La provocazione di Belgrado calpesta le vittime di Srebrenica e interroga Bruxelles

Sarajevo, il tempo dei cecchini
A Sarajevo i bambini avevano imparato a correre a zig-zag. Era l’unico modo per sfuggire ai cecchini appostati sulle colline, uomini che giocavano alla roulette russa con le vite dei civili. C’era un mercato, quello di Markale, dove la spesa si pagava col sangue: due stragi, tra il 1994 e il 1995, trasformarono i banchi della frutta in cimiteri improvvisati. E poi Srebrenica. Un nome che pesa come un macigno sulla coscienza dell’Europa. Undicimila vittime a Sarajevo, più di ottomila a Srebrenica. Uomini e ragazzi portati via sotto gli occhi impotenti dei caschi blu, con le mani legate dietro la schiena, finiti nelle fosse comuni. Le madri cercavano un osso, una scarpa, un brandello di stoffa per poter piangere su una tomba. Il regista di quell’inferno aveva un nome, una divisa e lo sguardo duro di chi si sente investito da una missione divina e sanguinaria: Ratko Mladić.
Il triumvirato del terrore
La sua parabola era cominciata nel 1992, quando prese la guida del neonato esercito dei serbi di Bosnia, diventando il braccio armato del leader politico Radovan Karadžić. Se Mladić era la sciabola, Karadžić era la mente ideologica, lo psichiatra prestato alla causa del nazionalismo più tossico, colui che dai palazzi di Pale teorizzava la scomparsa dei musulmani bosniaci. Sopra di loro, a muovere i fili dell’intera tragedia balcanica con il cinismo dei burocrati di regime, sedeva Slobodan Milošević, l’uomo che da Belgrado aveva incendiato la Jugoslavia per edificare sulle sue ceneri il sogno della Grande Serbia. Un triumvirato del terrore che per anni ha agito nell’immobilismo della comunità internazionale.
Un intervento arrivato troppo tardi
La NATO e le cancellerie occidentali rimasero a guardare per quarantatré mesi di assedio, prigioniere di veti e diplomazie felpate, decidendo di intervenire militarmente solo quando il sangue di Srebrenica aveva ormai reso impossibile voltarsi dall’altra parte. Un intervento arrivato tragicamente tardi, quando i cimiteri erano già pieni.
La cattura e la condanna
Mladić fuggì, svanendo nel nulla e protetto per sedici anni dalle frange nazionaliste, fino all’arresto nel 2011. Consegnato all’Aia insieme ai suoi sodali — Milošević morì in cella prima della sentenza, Karadžić sconta l’ergastolo —, il «Boia» è stato condannato al carcere a vita per genocidio, prima che la morte lo cogliesse lo scorso 27 agosto, a ottantaquattro anni, senza un briciolo di pentimento.
Il tempo, pessimo scultore
Il tempo, dicevano i vecchi, è un gran medico. Ma il tempo possiede anche un lato oscuro, cinico e spietato. Ha la capacità di consumare i ricordi, di sbiadire i colori del sangue fino a farli sembrare acqua, di cancellare l’orrore profondo di quei giorni. E, quel che è peggio, il tempo sa essere un pessimo scultore: riesce a trasformare i mostri in eroi, a ripulire le mani dei boia per farne monumenti. Un velo di oblio cala sulle colpe, mentre la retorica nazionalista ricostruisce una realtà di comodo, dove il carnefice indossa i panni del martire e del difensore della patria.
Belgrado si inchina al boia
Sulla natura di quegli onori non serve interpretare nulla: bastano i fatti, documentati e non contestabili. Il giorno dopo la morte, il ministro della Giustizia serbo Nenad Vujić ha annunciato personalmente che Mladić avrebbe ricevuto «tutti gli onori militari e di Stato a cui ha diritto». La salma è stata riportata dall’Aia a Belgrado su un aereo del governo, scortata dallo stesso ministro. Ad attenderla nella chiesa di San Luca, un picchetto d’onore di soldati ha affiancato la bara, sulla quale erano esposti la sciabola, il berretto da ufficiale e le medaglie del generale. In prima fila, almeno cinque ministri del governo serbo, insieme ai vertici della Republika Srpska bosniaca, tra cui l’ex presidente Milorad Dodik. A officiare il rito funebre ortodosso è stato il patriarca della Chiesa serba, Porfirije, che ha definito Mladić «un cristiano ortodosso e soldato serbo» il cui nome «resterà profondamente impresso nella memoria» del popolo serbo, affidando il giudizio finale «alla Storia». Non un vescovo di provincia, non un sacerdote isolato: il vertice assoluto della gerarchia ortodossa serba ha consegnato al genocidio il linguaggio della santità.
Il mito che si tramanda
Fuori dalla chiesa, la messa in scena della memoria proseguiva con un linguaggio che non lascia spazio a fraintendimenti. Un enorme striscione srotolato lungo la strada recitava: «Benvenuto, Generale, grazie a tua madre per aver dato alla luce un eroe, affinché la gloria della Serbia possa tornare». Pochi giorni prima, su un ponte di Belgrado, un gruppo di giovani aveva esposto uno striscione con la foto di Mladić in uniforme, il saluto militare e la scritta: «Dalla tua lotta vive la nostra libertà». Non sono gli ultimi reduci di una guerra finita trent’anni fa a scandire questi slogan, ma ragazzi che quella guerra non l’hanno vissuta. È la prova più inquietante che il mito del boia non si sta spegnendo con la generazione che lo ha creato: si sta tramandando a chi verrà dopo.
Non tutta la Serbia si inchina
Sarebbe disonesto, però, ridurre la Serbia a un solo coro. Nell’opposizione e nel movimento studentesco che da mesi anima le piazze del Paese, la scelta del governo è stata contestata apertamente. Sul quotidiano Danas, la giornalista Snežana Čongradin ha accusato senza mezzi termini il presidente Aleksandar Vučić e il suo entourage di rimestare, ancora una volta, sul tasto del nazionalismo per calcolo elettorale — un’accusa che pesa, arrivando a poche settimane dalle elezioni anticipate convocate per ottobre. E c’è un dettaglio che dovrebbe far riflettere più di ogni editoriale: tra gli organizzatori del funerale figura Svetozar Andrić, ex collaboratore di Mladić in tempo di guerra, oggi ricercato per crimini di guerra — tra cui l’espulsione forzata dei bosgnacchi dalla Bosnia orientale nel 1992. Un latitante che organizza gli onori per un condannato: è la fotografia più nitida di un Paese che non solo non ha fatto i conti con il proprio passato, ma rischia di offrire un salvacondotto morale a chi lo sta ancora scrivendo.
La posta in gioco per l’Unione Europea
Questa parata di nostalgie non è solo uno schiaffo alla storia: è la dimostrazione di una profonda, preoccupante immaturità politica e morale, e il fallimento della transizione democratica serba. Quella che nel 2000, con la caduta di Milošević, sembrava l’alba di una nuova era di trasparenza e riconciliazione, si è impantanata negli anni in un regime ibrido, dove il populismo ha progressivamente riabilitato i vecchi spettri dello sciovinismo per fini elettorali.
E la vicenda ha già prodotto conseguenze concrete. La commissaria europea per l’Allargamento, Marta Kos, ha cancellato una visita a Belgrado in segno di protesta, definendo la glorificazione di Mladić incompatibile con i valori su cui si fonda il percorso di adesione. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, e il presidente del Consiglio europeo, António Costa, hanno definito «scioccanti» le immagini del funerale. Il risultato è che la candidatura serba a Bruxelles esce da questa vicenda seriamente indebolita, proprio mentre il Paese si prepara a tornare alle urne in ottobre. Come si può pretendere di sedere al tavolo dei grandi, di far parte di una casa comune, quando le proprie radici affondano ancora nella negazione del passato?
Oggi si parla tanto dell’ingresso della Serbia nell’Unione Europea. Un’Unione che, per la verità, vive già da anni una crisi profonda di identità e di credibilità, un gigante burocratico che spesso si mostra debole con i forti e forte con i deboli, smarrendo i propri valori fondanti. Ma accogliere tra le proprie file chi eleva a mito un criminale di guerra significherebbe, per Bruxelles, firmare la propria definitiva resa morale. Non si costruisce il domani portando i fiori sulla tomba del passato più nero. La Serbia che si stringe attorno al mito di Mladić dimostra di non aver ancora guardato dentro al proprio specchio, preferendo l’illusione tossica del nazionalismo alla dura, necessaria verità del pentimento. L’Europa non può permettersi di importare nuovi fantasmi, proprio mentre fatica a scacciare i propri.
Potočari, le madri che restano
A Srebrenica, intanto, le madri continuano a camminare tra le migliaia di lapidi bianche del memoriale di Potočari. Molte di loro hanno i capelli bianchi, alcune non ci sono più, rimpiazzate dai nipoti che ereditano il compito di cercare i resti mai ritrovati nei boschi. Guardano quel che accade a Belgrado con il silenzio di chi sa che la giustizia degli uomini ha i suoi confini, ma la dignità non ha prezzo. A loro non servono i voli di Stato né le medaglie per i macellai. Chiedono solo che non si calpesti la memoria di chi non ha avuto voce. E quando lo Stato serbo sceglie di inchinarsi davanti al boia, offende la pietà e umilia il futuro. Resta l’amarezza di constatare che, per certi fantasmi, la tomba non è mai abbastanza profonda.
D.V.