
«La legge elettorale è il testamento politico delle assemblee.» Lo scriveva Francesco Crispi, ed è un principio che l’Italia sembra aver dimenticato proprio nel momento in cui ne avrebbe più bisogno. E infatti, in questo Paese c’è un rito che si ripete puntualmente a ogni fine legislatura, quasi un appuntamento fisso con la propria coscienza collettiva: la promessa di una nuova legge elettorale, l’ennesima, capace finalmente di restituire un legame vero tra chi vota e chi governa. Puntualmente la promessa si arena nelle commissioni parlamentari, e il problema di fondo — la distanza crescente tra l’elettore e l’eletto — resta intatto sotto la sigla di turno, proporzionale o maggioritaria che sia. Nemmeno l’attuale Maggioranza di Governo, salita al potere anche promettendo un cambio di rotta rispetto al passato su questo fronte, sembra volersi sottrarre alla tentazione di ritoccare le regole del gioco a proprio vantaggio, più che a beneficio della rappresentanza. Ma c’è un dilemma più profondo di qualunque formula elettorale, ed è quello di chi, arrivato al momento del voto, scopre semplicemente di non avere più nessuno da votare. E non è affatto una questione di “preferenze”…
Un uomo senza casa
C’è un uomo, in Italia, che cammina per le strade delle nostre città e che la domenica delle elezioni sperimenta una solitudine profonda. Non è un uomo indifferente, tutt’altro. Ama questo Paese, ne rispetta le leggi, riconosce il valore della bandiera e, se gli domandate da che parte sta, vi risponderà, senza esitazione e a testa alta: «Sono un uomo di Destra».
Ma la sua è una Destra che non urla, che non cerca il nemico a tutti i costi e che non prova alcuna nostalgia per il passato più buio della nostra storia. È la Destra erede di Cavour, di Sella, di Minghetti; la Destra Storica che ha fatto l’Italia con il rigore del bilancio, il culto dello Stato e il rispetto delle istituzioni. Quest’uomo si riconosce pienamente nella Costituzione repubblicana, onora il sacrificio dei partigiani che ci hanno ridato la libertà e sente che il 25 Aprile è anche la sua festa, perché la libertà non ha colore politico. Crede nell’ordine, nella legalità e nella sicurezza, ma rifiuta sdegnosamente ogni tentazione reazionaria o di regime. Perché essere di Destra, in Italia, non equivale per forza a essere fascisti: esistono elettori di Destra che detestano il fascismo tanto quanto chiunque altro — e proprio per questo pretendono da chi li rappresenta una rescissione netta e senza ambiguità con quella storia, non un’eredità da maneggiare a giorni alterni per convenienza elettorale.
Oggi, quest’uomo si ritrova senza casa. Guarda a sinistra e vede un progressismo che giudica ormai svuotato di popolo, chiuso in un afflato movimentista sempre più simile a una setta di iniziati che parla solo a se stessa: più attento al pronome giusto da usare nei convegni che al salario di chi lavora, più pronto a indignarsi per un tweet sbagliato che per una fabbrica che chiude. È la sinistra dei diritti civili come merce di lusso e dei diritti sociali come fastidiosa incombenza, quella che ha smarrito la lezione di Berlinguer sulla “questione morale” per abbracciare l’estetica del bon ton progressista, sempre più distante dai capannoni industriali e sempre più a suo agio nei salotti buoni dove si discute di inclusione sorseggiando un calice. Ricorda, forse con un filo di malinconia, quell’illusione primigenia dei Cinque Stelle della prima ora, che promettevano una pulizia morale e un ribaltamento dei privilegi di casta, rimasta poi impigliata nelle stesse maglie del potere e delle poltrone che diceva di voler smontare, fino a diventare essa stessa un ingranaggio del sistema che aveva giurato di combattere.
E allora guarda a destra, verso chi oggi governa o pretende di rappresentare la nazione. E scopre, con amarezza, di non poter votare né Giorgia Meloni né Roberto Vannacci. Vale la pena spiegare perché, per un liberale conservatore, l’astensione dal giudizio diventi l’unica scelta di dignità.
Il no a Giorgia Meloni
Per l’elettore della Destra Storica, la leadership di Giorgia Meloni presenta fratture insanabili con l’idea stessa di uno Stato moderno e rigoroso.
C’è anzitutto l’ambiguità mai risolta con il passato. La Destra Storica ha fondato lo Stato unitario attraverso il metodo, il diritto e la responsabilità di governo, non attraverso il culto della forza; la destra di Fratelli d’Italia porta ancora nel simbolo la fiamma che rimanda a una storia di divisione e totalitarismo. Le rassicurazioni istituzionali pronunciate da Palazzo Chigi non bastano a colmare questa distanza quando restano prive di un gesto simbolico definitivo. L’incapacità di recidere in modo netto, definitivo e senza riserve ogni cordone ombelicale con la retorica e la simbologia di quella storia rende Meloni impraticabile per chi giura sulla Costituzione antifascista.
A questo si aggiunge il centralismo statalista, che stride con il rigore economico insegnato da Cavour e Sella. La Destra Storica credeva nel pareggio di bilancio come architrave della sovranità nazionale e nella libera iniziativa come motore del progresso; la linea della Meloni, al contrario, si rifà spesso a un nazionalismo economico di stampo statalista e corporativo, che protegge le rendite di posizione, diffida del libero mercato internazionale e preferisce i sussidi all’efficienza competitiva, tradendo un’idea di Stato imprenditore più vicina al dirigismo novecentesco che al liberalismo conservatore delle origini.
Non meno preoccupante è il sovranismo isolazionista. Un vero conservatore italiano sa che il destino della Patria si gioca nella grande tradizione diplomatica europea e occidentale, quella che da Cavour a De Gasperi ha sempre cercato per l’Italia un posto al tavolo dei grandi attraverso l’alleanza, non l’isolamento. Il “sovranismo” della Meloni, pur smussato dalle responsabilità di governo, poggia comunque su una visione che per anni ha privilegiato l’asse con le democrazie illiberali dell’Est Europa — l’Ungheria di Viktor Orbán ne è stata per oltre un decennio l’esempio più negativo, prima che gli elettori ungheresi lo sconfiggessero nelle urne nell’aprile 2026 — indebolendo la credibilità internazionale dell’Italia agli occhi dei partner storici.
C’è poi la riforma del Premierato, vissuta come un vero e proprio strappo istituzionale. La Destra costituzionale venera i pesi e i contrappesi dello Stato, eredità di una tradizione liberale che ha sempre diffidato dell’uomo solo al comando. Il progetto voluto da Meloni rischia di svuotare le prerogative del Presidente della Repubblica — figura di garanzia assoluta — e di umiliare il Parlamento, concentrando un potere eccessivo nelle mani di un solo capo di governo, senza un adeguato rafforzamento dei contrappesi istituzionali.
Infine, la sicurezza ridotta a propaganda identitaria. Per un uomo di legge, la sicurezza si costruisce nei tribunali e garantendo risorse alle forze dell’ordine, non introducendo reati mediatici a ogni emergenza di cronaca o agitando lo spauracchio della sostituzione etnica per intercettare un consenso emotivo. La legalità è una cosa seria, fatta di processi rapidi, carceri dignitose e forze dell’ordine adeguatamente formate ed equipaggiate — non un manifesto elettorale permanente da rinnovare a ogni ciclo di notizie.
Il no a Roberto Vannacci
Se il giudizio su Meloni è politico, quello su Roberto Vannacci investe i valori antropologici e culturali della Destra civile.
Il primo motivo è il rifiuto dei valori inclusivi della Patria. La Patria della Destra Storica è inclusiva, fondata sulla cittadinanza, sul merito e sul rispetto delle leggi, un’idea di comunità nazionale che unisce sotto le stesse regole di convivenza civile cittadini di ogni origine e condizione, purché rispettosi dei doveri comuni. La retorica del generale, basata sui tratti somatici o su un canone di conformità che esclude chi non vi rientra, contrasta radicalmente con questa idea, riducendo l’appartenenza nazionale a un criterio fisico o culturale anziché a un patto di cittadinanza.
C’è poi la provocazione eletta a metodo politico. La Destra seria ama la compostezza, il garbo istituzionale e la serietà dei comportamenti, virtù che si sono costruite in decenni di servizio delle istituzioni e che non si improvvisano a colpi di dichiarazioni studiate per far discutere. Il linguaggio deliberatamente divisivo di Vannacci, volto a polarizzare e a scioccare l’opinione pubblica per raccogliere consenso, capovolge questo paradigma: trasforma ogni uscita pubblica in un test di appartenenza tribale, dove non conta convincere ma segnalare da che parte si sta, ed è l’esatto opposto del senso dello Stato che un tempo caratterizzava i servitori delle istituzioni.
Non manca poi una gestione quantomeno discutibile dei temi identitari e di costume. Anche chi guarda con un certo disagio a talune derive del dibattito sociale contemporaneo — dai dibattiti sul linguaggio nelle scuole alle proposte di autocertificazione anagrafica del genere, che paiono correre più veloci della riflessione culturale che dovrebbe accompagnarle — non può però condividere il modo in cui Vannacci ha scelto di intercettare quel disagio: attraverso un linguaggio che, invece di argomentare nel merito con la sobrietà che la materia richiederebbe, sceglie la scorciatoia della battuta sprezzante e della semplificazione polarizzante, trasformando un tema che meriterebbe ponderazione culturale in bandiera identitaria da comizio. Per un conservatore serio, la cautela verso certi mutamenti sociali si esercita nel dibattito pubblico con argomenti, non con la sistematica messa alla berlina di chi la pensa diversamente.
Preoccupa anche la messa in discussione dell’assetto geopolitico occidentale. Chi crede nella Destra Storica e nella stabilità dello Stato guarda all’Alleanza Atlantica e all’Europa come riferimenti storici della collocazione internazionale dell’Italia, pur senza chiudere gli occhi sulle loro derive più recenti verso una logica di riarmo permanente che pare aver smarrito il senso della misura; mentre certe ambiguità culturali e geopolitiche che emergono dal mondo che sostiene Vannacci, spesso incline a guardare con indulgenza a modelli autoritari esteri, mettono in discussione proprio quell’ancoraggio occidentale che un conservatore serio dovrebbe saper criticare nel merito, senza per questo abbandonarlo per abbracciare derive anche peggiori.
Infine, la militarizzazione ideologica del dibattito. La divisa è il simbolo della difesa di tutti i cittadini, senza distinzione di parte, e proprio per questo chi l’ha indossata con onore dovrebbe custodirne la neutralità anche una volta deposta. Utilizzare lo status o il prestigio derivante dalla carriera militare per condurre una battaglia culturale identitaria e ideologica rischia di trascinare le istituzioni in una contesa politica che dovrebbe rimanerne estranea, e getta un’ombra retroattiva sulla stessa imparzialità che ci si aspetterebbe da chi ha servito lo Stato in uniforme.
Il giudizio delle ombre: Croce ed Einaudi nell’Italia di oggi
Se potessimo far accomodare a un tavolo di caffè questo elettore orfano insieme a due padri nobili del pensiero liberale e conservatore italiano, Benedetto Croce e Luigi Einaudi, lo sconcerto lascerebbe subito il posto a un’analisi impietosa.
Don Benedetto, che visse la tragedia del fascismo opponendovi la fermezza morale del suo Manifesto degli intellettuali antifascisti, guarderebbe all’attuale scenario con la severità del filosofo della storia. Ricorderebbe a Giorgia Meloni che una vera classe dirigente non si improvvisa con l’occupazione delle poltrone o con la creazione di un’egemonia culturale “di reazione”. Vedere la cultura ridotta a terreno di guerriglia identitaria o a populismo da bacheca social gli sembrerebbe una misera decadenza. Di fronte alle derive di chi invoca l’ordine a discapito dei diritti, Croce ribadirebbe la sua “religione della libertà”, liquidando chi ancora flirta con i miti corporativi o le nostalgie del Ventennio come un “anacronismo vivente”, incapace di comprendere lo sviluppo dello spirito umano.
Dal canto suo Luigi Einaudi, il primo Presidente della Repubblica eletto, l’uomo che risanò l’economia italiana nel dopoguerra con il rigore della sua celebre linea, rimarrebbe inorridito dai toni della politica contemporanea. Lui, che predicava l’obbligo morale di “conoscere per deliberare”, vedrebbe oggi una classe politica che delibera per slogan, insegue la cronaca nera o promette bonus elettorali senza coperture. Einaudi riconoscerebbe nell’agenda economica dell’attuale governo proprio quel dannoso statalismo di stampo corporativo che la Destra Storica ha sempre combattuto, una via rapida per proteggere le rendite di posizione a scapito del libero mercato e per impoverire la nazione. I progetti di Premierato che squilibrano l’architettura costituzionale a favore dell’uomo solo al comando sarebbero per lui un pericolo mortale per la stabilità della Repubblica.
La scelta del silenzio
Sia Croce che Einaudi, pur con le loro sfumature, si troverebbero d’accordo su un punto: l’attuale panorama politico soffre di una drammatica crisi di serietà. La Destra di oggi ha smarrito la severità istituzionale e la profondità storica, preferendo il palcoscenico della demagogia. E la Sinistra ha confuso l’emancipazione sociale con un moralismo burocratico buono solo per la vetrina.
Ecco perché quest’elettore, la domenica del voto, preferirà probabilmente recarsi ai seggi con la consapevolezza di essere destinato ad annullare la propria scheda, senza rinunciare al diritto di voto — anche per riconoscenza verso chi per quel diritto pagò con l’estremo sacrificio. Non per disprezzo della democrazia, ma per eccesso di rispetto verso di essa. Quando l’offerta politica richiede di abdicare alla coerenza morale, l’astensione dal giudizio — non dal voto — cessa di essere pigrizia o qualunquismo. Diventa l’ultimo, dignitoso grido di testimonianza di una Destra civile che non vuole arrendersi alla sguaiatezza dei tempi. Ed è forse proprio qui che si chiude il cerchio aperto da Crispi: finché la legge elettorale resterà il testamento di chi la scrive e non di chi la subisce, l’orfano di questa Destra continuerà a cercare, ogni cinque anni, una casa che nessuna riforma sembra volergli restituire.
D.V.