Sabato scorso, 17 ottobre, a Roma, la Cgil ha riempito le strade di lavoratori, bandiere e richieste precise. A Milano, Torino e Bologna, nelle stesse ore, cortei nati contro il carovita sono stati travolti da una minoranza che ha trasformato le piazze in guerriglia, filmandola mentre la faceva. Due modi di stare in piazza nello stesso giorno: uno che chiedeva di essere ascoltato, l’altro che chiedeva soltanto di essere visto.

C’era una volta il dissenso. Radicale, ideologico, talvolta violento: ma portatore di una visione del mondo, di valori condivisibili o meno, di un progetto politico. Le cronache degli scontri di piazza parlavano di centri sociali, di frange anarchiche, di militanti mossi da un’ostilità dichiarata verso lo Stato e il capitalismo. Si poteva combatterli, e lo si doveva fare quando passavano alla violenza; ma si sapeva che cosa volevano. Quel sabato, accanto a loro, è comparso qualcosa di diverso: centinaia di ragazzini, molti dei quali minorenni, per cui il disordine non sembrava un mezzo, ma il fine. E la telecamera dello smartphone, il vero motore.
Cronaca di un sabato. A Milano, tra corso Vittorio Emanuele e San Babila, le vetrine sono state sfondate con mazze e sassi, e una folla ha cominciato a portare via la merce. In piazza Duomo e nelle vie intorno sono volate bottiglie, pietre e transenne contro la polizia, che ha risposto con lacrimogeni e idranti. I fermati sono stati una sessantina, circa la metà minorenni: ragazzi arrivati a piccoli gruppi dalle periferie, dall’hinterland, perfino da altre province. A Torino un corteo annunciato come «apolitico e apartitico» è finito nelle mani dei collettivi antagonisti, che gli organizzatori non sono riusciti a convincere a togliersi i cappucci; alla stazione di Porta Nuova un gruppo ha fatto irruzione nella libreria Feltrinelli e ha rovesciato a terra i libri. Dodici persone sono state bloccate, dieci delle quali minorenni, alcune con molotov, sampietrini e martelletti frangivetro. A Bologna, su circa tremila manifestanti, trecento incappucciati si sono staccati dal corteo e hanno puntato sulla stazione centrale, tra barricate, fuochi e lanci di oggetti: più di trenta tra poliziotti e carabinieri hanno avuto bisogno di cure. In tutto, secondo il primo bilancio delle questure, quasi cinquanta minorenni fermati in un solo pomeriggio.
La miccia digitale. La scintilla non è venuta da un partito né da un sindacato. È venuta da un hashtag, #ItaliaInPiazza, nato su Instagram il 4 ottobre come voce del «malcontento giovanile», rimbalzato soprattutto su TikTok, dove l’algoritmo premia ciò che accende le emozioni più forti, fino a convocare cortei in tredici città. E lo stesso sabato, in Francia, una mobilitazione nazionale contro il carovita si chiudeva con oltre milleduecento arresti, ottocentocinquantacinque soltanto a Parigi, un record per la capitale. Non un caso isolato: un contagio. Quindici anni fa, il 15 ottobre 2011, a Roma, chi diede fuoco a un blindato dei carabinieri voleva colpire un simbolo; oggi molti vogliono soprattutto essere ripresi mentre lo fanno. La vetrina infranta non è più il gesto estremo di una rabbia politica, ma un contenuto da montare e far girare: è il passaggio dalla violenza politica alla violenza estetica.
La causa c’era. È stata bruciata. Sarebbe comodo raccontare quei ragazzi come teppisti senza causa. Sarebbe anche falso. Le piazze di sabato erano state convocate contro i salari bassi, gli affitti alle stelle, il prezzo della benzina: problemi veri, che mordono più forte proprio nelle periferie da cui molti di quei giovanissimi venivano. Il punto non è che la protesta fosse vuota. Il punto è che una rabbia legittima è stata bruciata in pochi minuti per qualche migliaio di visualizzazioni. «Noi volevamo solo protestare contro il carovita, non doveva finire così», ha detto una delle organizzatrici di Torino. È la frase più amara della giornata: chi aveva una ragione l’ha vista sequestrare da chi aveva soltanto un telefono acceso. E il conto lo paga anche il dissenso legittimo, perché ogni vetrina rotta diventa un argomento per chi vorrebbe piazze più vuote e silenziose.
Domenica, il bis. Ventiquattr’ore dopo, a Milano, è andata peggio. Nel pomeriggio gruppi di ragazzini si sono dati appuntamento in San Babila e da lì hanno dilagato in via Torino, in piazza Duomo, in corso Vittorio Emanuele, fino a Cordusio, al Castello e a corso Garibaldi. Incappucciati, vestiti di nero, hanno sfondato e saccheggiato a mani basse Foot Locker, Under Armour, Levi’s, Decathlon, un negozio Vodafone, perfino un supermercato Carrefour, e hanno continuato a colpire gli agenti con sassi e petardi, fra lacrimogeni e idranti. Il bilancio diffuso lunedì parla di 271 persone accompagnate in questura, 220 delle quali minorenni, alcune di appena dodici o tredici anni; 32 gli arresti, 14 gli agenti feriti. E tra i fermati c’erano diversi ragazzi già identificati il giorno prima. Se sabato la causa c’era ed è stata bruciata, domenica non era rimasta nemmeno la cenere: soltanto il saccheggio. E uno Stato che ti ferma il sabato e ti ritrova in piazza la domenica non ha impartito una lezione: ha concesso una replica. Lunedì la presidente del Consiglio ha riunito a Palazzo Chigi un vertice sull’ordine pubblico, e il governo annuncia un decreto: tra le misure allo studio, l’arresto obbligatorio per chi devasta durante le manifestazioni e un fermo preventivo più lungo.
Chi doveva vedere? C’è poi una domanda che il vertice di Palazzo Chigi non può eludere: chi doveva vedere, e non ha visto? Alla vigilia la questura di Milano era informata della convocazione sui social, e non la considerava preoccupante. Due giorni dopo, con 271 persone portate in questura, nella riunione di governo il fenomeno è stato descritto come complesso, con aspetti nuovi e cause ancora da chiarire. Eppure, nella relazione presentata al Parlamento lo scorso marzo, la nostra intelligence scriveva che la radicalizzazione online e gli strumenti digitali «aumentano in modo significativo il potenziale di danno di singoli individui o gruppi», anche senza strutture organizzate alle spalle. Era la descrizione esatta di quello che è accaduto. La diagnosi, dunque, c’era. Quello che è mancato è il passaggio dalla relazione al territorio: dall’analisi scritta per il Parlamento all’allarme che arriva in questura la sera prima. E allora le domande vanno poste ai servizi di sicurezza interna, con il rispetto che si deve a chi lavora nell’ombra per proteggerci, ma senza reticenze. Quella diagnosi è diventata monitoraggio, procedure, allerte operative? Hanno valutato in concreto il rischio di rivolte giovanili convocate con un hashtag, senza capi, senza sigle, senza sedi da sorvegliare? Oppure i loro strumenti sono rimasti tarati sulle minacce di ieri, il terrorismo organizzato, l’antagonismo dei centri sociali, le cellule da infiltrare, mentre la minaccia di oggi corre su TikTok e si organizza in un pomeriggio? Un’intelligence che sa descrivere un algoritmo in una relazione, ma continua a sorvegliare soltanto gli organigrammi, rischia di arrivare sempre il giorno dopo.
Né alibi né scorciatoie. Davanti a fatti del genere la politica tende a dividersi in due riflessi, entrambi pigri. Il primo è il sociologismo d’accatto, che trasforma ogni sampietrino in un sintomo di «disagio» e ogni responsabilità in una colpa della società. Il secondo è la condanna di comodo, che liquida tutto come teppismo o «marciume» e chiude la questione con qualche fermo e un comunicato. Entrambi assolvono qualcuno. Il primo assolve chi ha lanciato la pietra; il secondo assolve chi, per anni, ha lasciato le periferie senza scuole aperte di pomeriggio, senza centri di aggregazione, senza adulti capaci di offrire ai ragazzi qualcosa di più interessante di uno schermo. Il disagio esiste, ma non è un alibi. La responsabilità è personale, ma non è solo loro.
Dove sono le famiglie? Davanti a duecentoventi minorenni accompagnati in questura, alcuni con meno di quattordici anni e dunque, per la legge, non imputabili, la domanda va fatta senza giri di parole: dove sono le famiglie? Dov’erano i genitori di un tredicenne che una domenica pomeriggio esce di casa vestito di nero, con il volto coperto, e rientra, se rientra, con le scarpe prese da una vetrina sfondata? Non c’è sociologia che tenga: c’è una responsabilità educativa abdicata. E la legge, a saperla usare, non è disarmata. L’articolo 2048 del codice civile rende i genitori responsabili dei danni causati dai figli minori: ogni vetrina, ogni scaffale, ogni euro di merce rubata va chiesto a loro, fino all’ultimo. Il decreto Caivano consente al questore di convocare con almeno un genitore anche i ragazzi tra i dodici e i quattordici anni, con una sanzione per i genitori, a meno che dimostrino di non aver potuto impedire il fatto, e di vietare ai maggiori di quattordici anni l’accesso alle zone dove hanno colpito. Per chi è imputabile, fermo e custodia cautelare sono oggi più facili di ieri. Il governo prepara un nuovo decreto, e si vedrà che cosa conterrà. Ma l’esperienza di questi anni insegna che le leggi scritte sull’onda dell’emotività riempiono le pagine dei giornali più delle aule dei tribunali: prima di inventarne di nuove, si applichino con rigore e in fretta quelle che ci sono.
La prova dell’integrazione. Diverse cronache descrivono molti di quei ragazzi come figli di immigrati, cresciuti nelle periferie e nell’hinterland. Dei 271 accompagnati in questura, 60 sono stranieri: gli altri sono italiani, e tra loro, a quanto risulta, non pochi figli dell’immigrazione. Se il quadro sarà confermato, va detto senza ipocrisie: è il segno di un’integrazione fallita, e ripensarla è un dovere, non un tabù. Ma chi invoca le espulsioni come risposta deve sapere di che cosa parla. La gran parte di questi ragazzi è cittadina italiana, e un cittadino non si espelle. Quanto agli stranieri, quelli minorenni non possono essere espulsi: il Testo unico sull’immigrazione lo vieta, salvo casi eccezionali di ordine pubblico disposti dal Tribunale per i minorenni. Per gli adulti stranieri condannati per reati violenti, invece, l’espulsione esiste già, e va applicata senza indulgenze. Il problema dei ragazzi nati qui non si risolve rispedendoli in Paesi che non hanno mai visto. Si risolve smettendo di farli crescere in un Paese che non li ha mai visti: scuole che li perdono a quindici anni, quartieri senza servizi, famiglie lasciate sole o che si sono lasciate andare. L’integrazione non è buonismo: è ordine pubblico preventivo. E il prezzo del suo fallimento, domenica, lo hanno pagato i commercianti del centro di Milano.
Che cosa fare. Alla fermezza va affiancata la lucidità. Vuol dire usare fino in fondo la messa alla prova che la giustizia minorile già offre: far riparare a chi ha devastato, far rimettere sugli scaffali i libri a chi li ha gettati a terra, vale più di mille prediche. Vuol dire pretendere dalle piattaforme ciò che le regole europee già impongono loro, cioè valutare e ridurre i rischi che i loro algoritmi creano per la sicurezza pubblica. E se proprio si vuole scrivere una norma nuova, la si scriva a mente fredda, e dove fa male davvero. Questi ragazzi hanno trasformato lo smartphone in un’arma e i social nel loro palcoscenico: il giudice minorile dovrebbe poter imporre, come misura cautelare o come condizione della messa alla prova, il divieto di accedere ai social network per mesi, una sorta di braccialetto elettronico applicato al telefono e al computer. Lo stesso decreto Caivano permette già al questore di vietare cellulari e dispositivi ai maggiori di quattordici anni destinatari di un avviso orale, e obbliga i produttori a installare di serie il controllo parentale. Si tratta di trasformare quell’eccezione in una pena ordinaria per chi devasta, affidandone la sorveglianza ai genitori, chiamati a risponderne in prima persona se il divieto viene aggirato. Non sarà facile farlo rispettare, e ogni limite alla libertà di espressione va calibrato con cautela. Ma a un ragazzo che ha devastato una città per un video, togliere il pubblico è la pena più comprensibile che esista. Infine, bisogna tornare nelle periferie non soltanto con le camionette, ma con le scuole, lo sport, il lavoro.
Di quel fine settimana resterà un’immagine più eloquente di tutte le altre: i libri della Feltrinelli di Porta Nuova rovesciati sul pavimento e calpestati, come fossero un ostacolo qualunque sulla strada verso l’inquadratura migliore. Nessuno, a Torino, ha bruciato libri, e sarebbe disonesto evocare roghi che non ci sono stati. Ma Heine aveva avvertito, due secoli fa, che là dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli uomini; e il disprezzo comincia sempre dal gesto più piccolo. Il vero fallimento, però, è un altro: non il fatto che dei giovani siano scesi in piazza, ma che nessuno abbia insegnato loro che cosa farne. Una società che lascia trasformare lo spazio pubblico in un palcoscenico per l’ego digitale dei propri figli non ha un problema di ordine pubblico. Ha rinunciato a educarli, e si condanna ad assistere, impotente, a uno spettacolo violento e senz’anima.
D.V.