
C’è un errore di fondo, quasi un’ipocrisia di massa, nel modo in cui la politica e l’opinione pubblica affrontano la cosiddetta “deriva giovanile”. Si osservano la violenza chirurgica delle baby gang, l’arroganza rumorosa della malamovida, il nichilismo sfacciato dei social e la totale evaporazione del senso etico come se fossero patologie spontanee. Fenomeni nati dal nulla, figli del troppo benessere o, al massimo, di una passeggera ribellione anagrafica. È una comoda bugia consolatoria. La realtà è molto più cinica: i comportamenti antisociali di una parte consistente della gioventù italiana, cresciuta nelle nostre città e nelle nostre province, non sono la causa del declino del Paese, ma il suo più logico e disincantato effetto collaterale.
L’arroganza e la sfrontatezza che oggi spaventano il mondo degli adulti non sono altro che l’adattamento dei ragazzi a un ecosistema che ha scientificamente abolito il futuro, a partire dalla devastazione del modello di famiglia tradizionale nostrano. Laddove una volta c’era un nucleo solido, capace di trasmettere regole, confini e affetti, oggi troppo spesso nelle case degli italiani si trova un vuoto pneumatico, un’agenzia educativa disintegrata che ha rinunciato al proprio ruolo lasciando i figli orfani di guide autorevoli. In questo vuoto emotivo e normativo, i modelli dominanti si sono ridotti alla monetizzazione immediata e brutale del presente. Se per i nostri giovani il lavoro non salva più dalla povertà, tra contratti pirata e stage gratuiti, il valore dell’impegno crolla. Rimane solo il mito del successo rapido, esibito e, se necessario, strappato con la forza.
A questo sfacelo si unisce la deriva drammatica del sistema scolastico. La scuola italiana è stata ridotta a un mero esamificio burocratico, svuotata della sua missione originaria di formare cittadini consapevoli ed etici. Inseguendo riforme scellerate e pedagogismi astratti, le aule hanno smesso di insegnare la cultura del rispetto, il valore del merito e l’accettazione della frustrazione di un fallimento. La figura del docente è stata sistematicamente delegittimata, spesso con la diretta complicità di una quota crescente di genitori pronti a fare ricorso al tribunale amministrativo per un brutto voto, polverizzando l’idea stessa di autorità istituzionale. La scuola, in troppi casi, si limita a far passare gli alunni da una classe all’altra senza lasciare un segno, privando i nostri ragazzi di difese intellettuali ed etiche di fronte ai pericoli del mondo esterno.
A questo scenario si aggiunge un dato strutturale che la politica preferisce non nominare: negli ultimi quindici anni gli investimenti pubblici nei servizi educativi e sociali di prossimità — centri giovanili, consultori, presidi sportivi comunali, assistenti sociali nelle scuole — sono stati progressivamente ridimensionati, mentre la povertà minorile assoluta ha continuato a crescere fino a superare il milione e trecentomila minori nel 2024, quasi il 14% dei residenti under 18. Non è un caso che i quartieri dove la devianza giovanile attecchisce di più siano gli stessi dove per primi sono spariti il campetto comunale, l’oratorio, il centro di aggregazione. Quando lo Stato si ritira dal territorio, il territorio non resta vuoto: finisce per essere occupato da altro. È in questo vuoto, prima ancora che psicologico, materiale e infrastrutturale, che si spiega perché lo sport e la musica non siano un accessorio pedagogico, ma una vera e propria opera di ricostruzione: ogni euro tagliato a un impianto sportivo di quartiere è un euro trasferito, indirettamente, al mercato della devianza.
In questa terra di nessuno si inserisce la piaga devastante dell’uso e abuso di sostanze, con l’alcol e la droga che agiscono come spaventosi acceleratori dello sbandamento generazionale tra i giovani delle nostre comunità. Il problema degli stupefacenti deve essere aggredito in maniera assoluta e definitiva, senza infingimenti o tolleranze ideologiche. Le droghe, vecchie e nuove, non sono un passatempo ricreativo ma un anestetico chimico che distrugge la volontà, azzera la percezione del limite e deforma la coscienza. Lo sballo del fine settimana e la dipendenza quotidiana non fanno che alimentare un circuito di criminalità, micro-violenza e alienazione mentale che spinge migliaia di adolescenti italiani verso il baratro, trasformandoli in ingranaggi di una macchina autodistruttiva che la politica finge di non vedere.
Fino a oggi, la risposta delle istituzioni è oscillata pericolosamente tra due estremi ugualmente fallimentari: da un lato, sterili fiammate securitarie fatte di decreti d’urgenza utili solo alla propaganda; dall’altro, un paternalismo buonista e giustificazionista, che scusa ogni nefandezza in nome del disagio. A questa latitanza si aggiunge, con la stessa logica, la gestione disordinata dei minori stranieri non accompagnati. Nel 2025 se ne contavano circa 17mila sul territorio nazionale, a fronte di una capacità di accoglienza dedicata — appena 6.646 posti nel Sistema di accoglienza e integrazione — palesemente insufficiente. Non è un problema di numeri assoluti, che anzi sono in calo rispetto al picco di 23mila del 2023: è un problema di sistema che accoglie senza integrare e integra senza governare. Un adolescente che arriva solo, senza famiglia, senza una rete che lo orienti, e che si scontra con un’accoglienza sottodimensionata, non trova percorsi ma un vuoto — lo stesso vuoto educativo che abbiamo visto disintegrare le famiglie italiane, solo più acuto, perché privo persino della cornice minima di una casa e di un cognome noto agli assistenti sociali. Il fenomeno non genera automaticamente devianza, ma la rende strutturalmente più probabile ovunque manchi un progetto educativo credibile. Ed è qui che lo Stato deve intervenire con chiarezza, non con sospetto: in Italia si entra in regola, si accede a percorsi di formazione e lavoro veri, oppure non si resta. Non ci possono essere zone d’ombra, né di irregolarità né di assistenzialismo passivo che lascia un ragazzo solo per anni in un limbo amministrativo. Una volta entrati in regola, inoltre, si resta sul territorio nazionale soltanto agendo nel rigoroso rispetto delle leggi, delle istituzioni e dei suoi cittadini. Chiunque rifiuti questo patto di civiltà si pone da solo fuori dalla comunità e deve essere espulso.
A causa di questa latitanza complessiva, lo Stato ha abdicato al suo ruolo di custode delle regole, e i numeri, del resto, parlano da soli, anche se raccontano una storia più complessa di quanto la vulgata voglia far credere. Secondo l’ultimo rapporto di Antigone, a fine giugno 2026 i giovani reclusi negli istituti penali per minorenni erano 572, contro i 381 di fine 2022: un aumento del 50% in meno di quattro anni, con otto istituti su venti ormai sovraffollati — un fenomeno mai registrato prima nella storia della giustizia minorile italiana. È vero che l’impennata sia in parte l’effetto di norme più severe sulla custodia cautelare più che di un’esplosione della criminalità giovanile, che anzi in Italia resta tra le più basse d’Europa. Ma è proprio qui il punto: se anche a fronte di una devianza contenuta il sistema è già al collasso, significa che per anni non si sia investito in nulla — non in strutture, non in percorsi alternativi, non in personale — lasciando che il minimo giro di vite normativo facesse saltare un argine già scricchiolante. Se il Governo vuole davvero smuovere le coscienze, l’obiettivo deve essere ambizioso e spietato: azzerare oggi la popolazione delle carceri minorili attraverso interventi preventivi e strutturali, non per indulgenza, ma per evitare che i ragazzi di oggi diventino la popolazione stabile delle carceri per adulti di domani.
Per invertire la rotta serve una strategia pragmatica fondata sul dualismo inscindibile del “bastone e della carota”. San Giovanni Bosco, che della gioventù più difficile conosceva ogni segreto e fragilità, ricordava che: «I giovani sono come i cavalli: vanno guidati con la briglia, non con la frusta.» È esattamente questo il fulcro dell’approccio che lo Stato deve riscoprire: la briglia rappresenta la fermezza della regola che direziona, mentre l’assenza di una guida autorevole abbandona l’animale alla corsa selvaggia verso il burrone. Il bastone, inteso come fermezza della legge, significa quindi tolleranza zero e ripristino immediato dell’autorità. I comportamenti penalmente ed eticamente rilevanti, dalle aggressioni fisiche agli atti di vandalismo gratuito, devono essere puniti con fermezza immediata, introducendo la responsabilità diretta e patrimoniale delle famiglie italiane, affinché rispondano dei danni causati dai propri figli.
Accanto a questo, diventa imprescindibile la reintroduzione della leva obbligatoria, intesa come anno di servizio civile o militare per tutti i cittadini. Non si tratta di rispolverare una caserma punitiva, ma di restituire ai giovani italiani qualcosa che oggi manca quasi ovunque: un’esperienza condivisa che azzeri, per un anno, le distanze di censo, di quartiere, di provenienza. In camerata, il figlio dell’avvocato dorme accanto al figlio dell’operaio, e nessuno dei due può cavarsela con lo smartphone o con il cognome di famiglia. È lì, nella convivenza forzata e nella fatica condivisa, che si costruisce quel senso di appartenenza collettiva che oggi i social simulano e non danno mai davvero. Chi ha fatto la leva, quella vera, non la ricorda per la disciplina in sé, ma per i legami che vi ha stretto e che spesso sono durati una vita intera. È esattamente questo capitale umano e relazionale — cameratismo, mutuo soccorso, responsabilità reciproca — che oggi manca ai ragazzi cresciuti tra una scuola che non forma comunità e una rete social che isola pur illudendo di connettere. Un anno per imparare che i diritti democratici camminano solo di pari passo con i doveri, ma anche per scoprire, forse per la prima volta, cosa significhi contare su qualcuno che non sia un algoritmo.
La carota, d’altro canto, si identifica con la guida formativa che offre un’alternativa di senso alla strada. Lo Stato deve investire massicciamente nell’infrastruttura sportiva di massa e nei presidi musicali di quartiere, rendendo queste attività gratuite e accessibili, specialmente nelle nostre periferie — colmando quello stesso vuoto lasciato da anni di tagli al welfare territoriale di cui si è detto. Lo sport insegna il sacrificio e la gestione della sconfitta; la musica offre una struttura etica e un’identità a chi altrimenti cercherebbe visibilità attraverso la sopraffazione o lo schermo di uno smartphone. A questo binomio va saldata una profonda formazione sociale, intesa come impegno concreto verso il prossimo. I nostri ragazzi devono essere spinti a sporcarsi le mani nel volontariato, nell’assistenza agli anziani e nella cura del bene comune. Solo scoprendo il valore del servizio e l’impatto delle proprie azioni sulla comunità si può ricostruire quell’empatia sociale che la modernità ha cancellato.
La deriva giovanile non si risolve con i tweet di condanna, ma rimettendo al centro della Repubblica due concetti chiave che la politica ha calpestato negli ultimi trent’anni: l’autorità della legge e l’investimento sulla persona. Il Governo si trova davanti a un bivio chiaro. Può scegliere di avere il coraggio politico di imporre la disciplina, combattere le droghe alla radice e finanziare la formazione dei cittadini di domani, oppure può rassegnarsi a governare un Paese irreversibilmente incattivito, violento e senza speranza. La tolleranza è finita; le scuse, pure.
D.V.