Viaggio a Borgo Mezzanone, il ghetto più grande d’Europa dove migliaia di braccianti regolari subiscono violenze e sfruttamento nell’assoluto silenzio del Governo, ostaggio dei bacini elettorali agricoli e dei giganti della distribuzione

Ci sono luoghi in Italia che la geografia ufficiale fatica a registrare, ma che la nostra coscienza dovrebbe conoscere a memoria. Uno di questi si chiama Borgo Mezzanone, una frazione sperduta nella pianura del Tavoliere delle Puglie, nei pressi di Manfredonia. Per lo Stato è poco più di un nome sulle mappe; per migliaia di esseri umani è l’inferno in terra.
È qui che sorge la “Pista”, il ghetto più grande d’Europa. Un agglomerato di lamiere, plastica, legno marcio e disperazione. In questo pezzo d’Italia, l’inverno si gela e l’estate si soffoca. Mancano l’acqua corrente, la luce elettrica, le fognature. Si vive sospesi in un tempo che non somiglia a nessun secolo conosciuto, certamente lontano da ogni immaginazione normativa, in una terra dove la legalità sembra non essere mai stata decretata.
In questo vuoto istituzionale, in assenza di qualunque Autorità, si realizzano e si perpetuano quotidianamente piccoli e grandi soprusi, o vere e proprie violenze. Senza la presenza dello Stato a garantire l’ordine e la giustizia, la legge del più forte diventa l’unica norma vigente. Chiunque viva tra quelle baracche è esposto alla mercé di criminalità locale, caporali e ritorsioni, senza alcuna possibilità di chiedere aiuto o trovare protezione.
Inutili i proclami contro il caporalato se a pochi chilometri da Foggia si tollera deliberatamente un simile centro di prigionia a cielo aperto.
Viene in mente un pensiero profondo di Lev Tolstoj, che fotografa alla perfezione l’ipocrisia dei nostri giorni: “Siedo sulla schiena di un uomo, soffocandolo, costringendolo a portarmi. E intanto cerco di convincere me e gli altri che sono pieno di compassione per lui e manifesto il desiderio di migliorare la sua sorte con ogni mezzo possibile. Tranne che scendere dalla sua schiena.”
Ecco, noi siamo seduti sulla schiena di questi uomini. Ci piacciono i frutti della terra, compriamo i pomodori a pochi centesimi nei supermercati, ma rifiutiamo di guardare chi li ha raccolti piegando la schiena per dodici ore sotto un sole che spacca le pietre.
Dov’è il Governo? Perché fa finta di non vedere? Nei palazzi della politica si spendono fiumi di parole sulla dignità del lavoro e sulla lotta al caporalato. Ma è del tutto inutile affermare di voler colpire i caporali quando questo caso eclatante, sotto gli occhi di tutti da anni, è la dimostrazione vivente e plastica del fallimento di quelle promesse. Perché non si dice chiaro e tondo che lasciare le cose come stanno fa il gioco di una certa parte di produttori agricoli? È noto che quel settore rappresenta un bacino di voti formidabile per la Maggioranza, un bacino che nessuno ha il coraggio di scontentare. E allora si preferisce il silenzio, o la solita passerella mediatica.
Sarebbe davvero interessante, e quanto mai meritorio, vedere Giorgia Meloni scendere di persona in quel girone dantesco per prendere diretta coscienza della situazione. La Presidente del Consiglio, che capitalizza da mesi il consenso politico sui centri di trattenimento e rimpatrio aperti in Albania in nome del controllo dei flussi, non risulta essersi mai espressa pubblicamente su questo enorme centro di sfruttamento che opera indisturbato nel cuore del territorio nazionale.
La legalità non può essere a senso unico: non si possono pretendere i doveri del PIL e poi negare l’assistenza e i diritti fondamentali.
A parziale alibi dei produttori locali, va detto che l’agricoltura del Tavoliere è a sua volta strozzata dai meccanismi spietati della Grande Distribuzione Organizzata (GDO). Le aste al doppio ribasso e le politiche commerciali dei colossi dei supermercati impongono prezzi di acquisto così infimi che l’ultimo anello della catena – il produttore – finisce per scaricare il costo della propria sopravvivenza direttamente sui corpi e sui diritti dei braccianti. È una catena di sfruttamento strutturale che la politica preferisce non regolare, per non disturbare i giganti della distribuzione e mantenere bassi i prezzi al consumo, a spese della dignità umana.
Eppure, persino quando l’Europa ci tende la mano, riusciamo a girarci dall’altra parte. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) aveva stanziato ben 54 milioni di Euro specificamente per smantellare il ghetto di Borgo Mezzanone e dare alloggi dignitosi a queste persone. Quei fondi, per incapacità burocratica e ignavia politica, sono andati ufficialmente perduti. Non è stato speso un solo Euro. I soldi c’erano, mancava la volontà. I ghetti restano dove sono, e nel frattempo tra quelle baracche si allunga l’ombra di nuove disperazioni, come il mercato clandestino di farmaci e oppioidi usati per drogare i braccianti e costringerli a lavorare oltre ogni limite biologico.
È giusto che in Italia si entri da regolari. È un principio di ordine che nessuno mette in discussione. Ma c’è un confine etico che pesa come un macigno. Quando queste persone entrano regolarmente, quando lavorano onestamente e partecipano attivamente al PIL nazionale, è un obbligo morale, prima ancora che giuridico, assicurare loro assistenza, cure mediche e tutele di ogni sorta.
Finché lo Stato continuerà a considerare queste persone come semplici braccia intercambiabili da sfruttare e non come esseri umani da tutelare, rimarremo tutti quanti complici. Continueremo a professare compassione nei talk show, ben attenti, però, a non scendere mai da quella schiena.
D.V.