
L’intitolazione dello scalo a Silvio Berlusconi consacra la furbizia a virtù di Stato. Tra retorica di cerimonia, sentenze passate in giudicato e una memoria collettiva che si cancella al gate.
«Gentili passeggeri, benvenuti all’Aeroporto Internazionale Milano Malpensa Silvio Berlusconi». Da ieri, con la cerimonia ufficiale, è questo il nome che accoglie chi atterra in Lombardia. Non quello di uno scienziato, di un poeta o di un eroe civile, ma quello di un uomo politico che le aule di giustizia le ha frequentate come pochi altri nella storia repubblicana. Da imputato. Con una targa scoperta all’ingresso della stazione ferroviaria del Terminal 1, una delle principali porte d’accesso al Paese è diventata un monumento alla furbizia.
La retorica ufficiale ha fatto il suo dovere, tra velo tolto alla targa e commozione d’ordinanza. Il presidente del Senato La Russa ha evocato una nazione «che vuole volare alto». Il governatore Fontana ha riconosciuto nel Cavaliere «i migliori valori lombardi: affrontare i problemi, non lasciarsi abbattere dalle difficoltà». E su questo, bisogna ammetterlo, ha ragione: pochi hanno affrontato i propri problemi giudiziari con altrettanta tenacia, e con altrettanta fantasia legislativa. Il ministro Salvini, regista dell’operazione, ha espresso «un minimo di dispiacere per gli assenti». Noi, a dire il vero, siamo dispiaciuti per i presenti. Perché le carte giudiziarie, quelle che nessuna delibera dell’Enac può cancellare, raccontano un’altra storia.
Il nome inciso su quella targa è lo stesso impresso sulla condanna definitiva per frode fiscale nel processo Mediaset, che nel 2013 gli costò il seggio al Senato. È il nome dell’imputato che, accusato di corruzione in atti giudiziari (Lodo Mondadori, caso Mills) e di finanziamento illecito (All Iberian), ne è uscito non con un’assoluzione, ma con la prescrizione: l’arte tutta italiana di tagliare il traguardo quando il cronometro si è già fermato. È il nome dell’uomo che scelse come braccio destro, e tra i fondatori del suo partito, Marcello Dell’Utri, condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa. Ed è il nome di chi, una notte di maggio del 2010, telefonò alla questura di Milano per accreditare la favola di una minorenne marocchina “nipote di Mubarak”. Dai processi Ruby è uscito assolto, e va detto. Ma nessuna sentenza potrà cancellare lo spettacolo di un presidente del Consiglio che trascina le istituzioni nel fango del “bunga bunga”, né quello di una Camera dei deputati che, nell’aprile del 2011, arrivò a votare che sì, lui a quella parentela ci credeva davvero.
I suoi sostenitori replicano che fu quattro volte presidente del Consiglio, votato da milioni di italiani, perseguitato da una magistratura politicizzata; e che in tutto il mondo gli aeroporti portano il nome di politici, da Charles de Gaulle a John F. Kennedy. Vero: succede anche da noi. Torino ha intitolato il suo scalo a Sandro Pertini; Palermo, invece, ha scelto non un politico ma i due magistrati simbolo della lotta alla Mafia, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Ma il consenso elettorale legittima un governo, non una memoria pubblica: le urne assegnano il potere per cinque anni, una targa pretende di consegnare un esempio per sempre. Il problema, dunque, non è onorare un politico, ma chi si sceglie di onorare. Da una parte chi per la legge e la libertà ha pagato con il carcere o con la vita; dall’altra chi la legge l’ha trattata come un intralcio da aggirare a colpi di provvedimenti ad personam. Quanto alla persecuzione giudiziaria, è una tesi buona per i comizi, non per le sentenze passate in giudicato.
Anche il metodo è coerente con la scelta. Il Consiglio regionale lombardo chiese l’intitolazione con un ordine del giorno approvato il 20 giugno 2023: otto giorni dopo la morte del Cavaliere, quando il lutto non aveva ancora lasciato spazio ad alcuna riflessione. L’Enac la deliberò l’11 luglio 2024, con la benedizione di Salvini. Contrari il Comune di Milano e tre dei Comuni che l’aeroporto lo ospitano davvero, con il suo rumore e il suo traffico: Cardano al Campo, Samarate e Somma Lombardo. Tutti e quattro hanno fatto ricorso al TAR, che lo scorso 23 aprile li ha respinti con motivazioni che sono un piccolo capolavoro di ironia involontaria. Milano non aveva titolo a ricorrere perché lo scalo non si trova né nel suo territorio né nella sua provincia, ma interamente in quella di Varese; i Comuni varesini nemmeno, perché l’aeroporto appartiene allo Stato e ha una funzione «extralocale». Tradotto: la città che presta il nome allo scalo non conta, e neppure i paesi che ne sopportano il peso. L’intitolazione stessa, secondo i giudici, avrebbe natura prevalentemente simbolica e onorifica. Appunto: è proprio questo il punto. Un simbolo calato dall’alto contro il parere del territorio. Altro che valori lombardi.
E se proprio si voleva un grande lombardo, la Lombardia non ne è certo avara. Perché non Alessandro Manzoni, padre dell’italiano moderno e coscienza morale della Nazione? O Dario Fo, premio Nobel per la Letteratura, nato a Sangiano, in provincia di Varese: la stessa terra su cui poggiano le piste di Malpensa. Certo, anche Fo i tribunali li ha conosciuti: arrestato a Sassari nel 1973, trascinato più volte in giudizio per i suoi spettacoli. Ma la differenza dice tutto. Fo finiva alla sbarra per aver sbeffeggiato il potere, Berlusconi per averlo esercitato. La cultura, quella vera, non corteggia il potente: lo mette alla berlina. Si è preferito il Cavaliere.
Nel 1921 Giuseppe Prezzolini apriva il suo Codice della vita italiana con una sentenza che nessuna Cassazione ha mai annullato: «I cittadini italiani si dividono in due categorie: i furbi e i fessi». Non era un pericoloso sovversivo, ma un conservatore dichiarato, autore del Manifesto dei conservatori e oggi volentieri arruolato tra i numi tutelari della destra. Eppure aveva capito tutto. Nello stesso capitolo definiva il dovere come la parola che risuona «nelle orazioni solenni dei furbi quando vogliono che i fessi marcino per loro», e tra i due sistemi per fare strada in Italia indicava per primo «leccare i furbi». Ieri, a Malpensa, le orazioni solenni non sono mancate. L’intitolazione è l’omaggio del potente di turno al potente di ieri, il segnale che in Italia, se hai abbastanza potere e abbastanza televisioni, le prescrizioni diventano medaglie e prima o poi ti intitolano pure un aeroporto.
Prezzolini indicava anche l’antidoto: il fesso, scriveva, «se non fosse stupido, capirebbe il valore della cultura per cacciare i furbi». Noi, invece, ai furbi abbiamo consegnato le chiavi di casa. Chiunque d’ora in poi decollerà da Malpensa con il codice MXP si lascerà alle spalle un Paese che di padri della patria ne avrebbe eccome, ma ha scelto di inginocchiarsi davanti al re del conflitto di interessi.
Resta un’ultima ironia. Nel 1968, ormai ultraottantenne, Prezzolini scelse di trascorrere gli ultimi anni fuori d’Italia, a Lugano: a un’ora di strada da quello che da ieri è ufficialmente l’aeroporto Berlusconi. Non servirebbe chiedergli un parere su quella targa. Basterebbe aprire il suo Codice al primo capitolo, «Dei furbi e dei fessi». E chiedersi in quale delle due categorie ci abbia catalogati chi l’ha voluta.
D.V.