
«La situazione politica in Italia è grave ma non è seria». La vecchia battuta di Ennio Flaiano fotografa, ancora oggi, il nostro vizio assurdo. Quello di una nazione che ha barattato la propria dignità internazionale con una comoda, e rassegnata, irrilevanza. Nel grande teatro della geopolitica, dove un tempo Roma cercava di tessere fili e dialogare con mondi distanti, oggi siamo ridotti ad osservare dal loggione: spettatori che applaudono a comando, per timore di essere cacciati dalla sala.
Ci troviamo stretti tra due fuochi. Da un lato c’è l’America di Donald Trump, mossa da una logica muscolare che infiamma il Medio Oriente. Un alleato che decide da solo e si aspetta da noi soltanto una firma in calce. L’azione della Casa Bianca si sviluppa ormai secondo i canoni di un’assurda diplomazia della minaccia, un’altalena psicologica che investe tanto gli avversari quanto i partner storici. Più che un disturbo della personalità, questa imprevedibilità ha un nome nella scienza politica: Madman Theory. Fu Richard Nixon, con Henry Kissinger, a teorizzarla negli anni della guerra in Vietnam — far credere al nemico di essere disposto a tutto, persino all’irreparabile, pur di ottenere concessioni per paura. Trump non la teorizza: la vive, la posta, la trasforma in show quotidiano, alimentata da un narcisismo edonista dove lo scacchiere globale diventa palcoscenico per l’autocelebrazione del leader.
I fatti parlano chiaro. Abbiamo assistito allo scadere dell’accordo con l’Iran e alle sbalorditive minacce dirette persino all’Oman, colpevole solo di mediare per le vie navigabili nello Stretto di Hormuz. Sul fronte europeo, pesano come macigni le promesse solenni e totalmente mancate di fermare la guerra tra Russia e Ucraina. Nel frattempo, si registra la rediviva mano tesa verso Kim Jong Un, con una giravolta degna del peggior copione hollywoodiano.
Accanto a questa imprevedibilità c’è l’azione implacabile dell’Israele di Benjamin Netanyahu, un governo tuttora impegnato in una quotidiana e sistematica operazione di “pulizia” a Gaza e nei territori occupati, nata dalle ceneri della spaventosa carneficina del 7 ottobre. Una furia cieca che non si ferma davanti a nulla, nemmeno di fronte ai simboli della legalità internazionale. I nostri soldati, schierati lungo la Blue Line nelle basi della missione UNIFIL come Naqoura e Shama, si sono ritrovati più volte sotto il fuoco dei carri armati israeliani. Non un caso isolato: una sequenza precisa. L’8 aprile un convoglio italiano partito da Shama è colpito da raffiche di avvertimento a due chilometri dalla base; Tajani convoca l’ambasciatore israeliano. Quattro giorni dopo, a Bayada, un tank con la stella di David entra in contatto con un blindato Lince e un autocarro del contingente italiano dopo aver bloccato la strada d’accesso. Nel frattempo l’IDF distrugge le telecamere di sicurezza del quartier generale di Naqoura. La risposta di Roma resta una nota di protesta. Sono ragazzi mandati a fare da scudo umano alla pace, che subiscono le intemperanze di un alleato arrogante, mentre la Farnesina balbetta attraverso richiami formali che Tel Aviv liquida con imbarazzante sufficienza.
Dall’altro lato del fuoco, a chiudere la morsa, c’è un pericolo non meno insidioso, “loggato” con il marchio di Bruxelles. È l’Europa di Ursula von der Leyen, sacerdotessa del riarmo a tappe forzate. Centinaia di miliardi mobilitati. Non per la pace. Per la riconversione industriale e militare a trazione tedesca. La Germania di Friedrich Merz, che con la svolta della Zeitenwende voluta dal suo predecessore Olaf Scholz, sta investendo cifre colossali per trasformarsi nel fulcro dell’arsenale europeo, sta risvegliando vecchi fantasmi. È una corsa alle armi che ignora i rischi enormi che proprio la Storia del Novecento ci ha dolorosamente insegnato, quando si permette al motore teutonico di ritrovare la sua centralità nell’industria bellica e negli equilibri di forza della difesa.
In questo scenario, stretto tra l’imperialismo isterico americano e il militarismo burocratico di matrice euro-tedesca, il governo di Giorgia Meloni si muove nel solco di una timidezza antica. È la stessa prudenza dei governi che l’hanno preceduto, ma oggi esasperata da una vistosa asimmetria tra la propaganda interna e la sottomissione esterna. La retorica sovranista svanisce appena si varca la frontiera. Le casistiche di critica all’esecutivo si moltiplicano, soprattutto sul fronte economico. L’Italia ha silenziosamente accettato il turbo imposto alle spese per la difesa: una corsa che ha già visto approvare decine di programmi di riarmo per decine di miliardi di euro. Nel bilancio nazionale, la sola quota destinata all’acquisto di nuovi sistemi d’arma sfiora cifre record, accettate senza un solo sussulto in nome di una fedeltà atlantica ed europea che non baratta nulla in cambio, se non pacche sulle spalle.
Ma le bombe di domani si pagano con i sacrifici di oggi, e i costi sociali di questo riarmo forzato ricadono interamente sulle spalle dei cittadini. Per finanziare la Difesa e rincorrere i diktat della NATO, l’esecutivo opera una silenziosa ma brutale chirurgia sui servizi essenziali. I miliardi sottratti ai capitoli civili si traducono in una sanità pubblica al collasso, dove le liste d’attesa diventano infinite e curarsi è un lusso. Il prezzo di un singolo caccia di nuova generazione equivale ormai al bilancio annuo di due grandi ospedali metropolitani. Eppure si taglia lì, così come si lascia la scuola ridotta all’osso tra classi pollaio e strutture fatiscenti, bloccando i sostegni alle fasce più povere. È l’aberrazione economica di un Paese che preferisce ammodernare i propri blindati piuttosto che mettere in sicurezza i territori dalle catastrofi climatiche o garantire un salario dignitoso, sacrificando lo stato sociale sull’altare dell’industria bellica.
Le reazioni della nostra opinione pubblica, tuttavia, raccontano una frattura profonda tra il Paese reale e i palazzi del potere. Se la politica è prona, i cittadini manifestano un profondo affanno morale. Nelle piazze, nei dibattiti e nelle storiche testate giornalistiche della sinistra indipendente, il sentimento prevalente è un misto di rabbia e frustrazione. Cresce l’indignazione per il doppiopesismo morale di un Occidente che si professa difensore dei diritti umani in Ucraina ma si riscopre complice del massacro a Gaza. C’è un’Italia profonda, pacifista per Costituzione, che rifiuta la logica dell’economia di guerra e non accetta di vedere i propri risparmi convertiti in munizioni, mentre i propri soldati vengono presi di mira da chi dovremmo definire alleato.
Viene in mente la denuncia in versi di Frankie hi-nrg mc, quando descriveva un potere che è solito mostrarsi «arrogante coi più deboli, zerbino coi potenti». È la fotografia esatta di questi giorni. Mostriamo i muscoli a casa nostra, forti di decreti repressivi, o restiamo a guardare con cinismo quanto accaduto a Ceuta, in Spagna, dove la gestione brutale della frontiera svela le miserie e il fallimento morale della Destra populista europea. Poi, quando il gioco si fa globale e i potenti dettano le regole, l’Italia si presenta a Washington, a Bruxelles o a Tel Aviv col capo chino. Siamo diventati un ufficio passacarte, timoroso persino di esprimere un dubbio.
Questa debolezza finisce per far rimpiangere un leader discusso, controverso e ampiamente criticabile come Bettino Craxi. Bisogna tornare alla notte dell’ottobre 1985, sulla pista di Sigonella, per ricordare cosa sia la sovranità nazionale. Quella volta, il presidente del Consiglio italiano non ebbe paura di schierare i carabinieri contro la Delta Force inviata da Ronald Reagan. Difese le nostre leggi, la nostra giurisdizione e il nostro diritto contro la superpotenza amica. Fu un gesto di pugno duro d’altri tempi. Quel sussulto nacque dall’eredità della Prima Repubblica, quando Moro e Andreotti coltivavano una complessa e autonoma “politica mediterranea”. Il crollo di quel sistema, a partire dagli anni Novanta, ha inaugurato la transizione della Seconda e Terza Repubblica verso una diplomazia di puro riflesso. Davanti alla deferenza burocratica dei nostri ministri attuali, quella fermezza passata sembra appartenere alla letteratura d’appendice.
C’è chi giustifica questa prudenza con argomenti tutt’altro che campati in aria: la dipendenza energetica dal gas algerino e qatariota, l’export italiano che vale miliardi verso gli Stati Uniti, la memoria di un’Italia di frontiera della Guerra Fredda che ha sempre pagato caro ogni sussulto di autonomia. Sono ragioni vere. Ma sono anche l’alibi perfetto: la prudenza diventa scusa permanente, e l’eccezione degli anni Ottanta non trova mai più occasione di ripetersi.
Oggi non ci sono pugni sul tavolo, né mediatori capaci di guardare lontano. Resta una nazione che naviga a vista, senza una visione autonoma per il futuro del Mediterraneo e per i propri interessi. Ci si accontenta di galleggiare nella cronaca quotidiana, sperando che la bufera passi senza fare troppi danni. Ma la storia, di solito, presenta il conto più salato proprio a chi ha rinunciato a scegliere.
«L’Italia è un paese di contemporanei, senza antenati né posteri, perché nessuno ha memoria.» Leo Longanesi conosceva bene i nostri difetti storici. È proprio questa amnesia collettiva che permette alla politica di oggi di spacciare la sottomissione per realismo geopolitico. Ci siamo dimenticati che, un tempo, l’Italia sapeva stare al mondo senza bisogno di chiedere il permesso a nessuno.
D.V.