«Niente è più pericoloso di uno stupido che afferra un’idea, il che succede con una frequenza preoccupante. Se uno stupido afferra un’idea, è fatto: su quella costruirà un sistema e obbligherà gli altri a condividerlo». (Ennio Flaiano)

C’era un tempo, non troppi lustri fa, in cui le cose erano semplicemente belle, utili o, al massimo, riuscite. Poi venne l’era del «mitico». Ricordo i ragazzi al bar che definivano mitica una sciarpa di lana rosso-verde, mitico un motorino truccato, mitico persino un panino con la mortadella consumato in fretta prima di un esame. Era l’esaltazione provinciale del niente, un modo per darsi un tono quando le parole mancavano e le idee pure.
Ennio Flaiano, con quella sua aria stanca di chi la sapeva lunga, avrebbe probabilmente commentato che il mito, una volta, richiedeva almeno l’intervento di un dio o di un eroe; oggi basta un salumiere generoso.
Ma la lingua, si sa, cammina con i tempi, e spesso cammina all’indietro.
Congedato il «mitico», il frasario della modernità si è arricchito di un nuovo feticcio, più pretenzioso e decisamente più molesto: «iconico».
Oggi tutto è iconico. È iconica la canottiera bianca dell’influencer di turno, è iconico il riff di chitarra suonato da un dilettante sui social, è iconico lo scorcio di una spiaggia dove si accalcano tremila persone per scattare la medesima fotografia. Persino un bacio, un panino al fast-food o un paio di occhiali da sole di plastica acquistano, per decreto unanime della massa, lo status di icona. Anche un Primo Cittadino sui generis, per taluni, può assurgere ad icona della Politica… In una città che di iconico, al massimo, può annoverare un “pittorico” casco dell’acqua di fattura latina.
La diagnosi è fin troppo chiara: siamo di fronte a una forma di stupidità funzionale. In una società dove la sottocultura e l’ignoranza crescono a dispetto della conoscenza vera, la ripetizione ossessiva di un termine diventa un rifugio sicuro. Chi non ha gli strumenti per giudicare, per analizzare, per distinguere il capolavoro dalla patacca, si aggrappa all’aggettivo passe-partout. Dire che un abito è «iconico» esenta dal dover spiegare perché sia elegante. Dire che un panorama è «iconico» dispensa dal guardarlo davvero.
La colpa, com’è ovvio, è dei professionisti dell’apparenza, quei registi del vuoto che rispondono al nome di influencer. Il loro mestiere dopotutto è questo: vendere l’ordinario spacciandolo per straordinario. Il dramma vero, quello che fa stringere il cuore a chi crede ancora nella dignità della penna, è il silenzio complice dei giornalisti. O meglio, di certi «giornalai» che hanno rinunciato a fare domande per diventare megafoni del coro. Sono cronisti pronti a firmare elzeviri infuocati sulla piega del pantalone di un cantante, ma che perdono improvvisamente la voce e il coraggio quando si tratta di prendere posizione sulle cose serie della vita, sulla politica interna, sulle ingiustizie sociali. Sanno essere leoni solo quando si discute di corbellerie di tal guisa.
Dietro questa epidemia verbale non ci sono però solo i ragazzini armati di smartphone. Il contagio ha infettato i vecchi altari dell’opinione pubblica: i media digitali, la radio, la televisione. Strumenti che un tempo avevano l’ambizione di orientare il gusto, o quantomeno di informare, e che oggi somigliano a zattere alla deriva, capaci solo di navigare a vista nel mare del consenso facile.
Prendiamo la televisione. Quello che un tempo era il focolare della nazione, capace di alfabetizzare l’Italia, oggi è un elettrodomestico che produce rumore di fondo. Nei talk show o nei contenitori pomeridiani, conduttori dallo sguardo perennemente spento presentano l’ospite del giorno decantandone il passato «iconico». Poco importa se l’ospite in questione ha solo partecipato a un reality vent’anni prima. La tv ha barattato l’autorità con l’audience, e l’aggettivo salvifico serve a mascherare la miseria dei contenuti.
Non va meglio se si accende la radio. Gli speaker radiofonici, una volta compagni di viaggio arguti e sofisticati, si sono trasformati in imbonitori da fiera frenetici. Per loro ogni canzone passata in palinsesto — anche la più sgonfia canzonetta estiva costruita a tavolino da un algoritmo — diventa istantaneamente un «brano iconico». Gridano per evitare il silenzio, perché il silenzio costringerebbe a pensare. E il pensiero, si sa, non fa vendere gli spazi pubblicitari.
I media digitali hanno poi completato l’opera di demolizione. I siti d’informazione, ridotti a fabbriche di clic, titolano freneticamente sull’ultimo «look iconico» avvistato su un red carpet. È un giornalismo che ha rinunciato alla verifica, alla critica, persino alla grammatica. Si naviga a vista, inseguendo i trend del mattino che saranno dimenticati la sera stessa. Questi vecchi retaggi di una società che fu, anziché governare la modernità, si lasciano trascinare dalla corrente, convinti che galleggiare equivalga a navigare.
Il risultato di questa grande fiera del superlativo è una spaventosa piattezza.
Quando ogni oggetto, comportamento o canzone viene elevato a icona, il mondo intero perde di significato. Se tutto è straordinario, la straordinarietà diventa la norma, e quindi svanisce. Tutto si riduce a una lista intercambiabile, a un catalogo di figurine tutte uguali, buone per essere catalogate, digerite e dimenticate nello spazio di un clic. È il trionfo del giudizio scialbamente massificato.
Dovremmo avere il coraggio di dire che la bellezza non ha bisogno di etichette prefabbricate per esistere. Il valore di un tramonto, di un vecchio disco consumato o di un cappotto ereditato da un padre non sta nella sua capacità di fare tendenza, ma nel significato segreto che custodisce per noi. La vera cultura si coltiva nel chiuso del giudizio individuale, nella capacità, tutta umana e squisitamente ribelle, di dire: «Questo piace a me, e non m’importa se il mondo non lo fotografa».
Liberiamoci, allora, di questa parola abusata e insensata. Restituiamo alle cose la loro legittima fragilità, la loro magnifica normalità.
Solo ritornando a un punto di vista strettamente soggettivo, libero dalle mode e dai dizionari della pigrizia, potremo ricominciare a vedere il mondo per quello che è: un luogo pieno di cose magnifiche, imperfette e, grazie a Dio, per nulla iconiche.
D.V.