 41-bis, l’ombra dei casseurs ha periodicamente paralizzato la città tra vetrine infrante, lanci di bombe carta e ordigni rudimentali diretti alle pattuglie della Polizia Locale e dello Stato.
A questa triste mappa del disordine nazionale si è aggiunta, solo pochissimi giorni fa, anche Bologna. Quella che doveva essere una commossa e pacifica manifestazione in memoria di Abderrahim Fakir è stata sequestrata dalla violenza ideologica. Il centro cittadino è stato messo a ferro e fuoco da un nucleo di facinorosi che ha sfruttato il dolore collettivo per scatenare una caccia all’agente. Il bilancio parla da solo nella sua spietata crudezza: ben 64 operatori delle forze dell’ordine feriti, presi di mira da lanci di bombe carta e aggressioni dirette, a fronte di ingenti danni alle infrastrutture e ai mezzi di servizio della Polizia.
Ma è in Val Susa che la guerriglia si è fatta sistema, strutturandosi in un trentennio di scontro ideologico permanente contro le opere strategiche della Torino-Lione. Fin dai primi blocchi e dai blitz storici come quello di Venaus nel 2005, la legittima difesa del territorio da parte delle comunità locali è stata progressivamente espropriata dalle infiltrazioni dell’estremismo anarco-insurrezionalista proveniente da tutta Europa. I presidi e i boschi attorno ai cantieri di Chiomonte e San Didero sono stati trasformati in campi di battaglia stagionali: recinzioni violate, esche incendiarie, fionde e mortai artigianali capaci di sparare razzi ad altezza d’uomo contro i presidi di vigilanza.
Un’escalation intollerabile che ha trovato la sua ennesima, drammatica conferma proprio negli scontri di ieri. Quella che era partita come la tradizionale marcia estiva del Festival Alta Felicità a Venaus, millantando propositi pacifici, si è tramutata in un assalto militare guidato da circa 500 antagonisti incappucciati e armati. Il cantiere della Torino-Lione a Chiomonte è stato preso d’assalto su più fronti: un fitto lancio di bombe carta, molotov, pietre e razzi pirotecnici ha investito i reparti mobili schierati. La furia dei facinorosi ha portato al gravissimo incendio di ben quattro mezzi di servizio delle forze dell’ordine, riducendo in cenere le camionette dei Carabinieri.
Il pesante bilancio di ieri, che in poche ore ha registrato oltre 120 agenti feriti e contusi, dimostra la pianificazione feroce e sistematica di una frangia che non cerca il dialogo, ma l’annientamento dell’autorità. Tutto questo si traduce in un costo economico spaventoso che grava interamente sulle tasche dei contribuenti. Solo l’assalto di ieri ha provocato danni materiali immensi: la distruzione delle quattro camionette blindate e dei furgoni di servizio comporta una perdita netta di centinaia di migliaia di euro. A questo si aggiungono i costi per il ripristino delle barriere e delle recinzioni del cantiere divelte con i flessibili, il rimpiazzo dei materiali edili danneggiati dalle fiamme e i pesanti indennizzi legati al blocco temporaneo dei treni e alla chiusura forzata dell’autostrada Torino-Bardonecchia. Senza contare le decine di migliaia di euro di spesa sanitaria immediata per il soccorso e le cure mediche del personale in divisa aggredito. Una scia di distruzione che negli anni ha fatto lievitare i costi di sicurezza legati alla TAV a cifre astronomiche, denaro sottratto ai servizi pubblici essenziali per arginare la furia ideologica di pochi criminali.
Davanti a tali scenari, l’uso di termini edulcorati diventa un insulto all’intelligenza dei cittadini. Questi atti vandalici non sono semplici intemperanze o eccessi da corteo; la sistematicità degli assalti, la pianificazione logistica e la volontà deliberata di seminare il panico per colpire i simboli e le infrastrutture dello Stato configurano queste azioni come una vera e propria forma di terrorismo a bassa intensità. Si colpisce il singolo operatore in divisa per intimidire l’intera istituzione che egli rappresenta.
Questo clima di perenne assedio trova un costante e inquietante riflesso di sottofondo nelle domeniche dei nostri stadi. Gli scontri pre e post partita nel calcio, sistematicamente orchestrati dalle frange più estreme del tifo organizzato, attingono allo stesso identico serbatoio di odio cieco contro l’autorità. Le strade adiacenti agli impianti sportivi si trasformano regolarmente in zone franche dove la divisa diventa il bersaglio fisso di sassaiole, sprangate e agguati tesi nell’ombra, dimostrando come la retorica dell’antagonismo e la sottocultura della violenza ultras condividano la medesima matrice di insofferenza verso l’Ordine e lo Stato.
Non si tratta più di difendere un’opinione, un territorio o una fede sportiva. Quando la pietra sostituisce la parola, la bomba carta cancella il dialogo e il ferimento di un agente diventa un trofeo da esibire, cessa definitivamente l’attivismo e inizia il crimine.
La Democrazia non può accettare di farsi ricattare da minoranze violente, né può tollerare che la tutela del bene comune venga scambiata per una colpa. Chi difende l’Ordine e la Legalità sul campo merita la piena, incondizionata vicinanza di una comunità civile, perché senza il rispetto delle loro divise non vi è libertà, ma solo il dominio del più forte.
Qui si inserisce l’appello più urgente, che dalle pagine di questo blog rivolgiamo alla Politica. C’è una parte delle nostre istituzioni, legata a certe forze parlamentari, che sembra aver smarrito la bussola morale del vivere civile, sempre pronta a esercitare l’arte del distinguo, a trovare “attenuanti sociali” o, peggio, a giustificare l’ingiustificabile.
Quando si equipara la violenza metodica di chi assalta un cantiere alla legittima libertà di espressione, si compie un torto imperdonabile verso i cittadini onesti. La condanna della violenza non può conoscere note a margine o “ma anche”.
Alla Politica tutta si chiede di smetterla con le ambiguità: difendere chi veste la divisa significa difendere i confini della nostra Democrazia. Se certa parte dell’emiciclo vuole tornare ad essere forza di governo, impari a riconoscere che senza legalità non esiste alcuna giustizia sociale.
D.V.