Il voto in Sassonia-Anhalt riapre una ferita che l’Europa credeva rimarginata.

«Psicologicamente, la prontezza a sottomettersi al regime nazista sembra dovuta principalmente a uno stato di stanchezza interiore e di rassegnazione, stato che è caratteristico dell’individuo del nostro tempo anche nei paesi democratici.» — Erich Fromm
Il vaccino che ha smesso di fare effetto
Berlino. C’era una volta una parola che in Germania faceva tremare i polsi: Vergangenheitsbewältigung, il faticoso processo di fare i conti con il proprio passato. Significava guardarsi allo specchio e vedere le macerie del Terzo Reich, l’orrore metodico dei campi di sterminio, la colpa collettiva di una nazione che aveva seguito un uomo del destino fino al baratro. Per ottant’anni abbiamo creduto che quel vaccino, pagato con milioni di vite umane, bastasse a proteggere il Vecchio Continente. Ci sbagliavamo. Il virus non era morto; era solo rimasto in incubazione.
Sassonia-Anhalt, il terremoto
I dati che arrivano oggi dalle elezioni regionali in Sassonia-Anhalt ci dicono che l’infezione è diventata metastasi. Il trionfo dell’Alternative für Deutschland (AfD), che ha sfondato il tetto del 43-44% dei voti, non è più un semplice raffreddore di protesta. È un terremoto politico che mette in ginocchio la CDU del Cancelliere Friedrich Merz, dimezzata e precipitata attorno al 17-18% — un Land che i cristiano-democratici governavano ininterrottamente dal 2002. Crollano i partiti tradizionali, crollano le certezze. A rendere il voto ancora più significativo è un’affluenza record, vicina all’80%: non è un’elezione disertata, è un Paese che si è mobilitato in massa per premiare l’estrema destra. Quella Brandmauer, il “cordone sanitario” invisibile che la Costituzione e la morale tedesca avevano eretto per tenere l’estrema destra fuori da ogni stanza del potere, si è rivelata un muro di cartapesta.
Il verdetto delle urne non chiude la partita: senza maggioranza assoluta, AfD dovrà cercare alleanze in un Land dove nessun altro partito ha finora accettato di allearsi con essa. Ma il vero banco di prova arriverà tra due settimane, il 20 settembre, quando si voterà anche a Berlino e nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore: per Merz, la Sassonia-Anhalt rischia di essere solo il primo capitolo di un autunno molto lungo.
Le radici economiche del malessere
La storia ci insegna che il mostro si nutre sempre delle stesse paure, e oggi quelle paure hanno fondamenta matematiche. La Germania, che per decenni è stata la locomotiva economica d’Europa, vive una crisi strutturale senza precedenti. I dati ufficiali dell’Ufficio Federale di Statistica (Destatis) fotografano un Paese in affanno permanente: la produzione industriale reale segna una flessione dell’1,6% su base annua, peggiore delle attese. I consumi interni sono al palo e l’inflazione continua a erodere il potere d’acquisto dei salari.
Va detto, per onestà d’analisi, che il quadro non è a tinta unica: l’indice PMI manifatturiero è salito ad agosto a 54,3 punti, il livello più alto degli ultimi quattro anni, trainato da nuovi ordini ed export. Ma è proprio questo scarto — tra un dato reale che arretra e un indicatore di fiducia che migliora — a fotografare il vero problema: la ripresa, se c’è, non si sente ancora nelle tasche della gente. E il malessere economico globale si traduce in una sola parola per il cittadino comune: smarrimento. Quando la globalizzazione sfrenata cancella le identità e il multiculturalismo burocratico viene calato dall’alto, la percezione di insicurezza aumenta. C’è l’immigrazione incontrollata, c’è lo spettro del terrorismo che bussa alle porte, c’è la sensazione di essere diventati “stranieri a casa propria”.
La resa dei tecnocrati
I politici di professione, i tecnocrati di Bruxelles chiusi nei loro palazzi di vetro, hanno peccato di presunzione. Hanno pensato che bastasse agitare lo spauracchio della storia per governare il presente, dimenticandosi dei problemi reali della gente. Hanno preferito tutelare le grandi strategie cosmopolite rispetto alle microstorie della provincia profonda, dove un tempo si costruiva il benessere. E così, una minoranza un tempo considerata impresentabile si candida a farsi maggioranza di governo.
Un contagio che non conosce confini
Questa deriva radicale e intollerante, tuttavia, non è un’esclusiva tedesca, ma l’espressione di un’ondata populista internazionale che sta scardinando i pilastri democratici a livello globale. Ne abbiamo visto i prodromi oltreoceano con il revival trumpiano negli Stati Uniti, dove la retorica dell’odio, la polarizzazione esasperata del dibattito pubblico e la contestazione sistematica delle istituzioni statali hanno sdoganato l’estremismo come normale valuta politica. Ne osserviamo la tragica declinazione in Israele sotto la guida di Benjamin Netanyahu, dove la saldatura del governo con le frange più oltranziste della destra messianica e nazionalista ha dimostrato come la radicalizzazione del potere possa sacrificare i pesi e contrappesi democratici sull’altare di un consenso identitario aggressivo. In entrambi i casi, la ricetta è la stessa: l’uomo forte che canalizza il risentimento della piazza contro un nemico, interno o esterno che sia.
Parigi guarda al 2027
L’Europa è pienamente contagiata da questo male e le sue democrazie più antiche vacillano. Guarda alla Francia, proiettata verso le presidenziali del 2027, dove i sondaggi fotografano la fuga in avanti di Marine Le Pen, affiancata dalla presenza pervasiva di Jordan Bardella. Il giovane presidente del Rassemblement National incarna la versione patinata e social della vecchia intolleranza: le sue ricette parlano di un irrigidimento totale delle frontiere nazionali, dello smantellamento progressivo dei poteri di Bruxelles e della fine della solidarietà comunitaria, cavalcando lo scontento delle periferie francesi per trasformarlo in un assalto definitivo all’Eliseo.
Roma, il ritorno dell’“uomo del destino”
E guarda all’Italia, dove la legislatura si avvicina alla sua naturale scadenza e lo spazio politico a destra della coalizione di governo viene scosso dalle ambizioni del generale Roberto Vannacci e del suo movimento Futuro Nazionale, fondato ufficialmente nel giugno 2026 dopo il suo passaggio dalla Lega al gruppo europeo dei Patrioti e poi a quello dell’Europa delle Nazioni Sovrane, insieme all’AfD tedesca — un dettaglio che chiude idealmente il cerchio con l’apertura di questo pezzo. Le proposte racchiuse nel suo manifesto politico, la cosiddetta “Base Ideologica e Programmatica” (B.I.P.), delineano un’agenda che l’ex premier Mario Monti, in un confronto pubblico al Forum di Cernobbio, ha definito portatrice — pur senza equipararla alla ricostituzione del disciolto partito fascista — della narrativa, della retorica e dello spirito del fascismo. Tra i punti cardine spiccano l’abolizione delle unioni civili, la rimozione dei contenuti omosessuali dalle trasmissioni televisive, la teorizzazione che l’aborto non sia un diritto e l’introduzione dell’inquietante concetto di “voto plurimo” — che attribuisce più schede elettorali a chi ha più figli — oltre a una spinta alla “remigrazione” forzata degli stranieri non integrati. È la trasposizione in codice programmatico della rabbia populista, il tentativo di proporsi come il nuovo “uomo del destino” per un elettorato smarrito.
Le reazioni della politica italiana
In questo scenario, dispiace vedere le reazioni della politica interna nostrana. Matteo Salvini che esulta per la vittoria di AfD in Sassonia-Anhalt, parlando di un “successo clamoroso” e di una “nuova Europa”, commette un grave errore di prospettiva storica e politica. C’è poco da festeggiare quando a vincere sono forze che, nel loro DNA profondo, conservano l’allergia per i valori democratici e l’ostilità verso gli stessi partner europei. L’egoismo nazionale non ha mai prodotto benessere, solo barriere.
Un abito fragile
L’Europa dei burocrati ha le sue colpe: si è spesso persa in un’ossessione regolatoria minuta, dimenticando l’anima dei popoli, e ha lasciato che i nazionalismi tornassero a proliferare come funghi dopo la pioggia.
I fantasmi del passato non bussano alla porta con le camicie brune o le svastiche; usano il linguaggio del risentimento moderno, i social network, la disperazione economica. Ma la sostanza non cambia. Se la politica non saprà ritrovare il senso della dignità e dell’ascolto, il rischio è quello di svegliarsi in un continente irriconoscibile. La democrazia non è un bene conquistato per sempre. È un abito fragile: se si smette di averne cura, si logora fino a cadere a pezzi.
D.V.