Dalla scuola severa che offriva il riscatto sociale alla fabbrica dei promossi per forza. La scuola-azienda promuove tutti, le università svendono i titoli online e i migliori fuggono all’estero: così l’Italia sta spegnendo la luce del futuro.

Ricordo l’Italia in cui la scuola era una cosa seria. Era il luogo dove il figlio dell’operaio sedeva accanto al figlio del dottore e, se studiava più forte, poteva diventare il dirigente di domani. Non era un cammino facile, nessuno ti regalava nulla, ma era un cammino giusto. C’era il rispetto per il maestro elementare e per il professore, figure autorevoli che non avevano bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare, perché lo Stato e le famiglie riconoscevano il loro ruolo di guide. C’era il silenzio davanti alla cattedra, e soprattutto c’era l’idea che la cultura fosse l’unico vero riscatto sociale.
Chi scrive lo ha vissuto sulla propria pelle. Sono stato io quel figlio di operaio, seduto per davvero, giorno dopo giorno, accanto ai figli di avvocati, medici, funzionari e noti imprenditori. Ricordo in specie il triennio di una scuola media severissima, intrisa di una mentalità classista e reazionaria, per non dire apertamente fascista. Un ambiente in cui certi professori guardavano con gelido disprezzo e pregiudizio chiunque provenisse dal ceto proletario, quasi a voler marcare una distanza biologica, prima ancora che sociale. Eppure, proprio in quella trincea d’altri tempi, pur tra ingiustizie e sguardi dall’alto in basso, la cultura era l’unica arma per difendersi. Se sapevi le cose, quel professore doveva darti ascolto. La conoscenza era lo scudo e il riscatto.
Oggi, guardando le nostre aule e le nostre università, si ha l’impressione che quel patrimonio di dignità e di lotta sia stato svenduto. Dagli anni Novanta in poi, una serie ininterrotta di riforme, calate dall’alto da ministri più preoccupati dei bilanci che dei libri, ha trasformato l’istruzione in uno scivolo indolore verso l’età adulta. Abbiamo tolto il focus dalla conoscenza, abbiamo smesso di nutrire la curiosità dei ragazzi, offrendo loro in cambio un percorso standardizzato che non dialoga minimamente con le reali e moderne necessità del mondo del lavoro.
I burocrati della cattedra
Chiedete a un vecchio professore di liceo che cosa sia rimasto del suo mestiere. Vi risponderà che il tempo speso a preparare la lezione o a correggere i compiti sia stato divorato dalla burocrazia. I docenti, oggi, sono costretti a trasformarsi in impiegati del catasto scolastico: passano le ore a compilare griglie di valutazione, moduli per i fondi PNRR e strampalati progetti extracurricolari. Il tempo per spiegare la storia o la letteratura si riduce; il tempo per la carta cresce.
Il declino è strutturale. La scuola si è piegata alla logica spietata dell’azienda. Il preside è diventato un dirigente manager, gli istituti si fanno concorrenza a colpi di marketing negli open day per accaparrarsi le iscrizioni, e gli studenti sono stati trasformati in clienti. E al cliente, si sa, non si può dare un dispiacere. È il meccanismo perverso dei finanziamenti: i fondi statali sono legati al numero di iscritti e al tasso di successo. Se bocci, perdi “clienti” e il budget si assottiglia. È nata così la stagione della promozione facile, del “promossi tutti” per far quadrare i conti o per evitare i ricorsi dei genitori al TAR, sempre pronti a difendere i figli anche di fronte all’evidenza dell’ignoranza.
La paura del fallimento e la deriva pubblica
Abbiamo eliminato il valore del fallimento. La bocciatura, che un tempo era un severo ma salutare bagno di realtà, un momento di arresto per capire dove si fosse sbagliato e ripartire con più vigore, oggigiorno è vissuta come un trauma insuperabile. Senza una selettività meritocratica, abbiamo tolto ai giovani lo stimolo a migliorarsi. Le scuole, ridotte ad assurdi ed efficientissimi esamifici, non selezionano più: accolgono, intrattengono e licenziano pezzi di carta. In questo scenario, la scuola pubblica assiste a una lenta e dolorosa deriva, lasciata senza risorse e spesso surclassata da un discutibile supporto alle scuole private, che rischiano di spaccare il Paese.
E l’università non è rimasta a guardare. La celebre riforma del “3+2” è stata il grimaldello che ha scardinato l’accademia. Fu promossa con motivazioni subdole, quasi vergognose nella loro ipocrisia: ci dissero che l’Italia avesse una percentuale di laureati troppo bassa rispetto agli standard europei. I dati odierni, del resto, dicono che siamo ancora penultimi in Europa con appena il 31,6% di giovani laureati tra i 25 e i 34 anni, contro una media UE del 44,2%.
La soluzione del Palazzo, trent’anni fa, non fu quella di migliorare la scuola o sostenere gli studenti capaci, ma quella di abbassare l’asticella pur di gonfiare le statistiche. Si decise di spezzettare i corsi, di ridurre i programmi, di creare lauree triennali che non sono carne né pesce, svalutando in tal modo il valore legale del titolo.
Il mercato dei titoli e la fuga dei migliori
A completare l’opera giunse poi lo sdoganamento delle università telematiche, un vero e proprio abominio pedagogico. I numeri dell’Anagrafe Nazionale degli Studenti mostrano un quadro desolante: un boom fuori scala che negli ultimi dieci anni ha visto gli iscritti agli atenei online crescere del 470%, superando quota 309 mila studenti. Oggi, quasi un laureato su cinque in Italia arriva da uno schermo. Ciò, a mio parere, rappresenta un oltraggio a chi, nelle università “vere”, abbia speso anni della propria giovinezza, risorse economiche e nevrosi tra i corridoi e le biblioteche, davanti a un docente in carne e ossa. Oggi basta una dispensa riassunta, un clic e un esame a scelta multipla per fregiarsi dello stesso titolo. Una vera e propria scorciatoia che permette l’accesso a concorsi pubblici e ruoli di comando senza una reale verifica delle competenze, creando un cortocircuito istituzionale.
Il risultato di questo “mercatificio del sapere” è drammatico. I ragazzi migliori, quelli che conservano ancora il fuoco del merito, com’è noto fuggono all’estero, dove il talento viene riconosciuto e pagato. Uno studio della Fondazione Nord Est rivela che negli ultimi tredici anni oltre 550 mila giovani italiani, tra i 18 e i 34 anni, abbiano lasciato il Paese. Un’emorragia di medici, ingegneri e ricercatori che costa all’Italia tra i 5 e i 15 miliardi di euro all’anno. Formiamo i migliori a nostre spese e poi li regaliamo ad altri Stati. L’Italia, invece, resta in balìa di una classe dirigente, anche politica, formata e laureata online, incapace di una visione complessa.
Il monito di Calamandrei
Piero Calamandrei, che la Democrazia l’ha scritta con il sangue e con la penna, ci aveva avvertito per tempo. Non serviva la sfera di cristallo: bastava aver capito, come lui aveva capito, che la scuola non sia mai un capitolo di spesa qualunque… La scuola è il luogo dove si decide chi avrà voce domani, e chi, invece, resterà a guardare. Sulla funzione sociale della scuola e sull’uguaglianza ricordava che “la scuola pubblica è l’unico mezzo per assicurare a tutti, ricchi e poveri, la stessa partenza nella gara della vita.” È lì, tra quei banchi — non nei consigli d’amministrazione, non negli open day travestiti da fiere del marketing — che i sudditi diventano cittadini liberi. Aggiungendo: “La scuola è aperta a tutti. Qui si formano i cittadini, qui si creano le classi dirigenti del domani, che devono sorgere da tutti i ceti sociali.” Un principio che oggi suona quasi eversivo, in un sistema che premia chi può permettersi la retta più di chi ha voglia di imparare. Perché “la scuola ha il compito di trasformare i sudditi in cittadini, dando a ciascuno gli strumenti per essere libero” — non di trasformarli in clienti da fidelizzare con il voto facile.
Quando lo Stato abdica a questo ruolo, preferendo favorire l’istruzione privata e lasciare quella pubblica a raccogliere gli avanzi di bilancio, non commette una svista amministrativa. Commette un delitto contro la Repubblica — lo stesso che Calamandrei aveva già visto arrivare da lontano. Parlava chiaro sulla scuola di Stato e la libertà: “La scuola di Stato non ha un’ideologia da imporre. Essa è la scuola della tolleranza, del rispetto reciproco, della libera discussione.” Un luogo neutro per definizione, l’unico che la Repubblica offre indistintamente a tutti i suoi figli. E aggiungeva, con parole che sembrano scritte stamattina più che settant’anni fa: “Se noi finanziamo la scuola privata a scapito di quella pubblica, creiamo una scuola dei privilegiati e una scuola dei diseredati.” Non una previsione. Una fotografia di quello che, punto dopo punto, abbiamo lasciato accadere.
Stiamo spegnendo la luce, un finanziamento tagliato alla volta. E un Paese al buio non ha futuro, per quanto luccichino i nuovi caccia nei cieli. “La scuola, come luce, è un organo costituzionale. Per questo la scuola è un organo vitale della democrazia.” Non un servizio: un organo. E agli organi vitali, quando si ammalano, non si dovrebbe mai risparmiare la cura per pagare altro. Se crolla la scuola, crolla tutto l’edificio dello Stato, mattone dopo mattone, senza che nessuno se ne accorga finché non è troppo tardi per puntellarlo: “Se si vuole che la Democrazia prima si faccia e poi si mantenga, conditio sine qua non è che la scuola funzioni.”
Ci hanno fatto credere, in questi trent’anni di riforme a costo zero e promesse europee, che la cultura fosse un lusso da centellinare, che l’istruzione dovesse produrre solo tecnici pronti all’uso e consumatori docili, mai cittadini scomodi che alzano la mano per contestare. Ma la realtà, quella vera, è molto più severa dei sogni dei tecnocrati che quelle riforme, negli anni, le hanno firmate senza mai sedersi in un’aula sovraffollata. “La scuola è il complemento necessario del suffragio universale. Dare il voto a un analfabeta è come dare una pistola a un cieco.” Non un’iperbole della sua epoca: una diagnosi che vale ancora, forse più di allora. Oggi, con sommo disappunto di chi credeva ancora nel futuro della Repubblica, in Italia abbiamo consegnato troppe pistole a troppi ciechi — e continuiamo a farlo a ogni taglio, a ogni classe pollaio riempita per far quadrare un bilancio.
Non resta che scegliere se restare a guardare, come abbiamo fatto finora, o pretendere indietro quella luce che ci appartiene per diritto costituzionale, prima che qualcun altro decida, al posto nostro, di spegnerla per sempre.
D.V.