Il cappotto democratico alle elezioni di metà mandato non è il risveglio morale dell’America. È uno scontrino presentato all’inquilino della Casa Bianca. E il vero equivoco, ancora una volta, è il nostro.

«Se la distruzione sarà il nostro destino, dovremo esserne noi stessi gli autori e gli esecutori. Come nazione di uomini liberi, o vivremo in eterno, o moriremo suicidi.» – Abraham Lincoln, discorso al Lyceum di Springfield, 27 gennaio 1838
Il vizio più antico del commentariato europeo è attribuire nobiltà d’intenti a ciò che, quasi sempre, è un calcolo aritmetico. Martedì 3 novembre i Democratici si sono presi la Camera e il Senato: almeno sette seggi senatoriali strappati ai Repubblicani, oltre due dozzine di distretti, cinque governatorati, bandierine piantate persino in Texas e in Kansas. I Repubblicani, dal canto loro, non hanno strappato nulla a nessuno. Ed ecco, puntuale, la grancassa: «risveglio democratico», «svolta storica», un’America che respinge la rozzezza del Prepotente e riscopre i diritti, il clima, la pace, perfino Gaza.
È un equivoco prospettico, e cresce in proporzione alla vittoria. L’America non ha votato per salvare il pianeta né per redimere la propria politica estera. Ha votato guardando lo scontrino.
La domanda di Reagan
Per capire questo voto basta una domanda vecchia di quarantasei anni. Era il 1980 e Ronald Reagan, nel duello televisivo con Jimmy Carter, chiese agli americani se stessero meglio di quattro anni prima. Non chiese se l’America fosse più giusta, più libera o più amata nel mondo. Chiese del portafoglio. Vinse a valanga, e da allora quella domanda è il vero programma elettorale di chiunque si candidi.
Martedì gli americani le hanno dato la loro risposta. Meno di un elettore su cinque ha dichiarato che la propria famiglia sta meglio di due anni fa. L’inflazione, al 3% quando Trump è rientrato alla Casa Bianca, a settembre viaggiava al 3,7%, dopo aver toccato il 4,2% a maggio. La benzina ha superato in media i 4,3 dollari al gallone, contro i poco più di 3 di un anno prima. E secondo il sondaggio dell’Associated Press su circa centomila votanti, due elettori su tre hanno messo il carovita sul conto delle politiche del presidente: prima i dazi, poi la guerra.
Lo specchio del 2024
C’è un modo semplice per capire se quello di martedì sia stato un sussulto di coscienza o un riflesso del portafoglio: guardarsi allo specchio di due anni fa.
Nel 2024, secondo gli exit poll nazionali, quasi tre elettori su quattro tra quelli che dichiaravano di subire l’inflazione come un disagio «grave» votarono Trump. Martedì, in Texas, secondo il sondaggio AP, circa tre su quattro tra quelli che hanno denunciato lo stesso disagio grave hanno votato il democratico James Talarico. E non è un’eccezione texana: a livello nazionale, sempre secondo l’AP, chi si diceva «molto preoccupato» per il costo della spesa, della sanità e della benzina ha votato in larghissima maggioranza per il candidato democratico alla Camera. Stessa sofferenza, partito opposto. Se il voto di martedì fosse stato una conversione morale, a cambiare campo sarebbero stati gli elettori dei valori. Hanno cambiato campo, invece, gli elettori delle bollette.
Questo non significa che l’altra America non esista. Esiste, ed è rispettabile: la maggior parte degli elettori sotto i trent’anni dice di aver votato per opporsi a Trump, e per metà dei votanti corruzione e tenuta della democrazia hanno pesato quanto il costo della vita. Ma quell’America c’era anche due anni fa, quando la democrazia era la prima preoccupazione degli elettori di Kamala Harris. E perse. Non è lei che ha spostato l’ago: lo ha spostato chi, nel frattempo, ha fatto la spesa.
La guerra entra dal distributore
Lo stesso vale per la guerra con l’Iran, cominciata a febbraio. Tre elettori su quattro, secondo la rilevazione della CNBC, l’hanno indicata come un fattore cruciale o importante del proprio voto. Ma da quale porta è entrata in cabina elettorale?
Lo ha spiegato lo stesso Trump: gli elettori erano scontenti dell’impennata della benzina, anche se in larga parte condividevano la necessità di colpire Teheran. È forse la frase più onesta pronunciata dal Prepotente in due anni. L’America non ha bocciato la guerra: ha bocciato il pieno. Secondo le stime dell’economista Mark Zandi, il conflitto è costato a ogni famiglia quasi 1.230 dollari in più tra carburante e bollette energetiche. Ecco la soglia oltre la quale un Paese si accorge di stare bombardando qualcuno.
Non è avidità: è un frigorifero
Sarebbe comodo, a questo punto, liquidare tutto come egoismo. Sarebbe anche sbagliato. Secondo l’AP, tra chi guadagna meno di 50.000 dollari l’anno, circa sei elettori su dieci si sentono più poveri di due anni fa, mentre gli elettori più benestanti hanno dato al caro prezzi un peso molto minore. Chi vota con il frigorifero mezzo vuoto non è avido. È un uomo che si difende con l’unica arma che ha.
Il punto, allora, non è il cinismo dell’elettore. È il sistema che lo rende inevitabile. Il fallimento economico di Carter aprì la strada a Reagan e alla stagione del neoliberismo più sfrenato, della deregolamentazione selvaggia e del culto del profitto individuale. Mezzo secolo dopo, secondo la Federal Reserve, l’1% più ricco delle famiglie americane detiene il 32,5% della ricchezza nazionale, record da quando la banca centrale la misura: più di quanto possieda, tutto insieme, il restante 90% degli americani.
In un Paese così, ogni aumento della benzina arriva dritto nel conto corrente, senza nulla in mezzo. Non a caso la sanità è tornata al centro del dibattito soltanto quando si è trasformata in una bolletta, con i premi assicurativi in salita e i sussidi in scadenza. Dove non c’è uno Stato sociale a fare da ammortizzatore, l’ammortizzatore diventa la scheda elettorale. E una scheda usata come ammortizzatore oscilla: dalla padella alla brace, e ritorno, a ogni crisi.
Il vizio è anche nostro
E qui l’equivoco torna a casa. Perché votare col portafoglio non è un’anomalia americana. Nel 2024, per la prima volta da quando esistono le serie storiche, cioè dal 1905, tutti i partiti di governo dei Paesi sviluppati andati al voto hanno perso consensi. Conservatori e progressisti, a Londra come a Parigi o a Washington: l’inflazione non ha guardato in faccia nessuno, e gli elettori europei hanno presentato il conto esattamente come quelli americani.
Allora perché, quando a votare col portafoglio sono gli americani, noi ci vediamo un’epopea morale? Perché dell’America abbiamo bisogno. Da decenni l’Europa ha appaltato a Washington non solo la propria difesa, ma anche la propria speranza. E ogni volta che dall’altra parte dell’oceano soffia un vento contrario al Prepotente, lo scambiamo per l’arrivo della cavalleria. Non è un’analisi: è un desiderio travestito da analisi.
Il pendolo e l’abbaglio democratico
Il rischio, ora, è che lo stesso abbaglio accechi anche i vincitori. L’AP racconta di elettori indecisi che hanno votato democratico senza amare i Democratici, e di circa due elettori su dieci convinti che su economia, politica estera, sanità e immigrazione nessuno dei due partiti sia all’altezza. È un mandato sui prezzi, non sui valori. Chi lo leggerà al contrario lo perderà alla prima occasione.
I Repubblicani, del resto, la lezione l’hanno già imparata. Il vicepresidente Vance ha dato la colpa della sconfitta alla guerra con l’Iran. Traduzione: la prossima volta non porteranno idee migliori, porteranno benzina più economica. E potrebbe bastare.
Non c’è nulla di storico nel movimento di un pendolo spinto dalla paura. L’America non si è evoluta: si è difesa. Nella cabina elettorale non ci sono cittadini del mondo, ma famiglie in coda alla pompa. E noi, da questa parte dell’oceano, faremmo bene a smettere di aspettare la cavalleria e di applaudire una rivoluzione che esiste solo nella nostra immaginazione. Quella vera, se mai arriverà, non avrà un prezzo al gallone. E non arriverà da fuori. Lincoln lo aveva capito quasi due secoli fa: nel bene e nel male, tutto nasce in casa.
D.V.