
Mentre rivendica di aver chiuso «dieci guerre», Donald Trump guida da otto mesi un conflitto con l’Iran, tratta gli alleati come clienti morosi e coltiva un legame ambiguo con Vladimir Putin. JD Vance, Marco Rubio e Pete Hegseth sono i bracci operativi di una dottrina che all’Europa chiede obbedienza, pagamento e silenzio, privandola del suo storico scudo di sicurezza.
La fissazione di Donald Trump per il Premio Nobel per la Pace ha ormai i tratti dell’ossessione. Venerdì 9 ottobre, per il secondo anno consecutivo, il comitato di Oslo ha guardato altrove, premiando la giurista sudafricana Navi Pillay, 85 anni, già presidente del Tribunale penale internazionale per il Ruanda, giudice della Corte penale internazionale e Alta commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani. La reazione è arrivata puntuale su Truth Social, dove Trump ha rilanciato un messaggio secondo cui il comitato si sarebbe «disonorato in modo irreparabile» premiando una presunta «nemica dell’America e di Israele». È lo stesso copione con cui, nei comizi e sui social, il presidente ripete di aver risolto sette, otto, poi dieci guerre, arrivando, pur di far tornare il conto, a includere le «pre-guerre»: conflitti mai scoppiati. Eppure la realtà della sua dottrina racconta una storia diametralmente opposta. Dietro la maschera del pacificatore e del grande negoziatore si muove un’amministrazione che ha fatto della forza militare, del ricatto bilaterale e della minaccia gli strumenti ordinari delle relazioni internazionali.
L’argomento prediletto dai sostenitori di America First è che, con Trump alla Casa Bianca, gli Stati Uniti non abbiano avviato nuove guerre. Per misurarne la fragilità conviene fare memoria di come andarono le cose già nel primo mandato presidenziale, tra il 2017 e il 2021. I dati raccolti dal Bureau of Investigative Journalism mostrano che l’approccio del tycoon non ridusse la violenza, ma ne mutò la forma, rendendola più asimmetrica e più opaca: nei soli primi due anni della sua prima presidenza gli Stati Uniti condussero 2.243 attacchi con droni, contro i 1.878 dell’intero doppio mandato di Barack Obama. In Afghanistan l’allentamento delle regole d’ingaggio fece crescere del 330% i civili uccisi dai bombardamenti aerei tra il 2016 e il 2019, secondo il progetto Costs of War della Brown University, e nel 2019 i raid aerei uccisero circa 700 civili, più che in qualsiasi altro anno dall’inizio della guerra. Nel marzo 2019, infine, Trump revocò con un ordine esecutivo l’obbligo, introdotto da Obama, per il Direttore dell’intelligence nazionale di pubblicare ogni anno il bilancio delle vittime civili dei raid condotti fuori dalle zone di guerra dichiarate. Un modo deliberato per spegnere la luce sul costo umano di quella strategia.
Nel secondo mandato, poi, quell’argomento è crollato anche sul piano formale. La «massima pressione» sull’Iran, che già nel gennaio 2020 aveva prodotto l’uccisione mirata del generale Qasem Soleimani, non si è fermata allo strangolamento economico: è passata ai bombardamenti americani sui siti nucleari di Fordow, Natanz e Isfahan nel giugno 2025, fino alla guerra aperta iniziata il 28 febbraio 2026 con gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele, che hanno ucciso la Guida suprema Ali Khamenei. Da allora lo Stretto di Hormuz è stato a lungo paralizzato, i prezzi dell’energia sono schizzati verso l’alto e le tregue negoziate con la mediazione del Pakistan si sono rivelate fragili e ripetutamente violate. Un conflitto che la Casa Bianca rivendica come un successo, incurante dell’incendio appiccato in tutto il Medio Oriente. Sullo sfondo resta l’architettura del controllo degli armamenti, che Trump aveva cominciato a smontare pezzo dopo pezzo proprio nel primo mandato: nel 2019 il ritiro dal trattato INF sulle forze nucleari a medio raggio con la Russia, nel 2020 quello dal trattato Cieli Aperti, con il rischio concreto di una nuova e incontrollata corsa agli armamenti.
Per onestà, va riconosciuto ciò che i difensori del presidente porterebbero a suo favore. Il cessate il fuoco a Gaza dell’ottobre 2025, con la liberazione degli ostaggi israeliani ancora in vita, porta davvero la firma della sua amministrazione, e l’intesa tra Armenia e Azerbaigian siglata alla Casa Bianca nell’agosto dello stesso anno è un risultato concreto. Ed è vero che la richiesta agli europei di spendere di più per la propria difesa non l’ha inventata Trump: già nel 2011 il segretario alla Difesa Robert Gates prospettava alla NATO un futuro «fosco, se non desolante», e nel 2016 Barack Obama confidava a «The Atlantic» che gli alleati «scrocconi» lo irritavano, arrivando ad avvertire David Cameron che la relazione speciale con Londra passava anche dal 2% del PIL speso per la difesa. Ma una tregua non fa una dottrina. Accordi isolati, fragili e ripetutamente violati non bilanciano una guerra aperta con l’Iran, una crisi venezuelana risolta con le forze speciali e un’Ucraina spinta a cedere territorio all’aggressore. E chiedere agli alleati di fare la propria parte è cosa ben diversa dal ricattarli con i dazi, minacciarli di abbandono e dettare loro da chi comprare le armi. La differenza tra un alleato esigente e un Prepotente sta tutta qui.
Per attuare una simile politica di pressione universale, il presidente si è circondato di esecutori fedeli, epurando i profili più moderati o più attenti al diritto internazionale. La critica ai suoi collaboratori più stretti nasce proprio da qui: invece di temperare l’impulso bellicoso e unilaterale del capo, lo amplificano. Il primo della fila è il vicepresidente JD Vance, ideologo del trumpismo e suo erede designato. Fu lui, alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco del febbraio 2025, a spiegare agli europei che la minaccia più grave per il continente non era la Russia né la Cina, ma «la minaccia dall’interno», mettendo sotto processo le democrazie europee sulla libertà di parola e incontrando, a pochi giorni dal voto tedesco, la leader dell’AfD Alice Weidel. Fu lui, due settimane dopo, a guidare nello Studio Ovale l’umiliazione pubblica di Volodymyr Zelensky, accusato davanti alle telecamere di non aver mai detto «grazie». E fu ancora lui, nella chat su Signal finita per errore sotto gli occhi di un giornalista, a scrivere di «odiare» l’idea di dover «salvare di nuovo l’Europa», ricevendo da Hegseth la risposta che riassume una dottrina: lo scroccare europeo è «patetico». Il Vance non interventista, che alla vigilia dei raid sull’Iran giurava che non ci sarebbe stata «nessuna possibilità» di un nuovo Iraq, e che lo stesso Trump ha descritto come «meno entusiasta» della guerra, si è poi allineato senza fiatare, fino a guidare la delegazione americana ai negoziati di Islamabad, conclusi senza alcun accordo. Più che un contrappeso, un megafono.
Il Segretario di Stato Marco Rubio, passato dall’essere uno dei più duri avversari di Trump alle primarie del 2016 a fedele interprete del suo populismo conservatore, e dal maggio 2025 anche consigliere per la Sicurezza nazionale ad interim, incarna la diplomazia del ricatto. Il suo mandato è segnato da una linea di scontro frontale con la Cina, in sintonia con la guerra dei dazi voluta dalla Casa Bianca, e da un’America Latina trattata come il cortile di casa: dall’inasprimento delle sanzioni ai raid contro le imbarcazioni accusate di narcotraffico nei Caraibi, fino all’operazione militare che il 3 gennaio 2026 ha portato alla cattura di Nicolás Maduro a Caracas. Con Rubio la diplomazia smette di essere uno spazio di mediazione multilaterale e si riduce a un ufficio notifiche delle pretese economiche e geopolitiche di Washington, dove i canali di dialogo storici vengono sacrificati sull’altare della fedeltà ideologica.
Al Pentagono, la nomina di Pete Hegseth segna la rottura più profonda con la tradizione istituzionale americana. Ex conduttore di Fox News e veterano della Guardia nazionale, Hegseth interpreta il proprio ruolo non con la prudenza strategica di un comandante di lungo corso, ma con la mentalità del guerriero culturale prestato alla geopolitica, al punto da fregiarsi del titolo di «Segretario alla Guerra» da quando, nel settembre 2025, un ordine esecutivo ha ribattezzato il dicastero «Dipartimento della Guerra». Ha portato le battaglie ideologiche e i risentimenti politici dentro i vertici delle forze armate, rimuovendo generali e ammiragli sgraditi, e ha declassato le alleanze difensive multilaterali. Già nel febbraio 2025, a Bruxelles, avvertiva gli alleati che la sicurezza europea non era più una priorità americana; da allora i suoi moniti suonano come un ultimatum: lo scudo statunitense non durerà per sempre se l’Europa non si piegherà ai dettami di spesa di Washington. Nelle mani di Hegseth la sicurezza collettiva scade a servizio di vigilanza privata da pagare sotto ricatto, e con essa si logora la credibilità stessa del principio di mutua difesa.
Questa gestione muscolare e umorale del potere ha avuto conseguenze pesanti per l’economia europea. Al vertice NATO dell’Aia, nel giugno 2025, gli alleati sono stati spinti ad accettare l’obiettivo di destinare alla difesa il 5% del PIL entro il 2035; un mese dopo, l’intesa commerciale siglata in Scozia tra Trump e Ursula von der Leyen ha fissato un dazio del 15% sulla gran parte delle merci europee, accompagnato dall’impegno ad acquistare energia americana per 750 miliardi di dollari, a investire negli Stati Uniti altri 600 miliardi e a comprare una «vasta quantità» di equipaggiamento militare americano, per un importo che, ammetteva lo stesso Trump, nessuno conosceva ancora. Il rischio, denunciato da più parti, è che i governi europei finiscano per sottrarre risorse vitali a welfare, sanità e istruzione per alimentare l’industria bellica d’oltreoceano. Il Vecchio Continente si ritrova così stretto in una morsa: da un lato i dazi sui beni industriali esportati, dall’altro l’obbligo di pagare per conservare una parvenza di protezione strategica. E ora, a stringere ulteriormente il cappio, il rincaro energetico provocato dalla guerra nel Golfo.
Di fronte a questo scenario, le cancellerie europee oscillano tra lo spiazzamento e l’allarme. Parigi ha preso nettamente le distanze dalla guerra all’Iran: Emmanuel Macron ha chiarito che la Francia non vi prende parte e, a fine marzo, il governo ha negato il proprio spazio aereo ai voli che trasportavano armi americane verso Israele, guadagnandosi da Trump un minaccioso «gli Stati Uniti se ne ricorderanno». Madrid ha chiuso cieli e basi agli aerei impegnati nei raid. A Berlino lo shock è innanzitutto industriale e strategico: già la sera della vittoria elettorale, nel febbraio 2025, Friedrich Merz indicava come priorità assoluta l’«indipendenza» dell’Europa dagli Stati Uniti, segno di una fiducia ormai incrinata nell’alleato americano. A Londra, il Regno Unito, che si è rifiutato di unirsi agli attacchi, si è sentito rispondere di andarsi a prendere il petrolio da solo a Hormuz: la «relazione speciale», un tempo asse portante dell’Occidente, è ridotta a un legame asimmetrico e imprevedibile. Perfino a Roma, dove il governo Meloni rivendica il ruolo di ponte privilegiato con Washington, l’imbarazzo è affiorato quando l’Italia ha negato ad aerei militari statunitensi l’atterraggio a Sigonella per mancanza delle autorizzazioni: il segnale di una crescente inquietudine in un Paese mediterraneo esposto più di altri all’instabilità dei traffici commerciali ed energetici.
Il punto di massima rottura riguarda però la guerra in Ucraina e l’inquietante rapporto di Trump con Vladimir Putin. Le grandi capitali europee hanno assistito con sbalordimento alle pressioni americane su Kiev perché accetti dolorose cessioni territoriali. Il candidato che prometteva di chiudere la guerra «in ventiquattro ore» è diventato il presidente che, tra il vertice in Alaska e piani di pace in decine di punti, chiede all’Ucraina di ritirarsi dalla parte del Donbas che Mosca non è riuscita a conquistare sul campo. Ancora a settembre l’inviato Jared Kushner indicava nel rifiuto di Kiev di cedere territori l’ostacolo principale all’accordo, come se il problema fosse l’aggredito e non l’aggressore. La deferenza esibita verso il Cremlino ha incrinato lo scudo su cui l’Europa fa affidamento dal 1949. Di fronte alla minaccia concreta di un disimpegno americano dal fianco orientale, le principali potenze europee si sono smarcate da Washington, rifiutandosi di legittimare l’aggressione russa e avviando, per la prima volta nella storia recente, piani formali per ridurre la propria dipendenza militare e tecnologica dagli Stati Uniti: dal piano ReArm Europe al programma SAFE, 150 miliardi di euro di prestiti destinati in larga parte a sistemi d’arma prodotti in Europa.
Le pretese sul Nobel per la Pace collidono così con una politica estera che ha stracciato trattati, colpito con i dazi i partner storici e sdoganato la minaccia militare come normale strumento negoziale. Gli uomini scelti per guidare questa macchina di potere non sono architetti di un nuovo ordine globale pacifico, ma guardiani di una dottrina transazionale in cui il diritto internazionale cede il passo alla forza bruta. La narrazione del Trump pacificatore resta una colossale operazione di propaganda, smentita dal sangue dei civili, dalla moltiplicazione dei raid e dalla metodica sottomissione degli alleati occidentali. A Oslo, venerdì scorso, lo hanno capito ancora una volta. A Washington, evidentemente, non ancora.
D.V.