Dal collasso di un ghiacciaio in Nepal al Perito Moreno che cede in Patagonia, fino alle Alpi che si spengono sotto i nostri occhi: la fotografia di un pianeta che si scioglie più in fretta di quanto riusciamo a correre ai ripari.

«Le grandi montagne hanno il valore degli uomini che le salgono, altrimenti non sarebbero altro che un cumulo di sassi.» — Walter Bonatti
Questa riflessione di Walter Bonatti, straordinario scalatore ed esploratore, risuona oggi con un’eco quasi profetica. Nel 1956, Bonatti compì una leggendaria e pionieristica traversata delle Alpi, un’impresa epica su nevi e ghiacci perenni che oggi, a causa del collasso climatico, sarebbe assolutamente irripetibile. Quell’immensa distesa bianca si è frammentata, indebolita e, in gran parte, cancellata: le montagne che un tempo erano scolpite dal ghiaccio rischiano oggi di ridursi, letteralmente, a quei “cumuli di sassi” di cui parlava Bonatti. La montagna sta cambiando pelle a una velocità spaventosa sotto i colpi del cambiamento climatico e del riscaldamento globale, trasformandosi da paradiso dell’esplorazione a teatro di catastrofi globali.
Chi scrive, da montanaro tardivo qual è, coltiva da tempo l’aspirazione di salire sul Monte Rosa fino alla Capanna Margherita, il rifugio più alto d’Europa, per sfiorare con lo sguardo quegli stessi pezzi di cielo e di mondo che Bonatti scrutò tante volte da quote simili. È un progetto che, per scarsa prontezza organizzativa più che per mancanza di volontà, resta ancora una volta nella lista delle cose da fare per l’anno venturo — un rimando che, alla luce di quanto raccontano queste righe, inizia però a somigliare pericolosamente a una scommessa contro il tempo.
Un pianeta che non riesce più a raffreddarsi
I climatologi ci informano che i cicli climatici naturali si sovrappongono al trend di fondo, amplificandone o attenuandone gli effetti: se le fasi di La Niña tendono a raffreddare temporaneamente alcune aree del pianeta, l’attuale El Niño — che secondo i dati del NOAA si sta manifestando con drammatica intensità quest’anno — agisce all’opposto, come un acceleratore incendiario.
Il crollo del Nepal
La dimostrazione più recente e drammatica di questa fragilità arriva dalla catastrofe che ha colpito il Nepal alla fine di agosto 2026. Il collasso improvviso di una massiccia porzione del ghiacciaio sul monte Langtang Lirung ha provocato una devastante valanga di ghiaccio e roccia. I glaciologi che hanno analizzato l’evento parlano di una “rock-ice avalanche”, innescata dal cedimento congiunto di roccia e permafrost oltre i 5.000 metri di quota. La colata ha sbarrato i fiumi al confine con la Cina e innescato un’apocalittica alluvione lampo, lasciando dietro di sé oltre mille vittime e quasi quattromila dispersi.
Un dramma globale
Questo dramma non è isolato, ma si inserisce in un quadro internazionale sconvolgente, in cui lo stesso copione — perdita di massa, accelerazione recente, rischio di collasso improvviso — si ripete su ogni continente, cambiando solo la scala e il paesaggio. Al Polo Nord, i climatologi ci informano che la banchisa polare artica si sta assottigliando a ritmi senza precedenti, riducendo l’effetto albedo e accelerando ulteriormente il riscaldamento degli oceani. Ma quello stesso scioglimento sta aprendo, paradossalmente, nuove rotte di navigazione e l’accesso a giacimenti di terre rare, petrolio e gas prima sepolti sotto i ghiacci: una prospettiva che fa gola a più di una cancelleria, e che sta già riscrivendo silenziosamente le mappe degli interessi geopolitici nell’estremo Nord. È forse il paradosso più amaro del collasso climatico: la stessa fusione dei ghiacci che dovrebbe allarmarci conviene, e non poco, a chi vede nell’Artico che si apre una nuova frontiera da spartirsi, alimentando gli stessi interessi economici che rallentano, anziché accelerare, la transizione ecologica necessaria a fermare il fenomeno — un cortocircuito su cui sarà bene tornare quando si parlerà di soluzioni.
Dall’altra parte del mondo, al Polo Sud, continuano a registrarsi distacchi ripetuti di iceberg colossali, grandi quanto intere aree metropolitane, segno che le piattaforme glaciali australi stanno perdendo stabilità strutturale. In Africa, i glaciologi ci allertano che gli ultimi ghiacciai del continente — sul Kilimangiaro, sul Monte Kenya e sulla catena del Rwenzori — hanno già perso oltre l’80% della loro superficie storica rispetto ai primi rilevamenti del 1912, e sono destinati a scomparire del tutto entro il 2040.
In Patagonia, il quadro si è aggravato in modo particolarmente istruttivo. Per decenni il celebre Perito Moreno aveva rappresentato una rara eccezione di stabilità rispetto al collasso generale dei ghiacciai vicini. A partire dal 2019, però, uno studio pubblicato sulla rivista Communications Earth & Environment ha rilevato un assottigliamento improvviso e sedici volte più rapido rispetto al ventennio precedente, culminato nel 2025 con il ritiro frontale più marcato mai registrato dal 1997 (385 metri in un solo anno). Nello stesso periodo, i vicini ghiacciai Upsala e Jorge Montt — da tempo meno fortunati del Perito Moreno — hanno continuato a patire un arretramento orizzontale di centinaia di metri l’anno, con punte di assottigliamento verticale, nel caso dello Jorge Montt, fino a 21 metri l’anno, secondo i dati della letteratura glaciologica specializzata. Persino nel cuore dell’Europa il quadro è spaventoso: il 28 maggio 2025, il crollo di un’imponente sezione del ghiacciaio del Birch, sopra il villaggio di Blatten, nella valle svizzera di Lötschental, ha sepolto per il 90% l’abitato sottostante — evacuato in tempo, salvo un disperso — in quella che i sismologi elvetici hanno definito il più grande movimento di massa mai registrato nel Paese. Un episodio che gli scienziati indicano come anticipazione di ciò che potrebbe attendere l’intero arco alpino nella sua fase terminale.
L’Italia che si scioglie
In Italia la situazione è, se possibile, ancora più visibile e desolante. Il Comitato Glaciologico Italiano indica come simbolo del declino appenninico il destino del Ghiacciaio del Calderone, sul Gran Sasso, il corpo glaciale più a sud d’Europa: nel 2019 è stato ufficialmente declassato a “glacionevato”, perdendo la sua stessa natura tecnica di ghiacciaio vivo, e oggi sopravvive come un residuo frammentato coperto di detriti, la cui sopravvivenza dipende ormai da annate eccezionalmente nevose più che da un reale equilibrio climatico.
Spostando lo sguardo sulle Alpi, la ferita del drammatico crollo della Marmolada nel luglio del 2022 resta indelebile. È stato il tragico battesimo di una nuova era, in cui i ghiacciai non si limitano a ritirarsi, ma esplodono a causa dell’acqua liquida intrappolata nelle loro pance surriscaldate: quel ghiacciaio, il più esteso delle Dolomiti, ha perso il 70% della sua superficie e l’85% del volume dal 1905 a oggi. Secondo l’ultimo Inventario Glaciologico Italiano, realizzato congiuntamente dal CNR e dal Comitato Glaciologico Italiano, in Italia si contano oggi 872 ghiacciai, per lo più frammentati e di piccole dimensioni, che negli ultimi 70 anni hanno perso complessivamente oltre il 30% della loro superficie: i corpi minori, in particolare, si stanno riducendo a distese nere coperte di polvere e sassi, destinate a scomparire nel giro di pochi anni. Anche i giganti storici, come il Ghiacciaio dei Forni, arretrano a ritmi spaventosi perdendo centimetri di spessore ogni giorno. Solo pochissimi apparati ad altissima quota, come quelli del massiccio del Monte Bianco, riescono parzialmente a resistere, ma gli esperti stimano che la loro autonomia non supererà un paio di decenni o poco più.
Il conto che pagheremo
L’errore più grave che si possa commettere è pensare che lo scioglimento dei ghiacci sia una questione puramente estetica o naturalistica d’alta quota. Le conseguenze più pesanti si pagano a valle, dove il ghiaccio funge da insostituibile regolatore idrico durante le stagioni calde. Inizialmente, la fusione accelerata può creare l’illusione di una grande disponibilità d’acqua nei torrenti. In realtà, si tratta del drammatico “canto del cigno” di una riserva fossile che si sta esaurendo: un debito idrico permanente che pagheremo a caro prezzo. Una volta scomparso il ghiacciaio, i fiumi alpini — e di riflesso il bacino del Po — perderanno la loro alimentazione estiva per sempre, trasformandosi in corsi d’acqua stagionali e torrentizi, con lunghi periodi di secca alternati ad alluvioni lampo.
Questo deficit idrico colpisce direttamente il cuore della nostra sicurezza energetica: le centrali idroelettriche. Senza la spinta costante dell’acqua di fusione estiva, i bacini artificiali d’alta quota non riescono a riempirsi a sufficienza. Il risultato è un crollo verticale della produzione di energia pulita e una minore disponibilità di elettricità proprio nei mesi caldi, quando la domanda tocca i massimi storici a causa dei condizionatori.
Cosa si può ancora fare
Di fronte a questa agonia, l’uomo tenta risposte disperate — ma è bene essere onesti: nessuna di queste può “fermare” lo scioglimento di un ghiacciaio già in agonia, perché il ghiaccio perso in decenni di riscaldamento non torna indietro nel breve periodo. La leva che conta davvero resta il taglio delle emissioni globali di CO2 e metano, insieme alla riduzione del cosiddetto black carbon — la fuliggine che, depositandosi sulla neve, ne riduce l’effetto albedo e ne accelera lo scioglimento, con benefici quasi immediati una volta ridotta. Sulle Alpi si moltiplicano intanto i tentativi di mitigazione locale, come la copertura dei ghiacciai turistici con teli geotessili bianchi, utili a tamponare il danno su scala ridottissima ma incapaci di salvare interi ecosistemi dal riscaldamento globale. Un’altra strada percorribile, sempre sul fronte dell’acqua più che su quello del ghiaccio, è il potenziamento di una rete capillare di piccoli invasi e laghi artificiali di alta quota, capaci di raccogliere l’acqua di disgelo e le piogge invernali per rilasciarla gradualmente nei mesi estivi di magra. Non si tratta di “far ricrescere” i ghiacciai — un’illusione che la scienza non permette — ma di replicarne artificialmente la funzione più preziosa, quella di serbatoio naturale che regola il flusso dei fiumi. Esperimenti come gli “ice stupas” himalayani, coni di ghiaccio creati incanalando i torrenti invernali per poi rilasciarli lentamente in primavera, dimostrano che è possibile, su scala limitata, guadagnare qualche anno prezioso di sicurezza idrica anche dove il ghiaccio naturale sta ormai scomparendo. Più concreto, e realizzabile fin da subito, è l’investimento in sistemi di allerta precoce e monitoraggio satellitare dei versanti a rischio: come dimostra il disastro di Langtang Lirung, il danno più grave arriva spesso dal collasso improvviso di seracchi e permafrost, non dallo scioglimento lento, e su questo fronte si possono salvare vite anche quando non si può salvare il ghiaccio.
A valle, resta poi la sfida di diversificare le fonti rinnovabili per compensare il declino dell’idroelettrico, ridurre gli sprechi idrici in agricoltura e finanziare, su scala internazionale, la prevenzione nelle regioni più vulnerabili — Himalaya, Ande, Africa orientale — una questione di giustizia climatica prima ancora che di semplice prevenzione. Ed è proprio qui che si chiude il cortocircuito aperto parlando dell’Artico: finché lo scioglimento dei ghiacci continuerà a essere visto, da qualcuno, come un’opportunità economica anziché come un allarme, ogni sforzo di mitigazione rischierà di correre più lento degli interessi che lo contraddicono. Proteggere e, idealmente, “raffreddare” i nostri ghiacciai non è più un vezzo romantico per amanti della natura alla Bonatti, ma una drammatica e impellente necessità per la nostra stessa sopravvivenza economica e sociale.
Chissà se, quando finalmente troverò la prontezza organizzativa per salire fino alla Capanna Margherita, quei pezzi di cielo e di mondo che Bonatti amava scrutare saranno ancora lì ad accogliermi, o se anche quel poco che resta si sarà, nel frattempo, un po’ più consumato. Rimandare non è più solo una questione di pigrizia personale: è una scommessa, silenziosa e collettiva, su quanto tempo ci resta ancora per poter scegliere, e non subire, il proprio rapporto con la montagna.
D.V.
Nota redazionale: i dati sul fenomeno El Niño e sul suo stato nel 2026 provengono dai bollettini del NOAA Climate Prediction Center e della World Meteorological Organization. Le informazioni sulla catastrofe di Langtang Lirung (Nepal, 26 agosto 2026) sono tratte da ricostruzioni di ANSA, Euronews e Scienza in Rete, e sono soggette ad aggiornamento data la natura ancora evolutiva del bilancio delle vittime. I dati sui ghiacciai del Kilimangiaro, del Monte Kenya e della catena del Rwenzori provengono da Wikipedia (voce “Ritiro dei ghiacciai”) e da approfondimenti di Focus.it e Geopop. I dati sui ghiacciai della Patagonia (Perito Moreno, Upsala, Jorge Montt) provengono da ANSA Terra & Poli, Montagna.tv e Federagione.org. I dati sui ghiacciai italiani (Calderone, Marmolada, Forni, Monte Bianco e il numero complessivo di 872 ghiacciai) provengono dall’ultimo Inventario Glaciologico Italiano, realizzato congiuntamente dal CNR e dal Comitato Glaciologico Italiano, citato da Italy for Climate, UNESCO e Meteoweb. Le informazioni sulla traversata sci-alpinistica di Walter Bonatti (1956) e la citazione utilizzata in apertura sono verificate rispettivamente tramite fonti giornalistiche (Il Dolomiti, Targatocn.it) e Wikiquote.