
Separati dalla nascita, o quasi. Uno ha colonizzato l’immaginario italiano a colpi di televisione commerciale, l’altro ha scalato l’impero globale del reality show. Ma l’archetipo è lo stesso. Donald Trump non è altro che un Silvio Berlusconi tradotto in inglese, con qualche chilo di muscoli e di retorica bellica in più. La deriva politica delle istituzioni occidentali non è nata a Washington con l’assalto a Capitol Hill; è stata collaudata a Roma, vent’anni prima, tra un editto bulgaro e una legge ad personam. Il copione è identico, cambia solo il budget.
Il potere come scudo e portafoglio
Il primo pilastro del loro sodalizio ideale è l’uso spregiudicato dello Stato. La politica non come servizio civile, ma come comitato d’affari e “scudo spaziale” contro i magistrati. Berlusconi entrò in politica nel 1994 per salvare le sue aziende dal fallimento e probabilmente se stesso dalle manette di Mani Pulite. Trump ha trasformato la Casa Bianca nel perfetto ufficio marketing per i suoi resort e, una volta sommerso dalle inchieste, ha capito che l’unico modo per non finire in cella era ricandidarsi. Le grane fiscali sono il loro marchio di fabbrica: dalle frodi sui diritti Tv di Mediaset – che costarono al Cavaliere l’unica condanna definitiva – alle falsificazioni dei bilanci della Trump Organization per nascondere i pagamenti in nero. Per entrambi, il fisco è solo un fastidioso pizzo chiesto dallo Stato ai “furbi”.
La sartoria normativa: le leggi “ad personam” e la grazia prêt-à-porter
Laddove il comune mortale deve rassegnarsi a subire la legge, il miliardario populista preferisce farsela cucire su misura. Qui il parallelismo rasenta il plagio normativo. Berlusconi ha inaugurato la gloriosa stagione delle leggi ad personam: dal lodo Alfano al legittimo impedimento, passando per la depenalizzazione del falso in bilancio, ogni norma era un abito d’alta moda confezionato dai suoi avvocati, non a caso seduti in Parlamento, per bloccare i processi penali di cui si dichiarava “vittima”.
Trump, non potendo contare su un Congresso altrettanto servile a livello legislativo, ha preso la scorciatoia costituzionale: l’uso (e l’abuso) sistematico della grazia presidenziale. Il pardon trasformato in un bancomat dell’impunità per gli amici di merende condannati dai tribunali federali (da Roger Stone a Steve Bannon), fino all’aberrazione giuridica di teorizzare l’auto-grazia. Se non puoi cambiare la legge per tutti, cancella la pena per i tuoi complici.
Il coro dei media amici: la fabbrica dei Messia
Nulla di tutto questo sarebbe stato possibile senza una gigantesca macchina di lavaggio del cervello collettivo. Berlusconi ha inventato il conflitto d’interessi totale: proprietario di tre televisioni private e, da premier, controllore dei canali pubblici. Un monopolio informativo utilizzato per edificare il mito del “Presidente operaio”, del martire unto dal Signore, sceso in campo per puro spirito di sacrificio.
Trump ha replicato lo schema affidandosi prima al megafono di Fox News e, successivamente, creando direttamente il proprio ecosistema digitale (Truth Social) e trovando in Elon Musk e X i perfetti amplificatori. Il ritratto che ne esce è messianico: non leader politici, ma salvatori divini. I loro canali non fanno informazione, celebrano liturgie. Chi li critica non è un oppositore, è un infedele, un apostata da fustigare pubblicamente in prima serata o a colpi di post sui social.
I giudici cattivi e lo spauracchio rosso
Quando la giustizia bussa alla porta, la strategia difensiva si sposta sui palchi. C’è sempre un complotto da denunciare. Per Berlusconi erano le “toghe rosse”, i magistrati “antropologicamente diversi dal resto della razza umana” e affetti da “metastasi giudiziaria”. Per Trump è il “Deep State”, la “caccia alle streghe” orchestrata da una giustizia democratica e corrotta.
E contro chi combattono questi due miliardari? Contro i “comunisti”. Un’ossessione ridicola. Berlusconi vedeva i bolscevichi ovunque, convinto che i magistrati volessero instaurare un regime e che i comunisti cinesi “bollissero i bambini per concimare i campi”. Trump risponde a specchio su Truth Social, accusando Kamala Harris di essere una “marxista radicale” e i Democratici di voler “distruggere l’America con il socialismo”. Serve un nemico immaginario per giustificare l’odio viscerale verso le opposizioni, trattate come traditori della patria.
Predatori e megalomani: da Arcore al jet di Epstein
L’indole è personalistica, egocentrica, tragicamente convinta di una superiorità divina. Entrambi si sono auto-proclamati, senza traccia di ironia, i migliori statisti della storia. Berlusconi ripeteva: “Sono senza dubbio il miglior presidente del Consiglio che l’Italia abbia mai avuto nei suoi 150 anni di storia”. Gli faceva eco Trump dai microfoni dei suoi comizi: “Nessun presidente ha mai fatto quello che ho fatto io, forse solo Abraham Lincoln”.
Una megalomania che si riflette nel privato, segnato da una dichiarata e ostentata indole predatoria in ambito sessuale, dove il fango delle frequentazioni tocca livelli indicibili. Le “cene eleganti” di Arcore, le Olgettine e l’immortale difesa del Cavaliere (“Meglio essere appassionato di belle ragazze che gay”) scorrono in parallelo alle denunce per abuso sessuale di E. Jean Carroll, ai soldi sborsati dal Tycoon alla pornostar Stormy Daniels e, soprattutto, al capitolo più torbido della New York da bere: la vergognosa, plurideccennale amicizia tra Donald Trump e il predatore seriale Jeffrey Epstein.
Prima che Epstein diventasse il mostro internazionalmente noto, Trump ne tesseva le lodi sui giornali: “Lo conosco da quindici anni. Un ragazzo fantastico. È molto divertente stare con lui. Si dice addirittura che gli piacciano le donne belle quanto a me, e molte di loro sono sul lato più giovane”. Voli sul famigerato jet privato, feste a Mar-a-Lago e una consuetudine voyeuristica e predatrice interrotta solo quando le indagini sono diventate troppo scottanti. Dopotutto, la filosofia profonda del Tycoon era già scritta in quel fuorionda del 2005 diventato celebre in tutto il mondo: “Quando sei una star, le donne ti lasciano fare quello che vuoi. Puoi fare qualsiasi cosa. Afferrarle per le parti intime”. Il corpo delle donne, persino delle minorenni, come merce; il potere come lasciapassare per l’impunità biologica.
Il vittimismo del sangue (vero o presunto)
Infine, il capolavoro del marketing populista: la santificazione attraverso il martirio. Il leader deve essere vittima, possibilmente fisica, dell’odio altrui. E qui la messinscena tocca vette sublimi. Ricordate la statuina del Duomo di Milano scagliata in faccia a Berlusconi nel 2009? Un’aggressione sbandierata per mesi per silenziare i processi e invocare l’immunità patriottica.

Trump ha fatto persino di meglio, complice la tragica facilità di accesso alle armi negli Stati Uniti: un attentato armato in Pennsylvania, un orecchio graffiato, la foto iconica con il pugno alzato, il sangue sul volto e il labiale urlato alla folla: “Fight! Fight!”. Che si tratti di souvenir del Duomo o di proiettili di striscio, il risultato non cambia: la trasformazione del carnefice giudiziario in vittima sacrificale. Una farsa tragica che ha ridotto le istituzioni democratiche a un enorme, infinito palcoscenico per i loro ego ipertrofici.
La chiusura del cerchio: il fattore Putin
Ma per comprendere appieno la traiettoria di questa internazionale del populismo pluto-democratico, bisogna guardare a Est. Il cerchio si chiude, infatti, a Mosca. C’è un terzo vertice in questo inquietante triangolo geopolitico dell’ego ed è Vladimir Putin.
L’attrazione fatale per l’uomo forte del Cremlino non è una semplice coincidenza diplomatica, è un’affinità elettiva. Berlusconi ostentava i lettoni d’ottone regalati dall’amico “Volodja”, i colbacchi coordinati nelle dacie sul Mar Nero e i fiumi di vodka scambiati per i compleanni (con tanto di lettere dolcissime) anche a ridosso dell’invasione in Ucraina, difendendolo fino all’ultimo: “Putin voleva solo sostituire Zelensky con un governo di persone perbene”. Trump, dal canto suo, non ha mai nascosto l’ammirazione per il “genio” dello Zar, arrivando a definire la sua strategia di aggressione militare come “qualcosa di meraviglioso e molto intelligente”, e difendendolo pubblicamente a Helsinki persino contro i propri servizi segreti.

Perché questa venerazione? Perché Putin rappresenta l’ideale massimo a cui Berlusconi e Trump hanno sempre e solo potuto ambire senza mai riuscirci del tutto: il potere assoluto, senza il fastidio delle opposizioni, senza la rottura di scatole di una stampa libre e, soprattutto, senza magistrati indipendenti tra i piedi. Lo Zar è il modello perfetto del monarca proprietario dello Stato, il punto d’arrivo di quel sogno autocratico che i due gemelli diversi del miliardardismo occidentale hanno cercato di iniettare, un decreto e un tweet alla volta, nelle vene malate delle nostre democrazie.
Il tramonto delle regole: dove va il mondo?
Il bilancio finale di questa recita a soggetti non lascia spazio a consolazioni terapeutiche. Non siamo di fronte a una parentesi della storia, ma a una metastasi sistemica. L’Italia, laboratorio d’avanguardia del degrado, ha sdoganato l’idea che la legalità sia un lusso negoziabile e la dignità delle istituzioni un intralcio burocratico. Gli Stati Uniti, un tempo pilastro dell’equilibrio atlantico, ballano ormai sull’orlo di un perenne conflitto civile freddo, dove la verità oggettiva è stata seppellita sotto tonnellate di fake news elette a sistema di governo. E il resto del mondo guarda, imita, si adegua. Le democrazie occidentali si stanno suicidando per sfinimento, consegnandosi spontaneamente a miliardari imbonitori che promettono la salvezza e vendono la liquidazione dello Stato di diritto.
Mentre i cittadini si riducono a spettatori plaudenti di questo avvilente circo Barnum, risuona tragicamente profetica l’osservazione che Aldo Moro consegnò alla storia, lucido custode di una dignità politica ormai estinta: «La crisi che travaglia il paese è morale prima che politica. C’è stanchezza, assenza, egoismo, insufficiente senso di responsabilità. Come presidiare in queste condizioni il regime di libertà e renderlo stabile e fecondo? Questo Paese non si salverà se non nascerà un nuovo senso del dovere».
Ma il senso del dovere è merce rara nell’era dei Messia di plastica. E il buio, intanto, avanza.
D.V.