
«La violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci.» — Isaac Asimov
C’è sempre stato un confine, sottile ma rassicurante, tra lo schermo e la vita reale. Da bambini abbattevamo invasori alieni fatti di pixel, da adolescenti guardavamo film horror sapendo che il sangue fosse finto, e i genitori più apprensivi si limitavano a chiedersi, in astratto, se troppi videogiochi violenti potessero “diseducare”. Era un dibattito comodo, quasi da salotto, che permetteva di parlare di violenza tenendola a distanza di sicurezza, dentro una cornice ben precisa: quella del gioco, della finzione, dello spettacolo.
Poi, la realtà ha bruscamente violato il confine.
Il caso dell’Istituto di Roma-Centocelle, dove uno studente di appena tredici anni si è barricato in bagno, ha indossato un caschetto con lo smartphone montato a mo’ di GoPro e ha avviato una diretta streaming su Telegram per riprendere l’accoltellamento della propria insegnante, fa crollare l’ultimo paravento. Il mostro non abita più nei sobborghi del Colorado; siede in terza media nei nostri quartieri. E non ha bisogno di un fucile d’assalto per replicare il format del terrore globale: gli bastano un coltello e una connessione a banda larga.
Per comprendere come l’Italia sia scivolata in questa americanizzazione nel peggior senso del termine, è necessario mappare una spietata cronologia del “male spettacolo”, una timeline in cui l’evoluzione tecnologica ha progressivamente trasformato l’assassino da reietto a content creator.
La cronologia del male spettacolo
Il “Trauma Zero” si consuma nel 1999 alla Columbine High School. Eric Harris e Dylan Klebold pianificano il massacro registrando “home video” nel seminterrato di casa. Cercano la notorietà postuma, ma sono figli dell’era analogica: dipendono dai tempi dei media tradizionali, dalle videocassette da far ritrovare, dalla mediazione di TV e giornali. Dodici anni dopo, nel 2011 a Utøya, l’estremismo suprematista di Anders Breivik fa un passo avanti: prima di sterminare decine di coetanei, l’attentatore invia via mail un manifesto ideologico di 1.500 pagine. La rete serve a diffondere il “verbo”, ma l’atto in sé non è ancora visibile in tempo reale.
Il vero punto di svolta digitale arriva nel 2019 a Christchurch, in Nuova Zelanda. Brenton Tarrant assalta due moschee trasmettendo la strage in diretta streaming su Facebook. La telecamera sul casco mutua l’estetica in prima persona (First-Person Shooter) dei videogiochi sparatutto. Lì nasce il format definitivo: la violenza diventa un prodotto fruibile live, confezionato per il pubblico dei social. Negli anni successivi, la follia islamista perfeziona il meccanismo, traducendo l’orrore nel formato TikTok e Reels: clip brevi, montate con musiche virali e destinate ad algoritmi progettati per premiare la rapidità del macabro.
Centocelle: l’ultimo miglio
Fino ad arrivare a Centocelle. Qui assistiamo all’ultimo, drammatico miglio di questa evoluzione. Il movente macroscopico dell’ideologia sparisce, sostituito da un movente microscopico: un debito scolastico, il rancore verso un docente, la noia cronica o la brama assoluta di clout (notorietà). Ciò che resta identico è il modus operandi mutuato dal terrorismo e dallo stragismo d’oltreoceano. Se l’azione violenta non è trasmessa in diretta, per queste generazioni sradicate dalla realtà l’azione stessa non esiste. L’uso di equipaggiamento tattico e l’annuncio criptico sui social ore prima (“-5 hours”) testimoniano una totale dissociazione ludica: i ragazzi confondono il sangue vero con una sessione di Call of Duty. La carne sanguina, ma nella loro mente stanno solo accumulando visualizzazioni e reazioni digitali.
Le responsabilità delle piattaforme
Ma questo mostro tecnologico non nasce nel vuoto; cresce nutrito dalle colossali responsabilità delle piattaforme social. Colossi come TikTok, Instagram e canali deregolamentati come Telegram hanno monetizzato l’attenzione cinica. I loro algoritmi non sono neutrali: sono progettati per premiare l’iper-esposizione, la polarizzazione e lo shock. Il macabro fa fare engagement, e la moderazione dei contenuti si rivela una farsa ipocrita di fronte a mercati che monetizzano i click sul dolore. I social hanno fornito il teatro e l’amplificatore, ma la scenografia culturale è stata scritta altrove, attraverso l’adozione acritica di modelli antropologici totalmente distorti.
C’è un’intersezione, tanto discussa quanto reale, tra il nichilismo digitale e l’immaginario veicolato da certa scena rap e trapper nostrana. Ed è onesto premettere che il nesso causale resta oggetto di un dibattito accademico tutt’altro che risolto: diversi studiosi sostengono, non senza fondamento, che la trap non generi la violenza ma la rispecchi, fotografando un disagio sociale preesistente più che crearlo — un dibattito che ricorda da vicino quello, mai chiuso scientificamente, sul rapporto tra videogiochi violenti e aggressività giovanile. Resta però difficile negare che quell’immaginario — fatto di misoginia sistematica, ostentazione di armi, abuso di droghe e una venerazione feticistica per i soldi facili e la “bella vita” ottenuta con la prevaricazione — fornisca oggi un vocabolario simbolico già pronto a chi quel disagio lo sta già vivendo per conto proprio. Le “baby gang” che un tempo consideravamo esagerazioni cinematografiche confinate a Los Angeles, oggi applicano sul territorio le barre di queste canzoni, traducendo la subcultura dello sballo e del coltello in gerarchia criminale quotidiana — non necessariamente per colpa della musica, ma certamente non senza il suo contributo lessicale ed estetico.
Il vuoto pneumatico di famiglia e scuola
Questo scenario si è consolidato a causa dell’abissale distanza educativa delle due agenzie fondamentali: la scuola e, soprattutto, la famiglia.
La famiglia ha abdicato da tempo al proprio ruolo primario, trasformandosi spesso in un sindacato di difesa corporativa dei figli contro qualsiasi forma di autorità esterna. Genitori terrorizzati dal conflitto emotivo o perennemente distratti dai propri schermi hanno delegato la crescita psicologica all’algoritmo, usando lo smartphone come un anestetico sin dalla prima infanzia. I figli crescono in una solitudine interiore spaventosa, in cui i genitori non intercettano i segnali di disagio né i diari di bordo digitali in cui si cova il delirio.
Dal canto suo, la scuola è rimasta burocratizzata, ridotta a un distributore di nozioni e crediti formativi, incapace di intercettare l’analfabetismo emotivo che divora le classi. Di fronte all’implosione del patto educativo, la risposta della politica e dello Stato è drammaticamente speculare a quella americana: l’illusione della repressione tecnologica. Si assiste alla militarizzazione progressiva dello spazio pubblico e all’accettazione di un “Grande Fratello” sempiterno, con telecamere ovunque.
La resa dei metal detector
È in questo vuoto pneumatico di idee che si inserisce l’aberrazione logica di quanti, di fronte al sangue nei corridoi, invocano oggi l’installazione di metal detector all’ingresso delle scuole. Una proposta che rappresenta la resa definitiva della funzione educativa dello Stato. Trasformare i nostri istituti in check-point aeroportuali significa ratificare la sconfitta, accettare l’idea che l’alunno sia un potenziale criminale da perquisire prima ancora che un individuo da formare. Più varchi blindati si creano, più telecamere si installano, meno risposte si trovano. Si tenta di blindare l’esterno lasciando sguarnito l’interno: la mente e l’anima di adolescenti il cui unico vero riferimento è diventato un feed social.
Se un ragazzino di tredici anni sente il bisogno di eludere la realtà, filmarsi in streaming e trasformare un’aula delle nostre scuole medie nel set di un’esecuzione pur di esistere agli occhi del mondo, la colpa non è della singola “mela marcia”. È di una società che ha smantellato i presidi educativi e normalizzato il degrado morale pur di monetizzare l’attenzione. Se continueremo a curare i sintomi anziché la malattia, ignorando il collasso affettivo dei nostri figli per concentrarci solo sui tornelli e sui corpi di reato, Centocelle non rimarrà un fatto isolato. Sarà solo l’inizio del nostro personalissimo, quotidiano e tragicissimo bollettino di guerra.
D.V.