Dal Contratto con gli Italiani di Berlusconi al bollo auto di Meloni, passando per il Trump Dividend: la storia si ripete, cambiano solo gli attori. Come la politica italiana — e ora anche quella americana — continua a scambiare i soldi dei contribuenti per voti, promettendo regali che i cittadini hanno già pagato con le proprie tasse.

Benvenuti al festival del “do ut des” legalizzato, quell’antica e nobilissima arte italica che consiste nel promettere la luna nel pozzo a ridosso delle urne. Il meccanismo è elementare, quasi commovente nella sua sfrontatezza: il governo di turno sfila i soldi dalle tasche dei contribuenti, ne trattiene una parte per le spese di gestione e poi, con il sorriso dei giorni migliori, restituisce qualche spicciolo spacciandolo per un generoso regalo del sovrano. L’obiettivo è immutabile: convincere l’elettore — affetto da memoria a breve termine cronica — a rinnovare la fiducia, o quanto meno a garantire un rinnovato potere per le successive legislature.
Non è un’invenzione dietrologica, né un vizio esclusivamente italico. Già nel 1975 l’economista americano William Nordhaus teorizzò il cosiddetto “ciclo economico politico” (political business cycle): la tendenza, osservata e misurata in ogni democrazia occidentale, dei governi di qualunque colore a gonfiare artificialmente spesa pubblica e benefici fiscali nei mesi che precedono un voto, salvo lasciare che il conto — inflazione, debito, tagli compensativi — si scarichi sui bilanci successivi, quando l’attenzione dell’elettorato si è già spenta. La particolarità italiana, come vedremo, non è l’esistenza del fenomeno, ma la sfrontatezza quasi liturgica con cui si ripete, identico, a ogni fine legislatura.
L’ultimo miracolo in ordine di tempo porta la firma di Giorgia Meloni. Con un tempismo che definire sospetto è un insulto all’intelligenza, l’Esecutivo ha appena annunciato in Consiglio dei Ministri l’esenzione dal bollo auto per il 2027. La misura, sbandierata come la cancellazione di una delle tasse più odiate sulla proprietà, riguarderà le vetture di piccola e media potenza fino a 80 kW e i motoveicoli, per un totale di circa 14,5 milioni di mezzi. Un’operazione mastodontica da 2,3 miliardi di euro. E guardate un po’ le coincidenze della matematica democratica: il 2027 è esattamente l’anno in cui scadrà la legislatura e si tornerà a votare per le elezioni politiche. La premier adotta la celebre dottrina Achille Lauro: prima ti do la scarpa sinistra con l’esenzione immediata, se mi voti poi ti darò la destra rendendo il taglio permanente. Peccato che in passato lei stessa liquidasse queste trovate come il classico fumo negli occhi da vecchia politica della Prima Repubblica.
Ed è la signora Presidente del Consiglio, va detto per onestà, ad aver tracciato lei stessa il parallelo storico, nella conferenza stampa di ieri: «Lo schema ricalca quello che un altro governo di centrodestra, di cui ho fatto parte, ha usato per la casa», ha dichiarato — un riferimento neppure troppo velato all’abolizione dell’ICI promessa da Berlusconi nel 2006. Un’ammissione che rende superfluo ogni sforzo dietrologico: il gioco delle parti, questa volta, lo conferma lei stessa.
Ma la nostra premier è solo l’ultima epigona di una gloriosa stirpe di prestigiatori della spesa pubblica. Negli ultimi trent’anni, la Seconda e la Terza Repubblica si sono fondate su un unico, incrollabile pilastro: il mercato del voto finanziato a deficit. Rinfreschiamoci la memoria con i precedenti più illustri.
I precedenti storici in Italia
2001: Berlusconi e l’epopea del “Contratto con gli Italiani”
Nel maggio 2001, Silvio Berlusconi si presenta nel salotto compiacente di Bruno Vespa a Porta a Porta e firma l’immortale “Contratto con gli Italiani”. Tra le promesse solenni incise su quel foglio di compensato c’è l’innalzamento delle pensioni minime a un milione di lire al mese per tutti e l’abbattimento drastico delle aliquote fiscali. Vinse le elezioni sull’onda di quel colpo mediatico. L’assegno da un milione arrivò solo a una platea ristrettissima di pensionati a causa dei paletti burocratici inseriti successivamente, mentre l’unica cosa strutturale lasciata ai posteri fu il buco nei conti pubblici generato dai condoni fiscali allegati alla manovra.
All’epoca della Prima Repubblica, gli alleati e gli avversari della coalizione si scontrarono duramente su questa promessa: da un lato la Lega Nord di Umberto Bossi la difendeva come “giustizia sociale”, dall’altro i tecnici dell’opposizione di centrosinistra la liquidavano come un colossale bluff contabile privo di coperture reali, volto esclusivamente a rastrellare i voti degli anziani negli ultimi giorni di campagna elettorale. Il buco finanziario che ne seguì confermò la natura puramente elettorale dell’accordo, svelando la totale assenza di coperture strutturali nei documenti economici degli anni successivi.
2006: il Cavaliere e il colpo di teatro dell’ICI
Aprile 2006, ultimo duello televisivo prima del voto tra Silvio Berlusconi e Romano Prodi. Mancano pochi minuti alla fine della trasmissione e Prodi ha già esaurito il suo tempo a disposizione. Il Cavaliere, da consumato venditore di tappeti, spara la bomba in diretta televisiva senza possibilità di replica: “Se vinciamo noi, aboliremo l’ICI sulla prima casa”. Una mossa disperata che per poco non ribalta i sondaggi, portando la coalizione di centrodestra a un millimetrico pareggio. Quella promessa divenne realtà nel 2008, privando i Comuni di circa 4 miliardi di euro di entrate autonome. Una voragine nei bilanci municipali che costrinse i governi successivi a inventarsi prima l’IMU, poi la TASI e infine tutta l’allegra enciclopedia delle tasse sugli immobili per evitare il dissesto degli enti locali.
2014: Renzi e l’assegno degli “80 Euro”
Maggio 2014, mancano pochissime settimane alle elezioni europee. Al governo c’è il “rottamatore” Matteo Renzi, che decide di rottamare direttamente la prudenza di bilancio dello Stato. Si inventa il famigerato bonus degli 80 euro in busta paga per i lavoratori dipendenti con redditi medio-bassi. Un’operazione da circa 10 miliardi di euro all’anno che garantisce al Partito Democratico uno storico e mai più ripetuto 40,8% alle urne. Il risveglio per i contribuenti è però drammatico: l’anno successivo, migliaia di quegli stessi lavoratori si vedono chiedere gli 80 euro indietro nel 730 con tanto di sanzioni, perché il calcolo del reddito complessivo aveva superato, anche solo di pochi spiccioli, il rigido tetto massimo previsto dalla legge. Una mancia di Stato dotata di elastico.
Il provvedimento scatenò una durissima reazione bipartisan. A destra, le forze di opposizione guidate da Forza Italia e dai neonati movimenti sovranisti attaccarono Renzi accusandolo di usare il Tesoro pubblico come un bancomat privato del suo partito, parlando apertamente di mancia elettorale priva di visione economica. Sul fronte opposto, la sinistra radicale contestò la misura perché escludeva gli incapienti, i disoccupati e le partite IVA, bollandola come un’operazione clientelare mirata esclusivamente a consolidare il consenso del ceto medio impiegatizio a scapito degli strati sociali più poveri e dimenticati del Paese.
2018: Gentiloni e il Bonus Cultura dei diciottenni
Alla vigilia delle elezioni politiche del marzo 2018, il governo guidato da Paolo Gentiloni decide che per convincere i giovani a guardare con simpatia la maggioranza uscente non servono investimenti strutturali nelle università o politiche attive del lavoro. Molto meglio una rinfrescata al Bonus Cultura da 500 euro (18app) per i neo-maggiorenni, esteso d’urgenza anche ai ragazzi nati nel 1999. Cinquecento euro distribuiti a pioggia senza alcun criterio di reddito o ISEE per comprare libri, concerti o biglietti del cinema. I ragazzi hanno incassato ringraziando, dopodiché si sono recati in massa alle urne per votare i partiti d’opposizione, infliggendo al Partito Democratico il peggior risultato della sua storia. Quando si dice l’ingratitudine dell’elettore.
Il Bonus Cultura finì immediatamente nel mirino del centrodestra. Gli esponenti dell’opposizione definirono lo stanziamento una “mancia immorale” per comprare la benevolenza dei diciottenni al loro primo voto, una sorta di riedizione in chiave digitale delle vecchie pratiche clientelari democristiane. Anche i sindacati della scuola e diverse associazioni studentesche criticarono la misura, evidenziando come i 500 euro a pioggia non risolvessero il problema strutturale del caro-libri o della dispersione scolastica, ma servissero solo come spot propagandistico da spendere negli ultimi talk show prima del silenzio elettorale.
2019: il Governo Conte I e la maieutica del “Decretone” d’oro
All’inizio del 2019, l’aria delle elezioni europee di maggio inizia a farsi sentire e la strana coppia formata da Luigi Di Maio e Matteo Salvini — sotto la regia formale dell’allora “avvocato del popolo” Giuseppe Conte — si rende conto che i rispettivi elettorati presentano il conto delle promesse populiste. Nasce così l’epopea del mastodontico “decretone”, un vero e proprio accordo transattivo spacciato per contratto di governo, che racchiude contemporaneamente il Reddito di Cittadinanza e Quota 100. Si tratta di una manovra da oltre 20 miliardi di euro interamente finanziata a deficit, gettata sul tavolo con una fretta e una foga parlamentare senza precedenti.
Il contesto politico di quei mesi è un palcoscenico surreale: da una parte il Movimento 5 Stelle, terrorizzato dal calo nei sondaggi, ha un disperato bisogno di sventare l’accusa di inazione calando l’asso del sussidio universale per blindare il Sud; dall’altra la Lega ha la necessità assoluta di dare in pasto alle partite IVA e ai lavoratori del Nord lo smantellamento della legge Fornero prima di aprire la campagna elettorale per Bruxelles.
Il dibattito che ne seguì fu uno scontro totale che lacerò i palazzi della politica e le cancellerie europee. Le opposizioni di centrosinistra e i tecnici di via XX Settembre avvertirono inutilmente che stavano ipotecando il futuro dei giovani per finanziare una colossale operazione di propaganda a termine. Quota 100 fu duramente contestata dagli economisti per l’assoluta insostenibilità contabile e per aver creato un disastroso “scalone” pensionistico, mentre il Reddito di Cittadinanza fu accusato di essere una misura puramente assistenziale slegata da qualunque reale inserimento nel mondo del lavoro, utile solo a fidelizzare milioni di beneficiari in vista del voto. Salvini capitalizzerà l’operazione volando al 34% alle Europee, lasciando però all’Inps un’eredità di conti devastati e una voragine di bilancio con cui i governi successivi fanno ancora i conti.
2022: Draghi, i Bonus Edilizi e il “Bonus 200 Euro”
Persino l’esecutivo guidato da Mario Draghi non ha saputo resistere al richiamo della foresta preelettorale. Nell’estate del 2022, con lo spettro delle urne anticipate a settembre, viene varato il Decreto Aiuti che introduce il Bonus 200 euro una tantum per circa 30 milioni di lavoratori e pensionati contro il caro vita. Una goccia nel mare dell’inflazione galoppante, distribuita in fretta e furia sui conti correnti degli italiani a ridosso del voto estivo. Una mancia che non ha salvato la coalizione che sosteneva l’ex banchiere centrale, confermando la regola aurea: se c’è una scheda elettorale da compilare, c’è un bonifico pubblico in arrivo.
Il provvedimento fu accolto con gelo sia dalla Confindustria sia dai partiti che si preparavano alla campagna elettorale. I leader della destra, pur votando il decreto in Parlamento per non inimicarsi l’elettorato, denunciarono nei comizi la natura effimera del bonus, etichettandolo come l’ennesimo “aiuto a pioggia” tipico dei governi tecnici che non affrontava i nodi strutturali del costo dell’energia e della perdita del potere d’acquisto dei salari. A sinistra, le critiche si concentrarono sulla totale assenza di progressività fiscale della misura, che distribuiva la stessa cifra al manager pubblico e all’operaio precario, sacrificando l’equità sociale sull’altare dell’urgenza elettorale.
Globalizzazione del do ut des: il miraggio dell’assegno universale
Se pensavamo che i nostri politici nostrani fossero dei maestri insuperabili in questa compravendita del consenso, il panorama internazionale ci dimostra che la tentazione di comprare i voti non ha confini geopolitici. Il meccanismo del do ut des elettorale si è pienamente globalizzato e ha toccato picchi di sfrontatezza inimmaginabili nelle recenti campagne elettorali oltreoceano, dove la promessa di un assegno cash da ben 5.000 dollari a ogni singolo cittadino adulto ha ridefinito le regole della democrazia-spettacolo.
Questa colossale mancia collettiva, legata alla condizionalità esplicita di mantenere il controllo del Congresso — Camera dei Rappresentanti e Senato — alle elezioni di midterm, richiederebbe una mobilitazione di risorse superiore ai 1.200 miliardi di dollari. Una cifra astronomica, giustificata dai proponenti con fumose e irrealistiche coperture basate su miracolosi dazi doganali, che ha fatto inorridire persino gli economisti più ortodossi. Le opposizioni hanno gioco facile nel definirla una gigantesca tangente elettorale legalizzata, ma la verità è più profonda: si tratta della definitiva trasformazione dello Stato in un’azienda di vendita per corrispondenza, dove l’elettore non è più un cittadino consapevole ma un cliente da liquidare con un dividendo fittizio prima del voto.
Le memorie selettive: il passato censurato dell’attuale Governo
Il cortocircuito definitivo si compie quando si riavvolge il nastro delle dichiarazioni pubbliche. Gli stessi esponenti politici che oggi difendono l’esenzione del bollo auto come un atto di giustizia sociale in favore delle famiglie, sono gli stessi che dalle barricate dell’opposizione lanciavano anatemi contro la politica dei bonus. Il campionario dell’incoerenza è vasto e documentato.
Nel 2015, ospite nei talk show televisivi, l’allora deputata Giorgia Meloni stroncava senza appello gli 80 euro di Matteo Renzi. Le sue parole dell’epoca non lasciavano spazio a sfumature: la misura veniva liquidata come una vera e propria marchetta elettorale, un’operazione da Prima Repubblica ideata per fidelizzare una parte dell’elettorato durante la campagna delle Europee. Secondo la futura premier, distribuire mance temporanee significava gettare fumo negli occhi dei cittadini anziché tagliare le tasse in modo strutturale.
Ma la storia, si sa, ha il vizio di ripetersi proprio quando meno lo si aspetta. Ad aprile 2024, a due mesi esatti dalle elezioni europee, la stessa Meloni — ormai alla guida del Paese — ha varato un proprio bonus da 80 euro in tredicesima, identico nell’importo e vicinissimo nel tempismo a quello che un decennio prima aveva bollato senza appello. La CGIL non si è fatta pregare, ribattezzandolo immediatamente una «mancetta elettorale»; persino Matteo Renzi, con malcelato compiacimento, ha rivendicato su X la paternità della formula, sottolineando come il suo bonus fosse mensile e strutturale, mentre quello di Meloni restava una tantum e riservato ai soli redditi più bassi. Il copione, insomma, non cambia: cambia solo chi lo recita.
Sulla stessa linea si schieravano i principali esponenti di Fratelli d’Italia e della Lega. Durante l’esame dei decreti sui bonus cultura ed edilizi, i capigruppo della destra accusavano i governi a guida PD e l’esecutivo Draghi di drogare l’economia con sussidi a termine. Sostenevano con veemenza che i soldi dei contribuenti non dovessero essere usati come mance preelettorali per puntellare i consensi dei partiti di governo, ma investiti in riforme fiscali complessive. Oggi, con lo stanziamento di 2,3 miliardi di euro congelati appositamente per l’anno del voto del 2027, quella severità teorica è svanita, sostituita dalla medesima logica transattiva che un tempo veniva denunciata come il male assoluto della politica italiana.
Il rebus coperture: chi paga il conto del bollo auto 2027?
L’euforia per l’esenzione del bollo auto svanisce non appena si prova a leggere la nota spese. Il governo ha promesso che la misura non graverà sulle casse regionali. Palazzo Chigi assicura infatti un fondo di compensazione statale per reintegrare i 2,3 miliardi di euro che verranno a mancare ai bilanci delle Regioni, per le quali la tassa automobilistica rappresenta storicamente benzina vitale per i servizi sul territorio. Tuttavia, in un Paese che naviga sotto la stretta sorveglianza del Patto di Stabilità europeo e con i conti costantemente monitorati da Bruxelles, i miracoli contabili non sono ammessi ed è qui che si palesa il trucco.
La realtà finanziaria svela che le coperture di questa mossa si basano in gran parte sui risparmi di spesa derivanti dalla rimodulazione dei fondi legati al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Questo significa che lo Stato, per girare i miliardi necessari a compensare le Regioni del mancato incasso del bollo, sottrarrà risorse cruciali ad altri capitoli della spesa pubblica. Il rischio concreto, già denunciato dai governatori locali, è che il miliardario buco venga ripianato decurtando i trasferimenti ordinari per il trasporto pubblico locale o tagliando ulteriormente i fondi per la sanità, innescando una pericolosa dinamica in cui il cittadino risparmia poche decine di euro dal tabaccaio ma si ritrova ospedali sguarniti e meno treni per i pendolari.
A questo si aggiunge l’incrocio perverso con le politiche tariffarie sui carburanti, dove la progressiva riduzione degli sconti statali sulle accise rischia di azzerare i benefici del provvedimento. In pratica, quello che l’automobilista non paga una volta all’anno per la tassa di possesso, rischia di restituirlo allo Stato con gli interessi ogni singola settimana direttamente alla pompa di benzina. Trattandosi di una misura pensata esclusivamente per blindare la fine della legislatura, l’impatto reale si scaricherà interamente sui bilanci degli anni successivi, obbligando chiunque siederà al governo dal 2028 a fare i conti con una voragine strutturale. Il capolavoro del do ut des si compie così: l’esecutivo incassa i voti subito, mentre il conto in rosso lo pagheranno i contribuenti domani.
Cambiano le facce, cambiano i palcoscenici, ma il copione è identico. Ci dicono che ci stanno “regalando” qualcosa, nascondendo il piccolo dettaglio che quel regalo lo abbiamo già pagato noi con i nostri stessi soldi. Buon voto a tutti.
D.V.