
Mentre leggi questa frase, l’Italia ha perso altri due metri quadrati di terra.
La terra promessa (e cementificata)
Ci sono ferite che non sanguinano, ma che cambiano per sempre il volto di un Paese. L’Italia, quella che i poeti definivano il giardino d’Europa, sta scomparendo sotto una colata di cemento. Non è una novità di oggi, e purtroppo non sarà l’ultima di domani. È una storia di distrazione di massa che attraversa i governi di ogni colore: quelli di ieri, quello di oggi, quelli che verranno.
Si parla tanto di futuro. Si riempiono i programmi elettorali di parole come “sostenibilità” e “transizione”. Poi basta guardarsi intorno. I boschi arretrano, le sponde dei laghi si stringono, mentre i fiumi, privati dei loro spazi naturali, si ribellano alla prima pioggia estiva. Ogni volta lo chiamiamo “maltempo”. Quasi mai lo chiamiamo con il suo vero nome: consumo di suolo per interesse privato.
Il miraggio dei fondi europei
In questi anni è arrivata una pioggia di miliardi. Il PNRR doveva essere la cura per un Paese stanco. In troppi casi si è rivelato l’ennesimo pretesto per aprire cantieri in maniera irragionevole o del tutto sconsiderata: nuovi asili in comuni dove le nascite calano da anni, strade asfaltate accanto a ferrovie dismesse e mai riattivate, piste ciclabili realizzate che non portano da nessuna parte, non collegano quartieri, non servono una stazione e non sono utilizzate dai ciclisti. Centinaia di metri o peggio chilometri di asfalto colorato che, una volta inaugurati, si sono spesso rivelati dei vicoli ciechi. Non è un’iperbole retorica: a Roma, capitale d’Italia, un tratto di pista ciclabile lungo circa 800 metri, realizzato con fondi pubblici e inaugurato con tanto di cerimonia, si è rivelato da subito un’autentica follia viaria — tanto che l’amministrazione locale ha dovuto approvare, mesi dopo, una mozione apposita solo per tentare di ricollegarlo a un luogo qualsiasi. Sono stati spesi e si continuano a spendere soldi pubblici — che i nostri figli dovranno restituire — per aggiungere cemento al cemento. Viene in mente Thoreau, quando scriveva: «gli uomini sono diventati gli strumenti dei loro stessi strumenti». Abbiamo trasformato i fondi per la ripresa in un ingranaggio che consuma il territorio anziché proteggerlo.
I numeri del disastro
I dati non lasciano spazio a dubbi. Secondo l’ultimo rapporto ISPRA-SNPA, nel 2024 l’Italia ha consumato 83,7 km² di suolo: 2,7 metri quadrati al secondo, il valore più alto degli ultimi dodici anni. Significa quasi 230 mila metri quadrati di suolo naturale che ogni giorno vengono sostituiti da asfalto, capannoni e cemento. Oggi oltre 21.500 km² di territorio nazionale — il 7,17% del Paese, quasi il doppio della media europea del 4,4% — sono già ricoperti da superfici artificiali. A fronte di questo, i ripristini restano marginali: appena 5 km² di suolo restituiti alla natura in un anno.
Il dato più preoccupante riguarda dove si costruisce, non solo quanto: buona parte del nuovo consumo si concentra in aree già classificate a pericolosità idraulica media o a rischio frana. Un terreno impermeabilizzato perde la capacità di assorbire l’acqua. Quando arrivano le piogge intense, l’acqua non trova più la terra ma una barriera artificiale: corre veloce, si accumula, si trasforma in colate di fango che travolgono paesi e città. Non è una previsione teorica: durante una delle alluvioni più devastanti degli ultimi anni, in Romagna, nel maggio 2023, i geologi hanno raccontato un episodio che da solo riassume la logica del disastro annunciato — a ridosso di un argine fluviale che si è rotto, era stata costruita un’abitazione, portata via dall’acqua nel giro di poche ore. Non un capannone dismesso, non un’infrastruttura anonima: una casa, costruita a pochi metri da un corso d’acqua, in una delle tante zone che il suolo ormai impermeabilizzato aveva reso ancora più fragili. Il clima estremo è il detonatore, ma la bomba l’abbiamo costruita noi, un ettaro alla volta.
Le cattedrali nel deserto e il ciclo del cemento
Viaggiando per le province italiane si incontrano continuamente scheletri industriali: capannoni vuoti, uffici con le serrande abbassate, magazzini abbandonati perché l’azienda ha delocalizzato o è fallita. Mentre queste strutture marciscono, a pochi chilometri di distanza si preferisce scavare un terreno vergine per costruirne una identica, perché costa meno e la burocrazia è più snella, dicono costruttori e amministratori.
Su quest’ultimo punto un chiarimento è d’obbligo, perché è anche il punto debole di ogni appello moralistico contro il “cemento facile”: oggi il riuso costa davvero di più. Bonificare un capannone dismesso, cambiarne la destinazione d’uso, mettere in sicurezza un sito industriale comportano iter autorizzativi più lunghi e incerti di quelli per costruire ex novo su un terreno libero. Finché sarà così, nessun appello alla responsabilità basterà a invertire la convenienza economica: è la burocrazia stessa, prima ancora della speculazione, a rendere il consumo di suolo la scelta razionale. Qualsiasi proposta che non affronti questo squilibrio resta velleitaria.
C’è poi una responsabilità che va oltre la miopia amministrativa. Le relazioni della Direzione Investigativa Antimafia documentano un interesse crescente della criminalità organizzata proprio per il ciclo del cemento e per i fondi del PNRR: nel 2024 gli accessi ai cantieri legati al Piano hanno riguardato 53 cantieri, con il controllo di 231 imprese e 668 persone fisiche — un numero praticamente raddoppiato rispetto all’anno precedente. Sull’intero perimetro dei controlli antimafia, non solo quelli legati al PNRR, la DIA ha condotto nello stesso anno quasi 2.000 monitoraggi su altrettante imprese, approfondendo la posizione di oltre 22.900 persone fisiche a esse collegate: il settore edile resta quello più esposto alle interdittive antimafia, davanti a ristorazione e immobiliare. In Sicilia, nel Trapanese, l’inchiesta «Cemento sporco» ha riguardato un consorzio impegnato in appalti PNRR di riqualificazione urbana con la partecipazione occulta di soggetti legati alla criminalità organizzata locale. Non è un dettaglio folcloristico: il movimento terra, le forniture di materiali edili, i subappalti “a freddo” restano, per ammissione degli stessi inquirenti, tra i canali di infiltrazione più semplici da presidiare per la criminalità organizzata, proprio in virtù del controllo che essa esercita da tempo su questi settori del territorio.
La responsabilità dei sindaci: quando il cemento paga le bollette
Sarebbe comodo, ma disonesto, scaricare la colpa soltanto su Roma. Il consumo di suolo in Italia è anche, se non soprattutto, una responsabilità diffusa e capillare: quella dei Comuni. Il dato forse più desolante dell’intero Rapporto ISPRA-SNPA 2025 non riguarda le grandi opere, ma la loro assenza di eccezioni: il 98% dei Comuni italiani ha consumato suolo nel 2024. Non uno su due, non i soliti noti delle grandi metropoli — quasi tutti, dal capoluogo di provincia alla frazione di poche centinaia di anime.
La ragione è tanto semplice quanto strutturale, e ha poco a che fare con l’ideologia: gli oneri di urbanizzazione e i proventi delle concessioni edilizie restano, per moltissimi piccoli Comuni italiani, una delle poche voci di entrata realmente disponibili per bilanci sempre più asfittici, dopo oltre un decennio di tagli ai trasferimenti statali. Approvare una nuova lottizzazione, per un sindaco alle prese con un bilancio che non chiude, è spesso l’unica leva rapida per finanziare un marciapiede, sostituire un tratto di fognatura o evitare il dissesto. Il risultato è un incentivo perverso: il territorio viene consumato non per un reale bisogno abitativo o produttivo — anzi, spesso in aperta contraddizione con esso, come mostrano gli stessi asili costruiti dove i bambini non nascono più — ma per necessità di cassa immediata.
A questo si aggiunge una colpevole pigrizia urbanistica: migliaia di Piani Regolatori Generali italiani risalgono a decenni fa, mai aggiornati per riflettere il calo demografico o il patrimonio edilizio già sfitto e abbandonato presente sullo stesso territorio comunale. Si continua a pianificare nuove aree edificabili su carte che ignorano la realtà di paesi che si spopolano, semplicemente perché rivedere un piano regolatore costa, in tempo politico e in risorse tecniche, molto più che lasciarlo intatto. Il Governo, quale che sia il colore, ha responsabilità enormi — un PNRR gestito spesso con il criterio della fretta più che del merito, l’assenza ancora oggi di una legge nazionale sul consumo di suolo dopo oltre un decennio di proposte arenate in Parlamento. Ma pretendere che la soluzione arrivi solo dall’alto, senza chiedere conto anche a chi firma le concessioni edilizie in ogni singolo municipio d’Italia, sarebbe un altro, comodo, atto di distrazione di massa.
Non solo non costruire: bisogna piantare
Già nell’Ottocento Thoreau ammoniva: «ai nostri giorni quasi ogni cosiddetto miglioramento a cui l’uomo possa por mano, come la costruzione di case e l’abbattimento di foreste e di alberi secolari, perverte in modo irrimediabile il paesaggio e lo rende sempre più addomesticato e banale». Se un tempo era una ferita estetica, oggi è un’emergenza vitale: estati roventi, isole di calore urbane, incendi boschivi che ogni anno divorano migliaia di ettari.
Non basta fermare le ruspe: bisogna restituire alla natura lo spazio che le abbiamo tolto. Servono rimboschimenti nelle aree montane per frenare l’erosione e una revisione urbanistica che faccia spazio ad alberi e parchi nelle città, capaci di abbassare le temperature e assorbire l’acqua delle piogge intense.
Una proposta per il buon senso
Non si può chiedere alle imprese di fermarsi in nome dei principi. L’economia ha i suoi bisogni: bisogna cambiare le regole del gioco, non l’etica di chi ci opera dentro.
La proposta è semplice: rendere conveniente ciò che oggi non lo è. Il Governo — quello in carica e quelli a venire — dovrebbe introdurre una vera detassazione per chi recupera il patrimonio esistente, accompagnata da un dimezzamento reale dei tempi autorizzativi per bonifiche e cambi di destinazione d’uso: senza questo secondo intervento, gli sgravi fiscali da soli non basteranno a colmare il divario di convenienza con il nuovo consumo di suolo. In parallelo, tasse raddoppiate per chi edifica su terreno vergine, soprattutto nelle aree a rischio idrogeologico. Solo se il recupero diventa più semplice, oltre che più conveniente, l’interesse privato potrà allinearsi con quello pubblico. E ai Comuni andrebbe garantita una fiscalità alternativa e stabile — si potrebbe istituire un fondo perequativo legato alla superficie di suolo non consumato, non a quella edificata — perché nessun sindaco dovrebbe più essere costretto a scegliere tra vendere il proprio territorio e chiudere il bilancio.
Il dovere della memoria e del futuro
Si dice spesso che la libertà consiste anche nel poter lasciare ai propri figli un mondo non peggiore di come lo si è trovato. Noi stiamo lasciando un’Italia più fragile e più esposta. Questo non è un attacco a un ministro o a un partito: è un richiamo a chi siede e siederà nelle stanze del potere, nei ministeri come nei più piccoli municipi. I governi passano, i decreti cambiano. La terra che calpestiamo è una sola, e quando l’avremo coperta tutta non ci sarà miliardo europeo capace di restituircela.
D.V.
Nota redazionale: i dati sul consumo di suolo citati provengono dal rapporto ISPRA-SNPA 2025 (dati riferiti al 2024); i dati sulle infiltrazioni criminali nel settore edile e nel PNRR provengono dalle relazioni della Direzione Investigativa Antimafia (2024-2025) e da cronache giudiziarie relative all’inchiesta “Cemento sporco” in Sicilia. I due episodi citati — l’abitazione travolta durante l’alluvione del maggio 2023 e il tratto di pista ciclabile inaugurato senza alcun collegamento utile — sono casi reali, documentati dalla cronaca giornalistica dell’epoca; i riferimenti geografici puntuali sono stati volutamente omessi per mantenere l’attenzione sulla dimensione sistemica del fenomeno, piuttosto che sul singolo caso locale.