
«La facilità di telefonare costituisce una tentazione tale che telefonare diventa sempre più difficile, per non dire impossibile». Quando Italo Calvino scriveva queste righe, non poteva certo immaginare l’odierno inferno di squilli che tormenta le nostre giornate. Il grande scrittore aveva intuito un paradosso drammatico: la tecnologia, nata per avvicinarci, ha finito per isolarci.
Oggi viviamo nell’era della comunicazione totale, pervasiva e incessante, che fa leva su uno strumento fin troppo abusato: lo smart-phone. Eppure, mentre si “scrolla”, si “tagga”, si “messaggia” e si “posta”, rispondere al telefono è diventato un atto di coraggio, se non un errore madornale. Il progresso ci ha regalato canali infiniti per scambiarci il nulla, trasformando il mezzo che un tempo univa le famiglie in un canale di sversamento di futilità e molestie a ciclo continuo.
Ci sono mattine in cui il telefono squilla con la regolarità di un orologio svizzero. Rispondi, sperando sia un amico, un parente, un collega, il medico… Invece, dall’altra parte del filo, una voce registrata o un operatore sottopagato da un call center estero ti propone, con un entusiasmo sospetto, l’ennesimo cambio di contratto per l’energia o tariffe telefoniche miracolose.

È il telemarketing selvaggio, una moderna forma di violazione di domicilio che non bussa alla porta, ma si infila direttamente nelle nostre tasche, interrompendo il lavoro, il pranzo, il riposo.
Per difendere il cittadino, lo Stato ha partorito un capolavoro di burocrazia kafkiana: il Registro Pubblico delle Opposizioni. Un nome solenne, che evoca scudi medievali e trincee invalicabili. Nella realtà, si è rivelato un formidabile monumento all’inutilità. Iscriversi è un po’ come gridare al vento in un deserto: un esercizio terapeutico per l’anima, del tutto privo di effetti pratici. Il giorno dopo l’iscrizione, puntuali come le tasse, arrivano le chiamate da algoritmi automatizzati che se ne infischiano delle liste pubbliche. Il Registro è diventato il perfetto placebo per un Paese che ama risolvere i problemi creando nuovi moduli, anziché applicare le leggi.
In questo teatro dell’assurdo, spicca il ruolo del Garante della Privacy. Sulla carta, un’autorità titanica a difesa dei nostri dati sensibili; nei fatti, un vigile urbano armato di fischietto davanti a un gran premio di Formula 1. Il Garante emette comunicati severi, infligge sanzioni milionarie che le società di call center pirata – spesso scatole cinesi con sede in paradisi fiscali o paesi extra-UE – non pagheranno mai. Mentre l’autorità riflette sui massimi sistemi del consenso informato, il cittadino viene depredato del proprio tempo e della propria serenità, assistendo al triste spettacolo di un’istituzione che riesce a mettere pezze calde su falle oceaniche.
Naturalmente, la Politica non è rimasta a guardare: ha parlato. Parlamento e Governi di ogni colore, negli anni, si sono esibiti nel consueto festival delle promesse elettorali e dei decreti “salva-cittadini”. I leader politici, così pronti a twittare su qualsiasi futilità, riscoprono il dramma del telemarketing solo quando devono raccogliere voti, promettendo pene esemplari e blocchi totali. Poi, una volta insediati nei palazzi del potere, i decreti si annacquano, le lobby delle telecomunicazioni alzano la voce e i faldoni finiscono a prendere polvere nei cassetti. La verità è che alla politica mancano la volontà e il coraggio di tagliare i fili a questo business miliardario.
Ma l’aspetto più odioso di questa barbarie quotidiana non è la semplice scocciatura. Dietro a molti di questi squilli inattesi non c’è un’offerta commerciale aggressiva, ma una vera e propria trappola. Le telefonate si trasformano in esche per truffe legalizzate o raggiri informatici, tesi a strappare codici bancari e consensi mai espressi. A pagarne il prezzo più alto sono, come sempre, i più deboli: i nostri anziani. Persone cresciute in un’epoca in cui la parola data aveva un valore e una telefonata era un evento importante. Spaventati da finte scadenze o lusingati da accenti cordiali, cadono nei tranelli tesi da professionisti del raggiro, gente senza scrupoli che specula sulla buona fede altrui.
Le conseguenze non sono solo economiche, con conti svuotati e contratti capestro, ma soprattutto emotive. Resta in loro la vergogna di essere stati ingannati, il senso di colpa e la paura permanente di rispondere a quel display illuminato. Un Paese che permette di umiliare i propri vecchi dentro le loro stesse case, per il profitto di pochi pirati del telefono, è un Paese che ha smarrito il senso della propria dignità.
In questa giungla fuori controllo, l’unico vero baluardo a difesa dei cittadini è l’incessante e meritoria attività di contrasto portata avanti dall’Arma dei Carabinieri e dalla Polizia Postale. Uomini e donne in divisa che, con risorse spesso limitate di fronte a centralini fantasma e tecnologie di camuffamento IP, si caricano sulle spalle il compito di rincorrere i truffatori fin dentro i server di mezzo mondo, raccogliendo le denunce di pensionati in lacrime e tentando di rimettere insieme i cocci di esistenze violate.

Viene da chiedersi, allora, se, come e quando questo piccolo, grande e maledettamente fastidioso problema che affligge le nostre giornate troverà mai una soluzione definitiva da parte di “chi di competenza”.
C’è da essere ottimisti, dopotutto. Il Legislatore e l’Esecutivo in carica sono notoriamente solerti, sempre pronti a convocar conferenze stampa a reti unificate per sproloquiare sugli innumerevoli, storici ed epocali traguardi raggiunti per il bene supremo della Nazione.
Tra un “successo senza precedenti” e una “riforma epocale”, troveranno senz’altro cinque minuti anche per noi. Forse accadrà quando i call center pirata esauriranno i numeri da chiamare, o forse quando i nostri ministri, troppo impegnati a autocelebrarsi, verranno interrotti sul più bello – magari seduti comodamente sul WC – da una telefonata registrata che proporrà loro un cambio di fornitore di gas.
Fino ad allora, cari italiani, rassegniamoci: la difesa della patria si fa “staccando” la spina al telefono.
D.V.