
«La Mafia che distribuisce equamente lavoro e morte, soperchieria e protezione». Diceva così Leonardo Sciascia, con quella sua scrittura che non cercava l’applauso, ma la verità. E la verità, oggi, ha il colore della terra bruciata dal Sole e il sapore amaro della vergogna. Perché in questa nostra Italia, che si dice civile e democratica, il caporalato non è un ricordo del passato. È una piaga aperta. Un’infezione che cammina sui piedi scalzi di migliaia di disperati.
La nostra Costituzione dice, all’articolo uno, che siamo una Repubblica fondata sul lavoro. Ma andate a dirlo a chi si spacca la schiena nei campi del Mezzogiorno, e ormai non solo lì, per tre Euro all’ora. Nuovi servi della gleba, scesi dai barconi con un carico di speranze e finiti nelle mani di aguzzini senza scrupoli. Spesso sono irregolari. Ed è qui il capolavoro della nostra ipocrisia: la cosiddetta “politica dei flussi”, un meccanismo burocratico che sulla carta dovrebbe regolare gli ingressi e nella realtà produce solo fantasmi. Uomini senza nome, senza diritti, perfetti per essere sfruttati.
Nei campi si consuma una gestione spietata. Niente sicurezza, niente tutele, nessuna dignità. Le cronache nere si leggono come bollettini di guerra. C’è il nome di Satnam Singh, trentun anni, indiano, mutilato da un macchinario avvolgiplastica nelle campagne di Latina e abbandonato davanti a casa con il braccio amputato dentro una cassetta della frutta. C’è il ricordo di Paola Clemente, morta di fatica ad appena 49 anni sotto i tendoni dell’uva ad Andria. E prima ancora Jerry Masslo, ucciso a Villa Literno. Storie diverse, ma identiche nell’epilogo: l’annientamento dell’essere umano.
E quando il sole tramonta, l’inferno non finisce: li aspettano le baraccopoli, inferni di lamiera e plastica senza acqua né luce. Sembra la Sicilia del Gattopardo, dove tutto doveva cambiare perché tutto rimanesse com’era. I vecchi baroni hanno solo cambiato divisa, ma la logica del feudo è la stessa. Eppure siamo nell’era industriale. La tecnologia ci offre macchine capaci di arare, raccogliere, sollevare. La meccanizzazione dovrebbe servire a questo: a ridurre la fatica dell’uomo, ad aumentare la resa. Ma una macchina costa, manutenzione compresa. Un bracciante clandestino, invece, si sostituisce in un minuto. Costa meno di un bullone.
Sullo sfondo restano le estati roventi, stagioni di fuoco dove il termometro supera costantemente i quaranta gradi. Ma anche il calore obbedisce alle regole della classe sociale. Per i lavoratori italiani, giustamente, si invocano le ordinanze di stop nelle ore centrali della giornata e la cassa integrazione per le temperature record. Per i braccianti stranieri che piegano la schiena nei campi della Puglia, della Campania o della Sicilia, vige l’indifferenza de facto. Sotto i tendoni di plastica l’aria diventa irrespirabile, un forno che toglie il fiato, eppure la raccolta non può fermarsi. La verdura deve arrivare fresca sui banchi, il profitto non aspetta.
Ma non possiamo dare la colpa soltanto al proprietario terriero senza cuore. Dietro questo dramma c’è una filiera lunga e cinica. C’è la Grande Distribuzione Organizzata. I giganti del supermercato vogliono riempire gli scaffali a prezzi stracciati. Impongono prezzi alla fonte che non coprono nemmeno i costi della semina. Per mantenere alti i loro profitti, strozzano i produttori. E chi paga l’ultimo conto di questa catena? Il bracciante, naturalmente.
E poi ci siamo noi. I consumatori. Noi che davanti al banco della verdura cerchiamo l’offerta migliore, il pomodoro che costa meno, il cestino di fragole a un euro. Siamo girati dall’altra parte. Preferiamo non sapere cosa c’è dietro quel prezzo così basso: il sudore, il sangue, la dignità calpestata di un uomo. Siamo diventati una società consapevolmente distratta. Ci piace indignarci nei salotti, ma poi vogliamo la spesa low cost. Noi che, specialmente durante le ferie d’Estate, preferiamo “staccare” il cervello anche laddove la Ragione dovrebbe prevalere nel nome del comune diritto alla Vita, alla Dignità, alla Salute, alla giusta redditualità del Lavoro. Nessuna lotta, soltanto spallucce.
La colpa più grande, però, resta della Politica. Il Governo si limita ai proclami, alle promesse ridondanti che durano lo spazio di un telegiornale. Misure risolutive non se ne vedono. Dall’altra parte, l’Opposizione e i Sindacati non fanno miglior figura. Li vedi sempre pronti a scendere in piazza per le grandi cause internazionali, per i destini del mondo, solleciti e calorosi. Ma sembrano scordarsi dei problemi che hanno sotto casa, dei lavoratori che non hanno voce per farsi sentire.
Io credo che un Paese non possa dirsi grande se permette questo scempio. Non è una questione di destra o di sinistra, è una questione di umanità. Dobbiamo pretendere leggi severe, controlli veri e contratti giusti. Dobbiamo ritrovare il coraggio della decenza. Facciamo in modo che il caporalato finisca, una volta per tutte, dove è giusto che stia: nei libri di storia, tra le barbarie che siamo riusciti a sconfiggere. Ce lo chiede la nostra dignità.
D.V.