Tir fermi, scaffali vuoti, soldi già promessi. Dopo una settimana di blocchi al Sud, il Governo ha visto le infiltrazioni ma non le tariffe. Cronaca di una crisi annunciata.

È bastata una settimana di Tir fermi ai caselli del Mezzogiorno per ricordarci una verità elementare, di quelle che la politica dei tagli del nastro preferisce seppellire sotto la retorica: quando i camion spengono il motore, un pezzo d’Italia scopre cosa significhi, in scala ridotta ma spaventosa, vivere in un’economia di razionamento.
Chi in questi giorni è entrato in un supermercato tra la Puglia, la Calabria e la Campania ha visto scene che associamo ad altri secoli: scaffali svuotati, banchi della frutta deserti, negozianti costretti a dire ai clienti di ripassare domani. Negli aeroporti di Crotone e Reggio Calabria il cherosene è stato razionato; in Campania la mozzarella di bufala ha smesso quasi di nascere, in Calabria gli industriali hanno avvertito che avrebbero dovuto fermare gli impianti. Poi l’onda è risalita fino al Lazio e alla Lombardia. È la fotografia di un Paese che affida alla gomma quasi tutte le merci che viaggiano via terra e che lavora senza magazzino, con il camion come unico scaffale: basta un granello di sabbia per far saltare l’intero ingranaggio della sussistenza. E il conto, come sempre, lo pagano per primi i più deboli: l’anziano che non trova il latte, il commerciante che chiude la cassa a zero, il bracciante che guarda marcire il raccolto.
Ma la vera domanda è un’altra: perché la rivolta è nata al Sud? Il gasolio non costa meno a Brescia che a Catania, le accise sono le stesse da Bolzano a Lampedusa, i pedaggi pure. Eppure la protesta è partita in Puglia e in Calabria e si è allargata a Sicilia, Basilicata, Campania e Molise, mentre al Nord, per ora, sono arrivati soltanto gli scaffali vuoti.
La risposta sta in una geografia che nessun decreto può cancellare e in un mercato che nessuno ha voluto regolare. A febbraio un litro di gasolio costava intorno a 1,70 euro; oggi ne costa 2,26: un terzo in più in otto mesi. Da Foggia a Milano ci sono settecento chilometri, da Catania più di milleduecento, Stretto compreso: ogni centesimo di rincaro alla pompa si moltiplica per quella distanza. A guidare quei camion sono spesso padroncini con uno o due mezzi, senza alcun potere contrattuale davanti alla grande distribuzione. E da quando, dopo una sentenza della Corte di giustizia europea del 2014, i costi minimi obbligatori sono stati sostituiti da «valori indicativi» che nessuno è tenuto a rispettare, la tariffa la decide chi è più forte. Al Sud, chi è più forte non è sempre chi è più bravo.
In questo mercato c’è infatti chi viaggia stabilmente sottocosto, con prezzi che sfidano la matematica e autisti pagati fuori da ogni contratto. Dove non arriva il margine lecito, arrivano l’evasione, il lavoro nero e, talvolta, i capitali delle organizzazioni mafiose, che usano i camion non per fare impresa ma per riciclare denaro e controllare le filiere. Non è un sospetto da bar: le inchieste sul mercato ortofrutticolo di Fondi, lo snodo del basso Lazio dove arriva la frutta del Sud, hanno documentato come Casalesi e uomini di Cosa Nostra si fossero spartiti il trasporto di frutta e verdura da e per la Sicilia. E un’impresa che non ha bisogno di guadagnare è un concorrente imbattibile. Così l’autotrasportatore onesto si ritrova schiacciato tra due presse: il gasolio che sale e una concorrenza drogata che gli toglie ogni margine. Quando la prima stringe, la seconda lo finisce.
Ed è qui che entra in scena il Governo, con la scoperta più tempestiva della stagione: le infiltrazioni. Il 21 ottobre il viceministro Edoardo Rixi ha detto di temere «infiltrazioni di bande organizzate che nulla hanno a che vedere con l’autotrasporto»; lo stesso giorno, alla Camera, il ministro Francesco Lollobrigida ha invitato a studiarsi «anche qualche casellario giudiziario» dei capi della protesta. L’indomani il Guardasigilli Carlo Nordio parlava di «probabili infiltrazioni criminali». Se e quanta criminalità ci sia sui blocchi lo stabiliranno i magistrati, che in Campania hanno avviato i primi accertamenti. Ma l’argomento è comodo: se chi protesta è un delinquente, non c’è bisogno di chiedersi perché un camionista onesto non arrivi più a fine mese. La criminalità più pericolosa, nell’autotrasporto del Sud, non sta sui blocchi stradali. Sta nelle tariffe, e ci sta da anni, senza che nessun ministro abbia mai pensato di controllare il casellario dei committenti.
Il resto è una sceneggiatura già vista. Prima l’immobilismo. Il caro gasolio non è una notizia di ottobre: già a maggio le associazioni avevano proclamato un fermo nazionale, sospeso a tre giorni dal via in cambio delle promesse di Palazzo Chigi, a cominciare da nuovi crediti d’imposta. Cinque mesi dopo, quei crediti per i rincari da marzo ad agosto erano ancora attesi, con oltre trentamila domande da smaltire. I 480 milioni sventolati come una conquista servono a pagare quelle: soldi rimasti fermi finché a fermarsi non sono stati i camion.
Poi la sufficienza. Il 16 ottobre, con i primi blocchi già in corso, Lollobrigida affidava a un post la sua sentenza: «bloccare le strade per impedire ai prodotti di essere distribuiti è un reato». Era vero, ed era tutto. Il primo incontro con la categoria si è tenuto solo dopo giorni di blocchi, con un annuncio di cifre più che di soluzioni, come chi convoca l’assemblea di condominio mentre la cucina va a fuoco. La presidente del Consiglio taceva. Quando ha parlato, il 22, è stato per dire che «questa non è protesta ma intimidazione». Su un punto ha ragione: tagliare le gomme ai camion dei colleghi non è lotta, è un reato. Ma chi governa da quattro anni non può limitarsi a fare il questore.
Infine la pseudo-soluzione. Consiglio dei ministri d’urgenza, decreto legge, annunci di «oltre un miliardo». Peccato che, come fatto notare da qualche attento osservatore, del miliardo annunciato 450 milioni fossero già dovuti e il resto arriverà soltanto dal 2027: i soldi davvero nuovi, nel decreto, sono poco più di cento milioni. Dentro c’è anche un obbligo di parametri minimi sul costo del carburante, almeno per i contratti non scritti: a dodici anni da quella sentenza, la tardiva ammissione che il mercato lasciato a sé stesso non funzionava. Agli autotrasportatori sono stati pagati soldi promessi da mesi, e il Governo l’ha chiamato salvataggio. Accanto alla carota di seconda mano, il bastone nuovo di zecca: oltre milletrecento persone identificate, soltanto in Campania, e il Garante degli scioperi che invoca la precettazione.
Ora che i blocchi sono stati tolti, il bilancio è presto fatto: il Governo ha spento un cerino dopo aver lasciato bruciare mezza casa. Ma l’importante, per Palazzo Chigi, è che l’elettore distratto veda il pompiere con il distintivo, senza accorgersi che è lo stesso tizio che ha lasciato aperta la bombola del gas. Il 27 ottobre si presenterà al tavolo con l’elmetto in testa. Resta da vedere se, questa volta, porterà anche l’acqua.
D.V.