Dalla distrazione linguistica dei media alle tentazioni presidenziali di Palazzo Chigi: la deriva che minaccia la Repubblica Parlamentare nata dalla Resistenza. E mentre cresce il rischio di annichilimento dei contrappesi, torna la pericolosa illusione dell’uomo della provvidenza.

«La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. […] Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse».
Quando Piero Calamandrei pronunciava queste parole, pensava alla carne e al sangue della Democrazia, non ai titoli da esibire nei sottopancia dei telegiornali. Eppure, oggi, sembra che la nostra Repubblica Parlamentare sia scivolata in un salone di bellezza linguistico, dove l’italiano cede il passo a un anglicismo d’importazione: “Premier”.
Ci sono parole che si usano per brevità, altre per distrazione, e altre ancora per abitudine. Ma in Politica, la distrazione è un lusso che si paga caro. Chiamare il Presidente del Consiglio con l’appellativo di “Premier” non rappresenta un peccato veniale da correttori di bozze; è un falso in atto pubblico della memoria collettiva.
Il fantasma nell’emiciclo
La nostra Costituzione, nata dalle macerie del ventennio fascista e dall’orrore dell’uomo solo al comando, ignora deliberatamente questa parola. I padri costituenti, che avevano il senso della misura e il timore dell’ipertrofia del potere, scrissero chiaramente all’articolo 92 che il Governo è composto dal Presidente del Consiglio e dai Ministri. E al successivo articolo 95 ne precisarono i confini: il Presidente “dirige” la politica generale e “coordina” l’attività dei ministri. È, per definizione, un primus inter pares: coordina, non comanda; è un direttore d’orchestra, non il proprietario del teatro. Oggi, invece, si usa il termine “Premier” per contrabbandare l’idea che quel potere di comando assoluto ci sia già.
Assistiamo a una strana transumanza semantica. Giornalisti pigri, commentatori distratti e politici fin troppo lucidi usano quel termine come se fosse un dato di fatto. Si parla di “Premier Meloni” con la stessa naturalezza con cui si ordina un caffè al bar. Il vocabolo è ormai entrato perfino nei registri ufficiali di Montecitorio, dove un gruppo parlamentare siede sotto l’insegna “Lega – Salvini Premier”: un titolo che la Costituzione non conosce, stampato negli elenchi della Camera che quella stessa Costituzione dovrebbe custodire. C’è un’ironia sottile in questa metamorfosi: Giorgia Meloni, che ha costruito un’intera narrazione identitaria sulla difesa dell’italianità, della lingua patria, dei confini sacri e delle radici autoctone contro le derive globaliste, si ritrova oggi felicemente arruolata sotto le insegne di un vocabolo britannico. L’autarchia linguistica, a quanto pare, si ferma sulla soglia di Palazzo Chigi. Questa operazione di chirurgia verbale serve a preparare il terreno, a somministrare un anestetico ai cittadini-elettori, troppo occupati a far quadrare i conti della spesa per accorgersi del trucco. Se una bugia è ripetuta mille volte, diventa una verità; se un titolo abusivo viene usato per anni, il “Premierato all’italiana” sembrerà solo la ratifica di ciò che già esiste. D’altronde, la storia ha buona memoria: un secolo fa, nel dicembre del 1925, una delle prime leggi fascistissime cancellò il “Presidente del Consiglio” per decretare la nascita del “Capo del Governo”. Allora si usò la forza, oggi basta il marketing linguistico.
L’illusione ottica e il precedente d’oriente
L’intento di certa parte dell’emiciclo è chiaro: scivolare verso un sistema presidenziale o semipresidenziale senza passare dal via, modificando l’equilibrio della nostra Carta. Si vende stabilità, si offre l’illusione che “decida il popolo” direttamente il Capo del Governo. In fondo, cerchiamo disperatamente un amministratore di condominio con i superpoteri, sperando che egli risolva i problemi della nostra vita quotidiana evitandoci la scomoda incombenza di dover partecipare alle assemblee, o di accollarci una minima responsabilità. Ma la Democrazia non è un servizio di consegna a domicilio, né un pacco che si ritira sul pianerottolo senza guardare cosa ci sia dentro.
Ci raccontano che si tratti di un modello moderno, “all’inglese”, fingendo di ignorare che a Londra il Primo Ministro non sia eletto direttamente dai cittadini e possa essere rimosso dal proprio partito in venti minuti senza che crolli il mondo. Dietro la maschera del moderno “Premierato” nostrano si nasconde la vecchia ossessione per il condottiero, per un “uomo del destino” — o per una “donna del destino”, in questo caso — che rappresenta l’eredità mai del tutto digerita di una Destra che persevera nel confondere l’autorità con l’autorevolezza. C’è una sfumatura quasi grottesca in questo nostro provincialismo istituzionale: siamo l’unico Paese al mondo che vuole importare a scatola chiusa un modello che non esiste in nessun’altra Democrazia occidentale avanzata, un “esperimento Frankenstein” che ha un solo e tragico precedente nella storia recente: Israele.
Nel 1992 la Knesset introdusse l’elezione diretta del Primo Ministro, applicata per la prima volta nel 1996, proprio con la promessa di garantire stabilità e governabilità. Il risultato? I governi diventarono ancora più fragili, la paralisi istituzionale si cronicizzò, i partiti storici vennero distrutti per fare spazio a comitati elettorali personali e la frammentazione sociale toccò livelli mai visti. Nel 2001 dovettero fare precipitosamente marcia indietro dopo appena tre tornate elettorali, cancellando la riforma per disperazione e tornando al precedente Sistema Parlamentare. Eppure noi, convinti di essere più furbi della storia, vogliamo salire a tutti i costi sull’ultimo vagone di un treno che è già deragliato altrove.
C’è chi obietterà che il pericolo sia meno imminente di quanto queste righe lascino intendere: il Disegno di Legge Costituzionale sul Premierato, approvato dal Senato nel giugno 2024, giace da oltre due anni nella commissione Affari Costituzionali della Camera. Ma mentre la riforma costituzionale dorme, il Premierato cammina per un’altra strada. La nuova legge elettorale, approvata dal Senato a metà settembre e ora all’esame finale di Montecitorio, obbliga ogni lista o coalizione a indicare il proprio candidato alla guida del Governo, pena l’esclusione dalla competizione. Il nome non comparirà sulla scheda e le prerogative del Capo dello Stato restano formalmente intatte, ma il messaggio all’elettore è inequivocabile: non stai scegliendo un Parlamento, stai scegliendo un capo. Ciò che non si riesce a scrivere nella Costituzione si scrive in una legge ordinaria, e ciò che non si scrive in nessuna legge lo si fa entrare nel vocabolario. È la stessa operazione su tre piani diversi, ed è per questo che la battaglia sul linguaggio è più urgente, non meno.
Il silenzio del Colle (e dei banchi di fronte)
In questo panorama desolante, lo spettacolo più avvilente è offerto dalle opposizioni. Si aspetterebbe una trincea repubblicana, una mobilitazione culturale per difendere la centralità del Parlamento e la grammatica della Costituzione. Invece, assistiamo a un silenzio complice e sonnolento, interrotto solo da qualche nota stampa d’ordinanza scritta con l’entusiasmo di chi compila un modulo per il rinnovo della patente. Forse sono troppo occupati a cercare l’ennesimo campo largo per accorgersi che gli stanno portando via il campo di gioco. O forse, sotto sotto, l’idea di un autocrate in salsa moderna non dispiace nemmeno a loro, nell’eterna e fallimentare speranza che un giorno, a sedere su quel trono dai poteri divini, possa esserci un leader del proprio colore politico. È il dramma di una classe dirigente distratta, che si adegua al lessico della maggioranza e adotta il termine “Premier” nei propri talk show, firmando la propria resa culturale prima ancora che parlamentare.
Al tempo stesso, si avverte un silenzio che pesa sul versante istituzionale. Il Quirinale ci ha abituati a moniti saggi, a interpretazioni rigorose, a richiami fermi sulla centralità del Parlamento. Eppure, davanti a questa quotidiana e calcolata banalizzazione linguistica della Costituzione, dalle finestre del Colle non si alza nessuna obiezione. Certo, il Presidente della Repubblica interviene sui testi di legge, non sui dizionari della politica. Ma quando la lingua pubblica corrompe l’architettura stessa delle istituzioni, forse un piccolo “colpo di tosse” dal Colle più alto sarebbe non solo opportuno, ma necessario per ridestare le coscienze degli elettori. Da qui, un gentile promemoria al Presidente Sergio Mattarella, che a breve riceverà sul proprio tavolo, per la promulgazione, una legge elettorale costruita attorno a un “candidato premier” di cui la Carta non ha mai sentito parlare.
I cittadini, stremati dalle emergenze economiche e sociali, si lasciano trascinare da forze politiche che oramai puntano soltanto a perpetuare sé stesse, accentrando il potere per compensare la perdita di rappresentanza reale. Ci si abitua a tutto, anche a perdere la Repubblica Parlamentare senza che sia stato sparato un solo colpo, ma solo consumando inchiostro e parole sbagliate.
La Democrazia non è un sistema per eleggere un monarca a tempo determinato. È l’equilibrio dei poteri, il controllo, la discussione. Quando accettiamo che il capo del governo diventi, nell’uso comune, il “Premier”, stiamo svendendo la nostra Costituzione per un piatto di lenticchie populista.
«Dietro ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi […] che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa Carta».
Sono ancora parole di Calamandrei, pronunciate davanti agli studenti milanesi nel 1955. Ci ricordano che la libertà è un diritto che si difende ogni giorno, anche rifiutando i titoli falsi che qualcuno vuole metterci in testa per farci dimenticare chi siamo e da dove veniamo.
Non è però un pericolo ineluttabile, ed è bene ricordarlo per non scivolare nel fatalismo. Nel marzo 2026, chiamati a votare sul referendum costituzionale sulla separazione delle carriere in magistratura — un’altra riforma di bandiera di questo Governo — gli italiani hanno risposto con un’affluenza vicina al 59%, ben oltre ogni previsione, e una netta vittoria del No. È la prova che, quando la partita si gioca alla luce del sole e i cittadini vengono chiamati a decidere direttamente, la mobilitazione popolare può ancora fermare una riforma costituzionale della maggioranza. La battaglia sul linguaggio, allora, non è già persa: è solo la prima trincea di una partita che si può ancora vincere.
Pensandoci bene, il vero pericolo di questa deriva non sta solo nelle riforme scritte nei palazzi della politica, ma nella nostra rassegnazione. Ci siamo convinti che delegare tutto a un “capo” sia la scorciatoia per risolvere i problemi, dimenticando che la Democrazia non ammette deleghe in bianco. Quando rinunciamo a chiamare le cose con il loro nome costituzionale, accettiamo passivamente che qualcun altro decida la forma della nostra libertà. Difendere la Repubblica Parlamentare significa allora fare un gesto apparentemente piccolo ma rivoluzionario: ricominciare a usare le parole giuste. È un dovere che abbiamo verso chi quella Carta l’ha scritta con il sacrificio, e verso noi stessi, per non svegliarci domani in un Paese in cui i cittadini siano diventati semplici spettatori di un capo assoluto e incontestabile.
D.V.