“La speranza di restar impunito è l’incentivo più forte per diventare scellerato”. (Marco Tullio Cicerone)
Modena, 16 Maggio 2026: il giorno in cui l’Italia ha smesso di poter far finta di niente. Una città ferita in un Paese senza risposte
17 Maggio 2026 | Analisi e commento
Nel pieno pomeriggio di Sabato 16 Maggio 2026, via Emilia Centro a Modena si è trasformata in un campo di battaglia. Salim El Koudri, trentuno anni, italiano di seconda generazione con origini marocchine, ha lanciato la sua Citroen C3 a oltre cento chilometri orari sulla folla che passeggiava sul marciapiede. I testimoni hanno descritto scene da incubo: “Le persone volavano via come birilli”. Una donna ha perso entrambe le gambe. Otto in totale i feriti, quattro in condizioni gravissime. Dopo lo schianto, El Koudri è fuggito a piedi armato di coltello, blaterando frasi sconnesse, finché non è stato bloccato da alcuni passanti coraggiosi — tra i quali Luca Signorelli, rimasto ferito nell’azione — e arrestato dalla polizia.
Il movente, almeno quello dichiarato: El Koudri “si sentiva bullizzato”. Un delirio di persecuzione esploso nel sangue di innocenti.
Chi è Salim El Koudri: il fantasma del sistema
Nato il 30 marzo 1995 a Seriate, in provincia di Bergamo, laureato in Economia aziendale, residente a Ravarino nell’hinterland modenese. Incensurato. Negativo ai test tossicologici e alcolemici. Nessun legame accertato con ambienti terroristici o reti eversive. Non un immigrato irregolare: un cittadino italiano a tutti gli effetti.
Eppure, qualcosa non torna. Dal 2022 al 2024 El Koudri era stato in cura presso il Centro di Salute Mentale di Castelfranco Emilia per un disturbo schizoide della personalità. Poi, il silenzio. La cura è cessata. Il monitoraggio è cessato. L’uomo è scomparso dai radar del sistema, solo nel suo appartamento di Ravarino, con i suoi risentimenti e i suoi deliri, fino al giorno in cui ha deciso di portarli in strada.
Questo, in breve, quanto scritto e descritto da tutti i media locali e nazionali. Ma veniamo al punto.
La Legge Basaglia: un ideale nobile, una realtà insufficiente
La Legge 180 del 1978, nota come Legge Basaglia, rappresentò una svolta epocale e, per certi versi, necessaria. I manicomi erano luoghi di segregazione e violenza. L’intuizione di Franco Basaglia — restituire dignità e territorio al malato mentale — era umanamente e culturalmente avanzata.
Ma quasi cinquant’anni dopo, è lecito chiedersi se quella riforma, rimasta incompiuta nella sua architettura operativa, non stia producendo vittime silenziose — e ora, purtroppo, anche vittime concrete nelle strade delle nostre città.
Il caso di El Koudri non è isolato. L’elenco degli episodi di violenza compiuti da soggetti con disturbi psichiatrici noti, usciti dal sistema di cura senza un adeguato follow-up, è lungo e doloroso. Il problema non è l’idea basagliana in sé: è la sua applicazione in un sistema cronicamente sottofinanziato, privo di risorse umane sufficienti, incapace di garantire continuità terapeutica.
Come ha denunciato un recente Rapporto Caritas, le strutture previste dal PNRR per la salute mentale territoriale sono spesso “edifici vuoti non ancora riempiti di contenuti”. Gli operatori non ci sono. I fondi sono insufficienti. E i pazienti con disturbi gravi — come i disturbi schizoidi della personalità — vengono dimessi o abbandonati, senza che nessuno li monitorizzi nel tempo.
La domanda che il Paese deve avere il coraggio di porsi non è “dobbiamo riaprire i manicomi?”. La domanda è: siamo disposti a investire davvero in una psichiatria territoriale che funzioni, oppure continuiamo a fare finta che basti aprire un centro, visitare qualcuno per due anni e poi lasciarlo solo?
A tutti noi l’ardua sentenza…
Il nodo dell’integrazione: seconda generazione, ma integrata con chi?
Salim El Koudri è italiano. Nato in Italia, cresciuto in Italia, laureato in Italia. Figlio di immigrati che, a quanto si apprende, erano lavoratori rispettabili e integrati nella comunità locale. Eppure qualcosa nel percorso di Salim si è rotto — e su quel punto di rottura si gioca una delle partite più decisive per il futuro della Repubblica.
Il tema della “seconda generazione” è reso esplosivo proprio dalla sua ambiguità. Chi nasce in Italia da genitori stranieri non è né pienamente italiano né uno straniero: si trova in uno spazio identitario incerto, spesso privo di radici solide da entrambe le parti. Se a questa fragilità identitaria si aggiunge un disturbo psichiatrico, l’isolamento, la disoccupazione e — come si va delineando in alcuni casi di cronaca — una progressiva esposizione a narrazioni di rivalsa o radicalizzazione online, il risultato può essere devastante.
Non si tratta di criminalizzare le seconde generazioni nel loro insieme: la stragrande maggioranza è composta da ragazze e ragazzi che lavorano, studiano e contribuiscono alla società. Si tratta invece di riconoscere che l’integrazione non può essere un processo lasciato al caso, alla buona volontà individuale o alla fortuna geografica. Richiede politiche strutturate, continuità di intervento, e — soprattutto — un sistema in grado di intercettare precocemente le situazioni di vulnerabilità.
Su questo il Paese è in ritardo cronico.
La proposta del Passaporto di Cittadinanza: un patto, non un regalo
Il dibattito sull’integrazione in Italia si è incagliato da anni in una sterile contrapposizione tra chi vuole lo ius soli secco e chi nega qualsiasi forma di riconoscimento identitario ai figli di immigrati. Entrambe le posizioni sono inadeguate alla complessità del reale.
Una proposta che merita attenzione è quella del passaporto di cittadinanza condizionato: un percorso strutturato — fondato su anni di residenza regolare, conoscenza della lingua e dei valori costituzionali, assenza di precedenti penali, contributo attivo alla comunità — al termine del quale la cittadinanza viene concessa come patto reciproco, non come automatismo burocratico né come concessione ideologica.
Questo modello avrebbe il doppio vantaggio di premiare chi si integra davvero, creando un incentivo concreto all’integrazione virtuosa, e di non elargire la cittadinanza a chi non abbia ancora dimostrato di voler fare propri i valori della comunità che lo accoglie. L’integrazione non si decreta: si costruisce, si misura, si premia.
Parallelamente, è indispensabile una revisione profonda delle procedure di espulsione. Oggi l’Italia espelle sulla carta, ma raramente nella realtà. I rimpatri sono bloccati da accordi bilaterali inesistenti, da ricorsi che durano anni, da una burocrazia giudiziaria al collasso. Chi commette reati gravi — e a maggior ragione chi soggiorna irregolarmente — dovrebbe vedere applicata la misura dell’allontanamento in tempi certi e rapidi. Non come vendetta, ma come deterrenza e come rispetto verso chi invece ha scelto la via della legalità.
Il sistema giudiziario: un colosso dai piedi d’argilla
Non si può parlare di sicurezza, integrazione ed espulsioni senza affrontare il nodo gordiano della giustizia italiana. I tribunali sono intasati. I processi durano anni. Le misure cautelari vengono impugnate con successo da avvocati abili che sfruttano le maglie di un sistema privo di risorse. I magistrati sono pochi, gli uffici sono sottodotati, la tecnologia è spesso ferma agli anni Novanta.
Il risultato è un paradosso: un Paese con una delle Costituzioni più garantiste del mondo, che però nella pratica non riesce a garantire né la tutela delle vittime né la certezza della pena per i colpevoli. La lentezza della giustizia è essa stessa una forma di ingiustizia.
Senza investimenti massicci in risorse umane, infrastrutture digitali e semplificazione procedurale, qualunque riforma di merito — sui reati, sulle pene, sull’immigrazione — è destinata a restare lettera morta. La politica lo sa. E continua a non farlo. Ed è di tutta evidenza che non sarebbe certamente stato il raffazzonato Referendum sulla Giustizia – fortemente voluto dal duo Nordio / Meloni – a dare nuovo slancio al Sistema. Ciò, a dispetto di quanto affermato dalle mille voci di un Governo decadente e litigioso.
La Costituzione, la pena di morte e il paradosso dell’eutanasia
L’articolo 27 della Costituzione italiana stabilisce che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità”. La Corte Costituzionale ha da tempo chiarito che questa formulazione esclude implicitamente la pena di morte dall’ordinamento, anche se il Codice Penale Militare di guerra la prevedeva fino alla sua abolizione formale nel 1994 e al successivo adeguamento costituzionale del 2007, che ha esplicitamente inserito il divieto assoluto.
Questo è il quadro attuale. Ed è qui che si apre una contraddizione che il dibattito pubblico italiano non ha ancora il coraggio di affrontare con onestà intellettuale.
Negli ultimi anni, la discussione sul suicidio medicalmente assistito e sull’eutanasia ha fatto passi avanti significativi in Italia, trainata da casi come quello di Fabio Antoniani (DJ Fabo) e dalle sentenze della Corte Costituzionale. Il principio che emerge — progressivamente accettato dall’opinione pubblica — è che lo Stato può e deve accompagnare, in determinate condizioni, la morte di un individuo che la sceglie liberamente per porre fine a una sofferenza insopportabile.
Se si accetta questo principio — e una parte crescente della società italiana lo accetta — allora si apre una domanda scomoda: perché lo Stato può essere strumento di morte compassionevole per chi soffre, ma non può esserlo come estremo strumento di giustizia per chi produce stragi di innocenti?
Non si tratta di una posizione che gode oggi di maggioranza nel Paese. Ma è una posizione che cresce, silenziosa e sotterranea, in una società sempre più frustrata dall’impunità percepita, dalla recidiva, dall’incapacità dello Stato di proteggere i propri cittadini. Ignorarla non la fa scomparire.
La proposta di una revisione costituzionale che reintroducesse la pena capitale — circoscritta ai casi di strage, omicidio plurimo con crudeltà, terrorismo con vittime — è legittimamente avanzabile nel dibattito democratico. Non significa automaticamente che sia giusta o che debba essere approvata: significa che la democrazia deve avere il coraggio di discuterla.
Il confronto con altri ordinamenti democratici che mantengono la pena di morte — gli Stati Uniti in primis, con tutte le loro contraddizioni — dimostra che la questione non è semplice. I rischi di errore giudiziario, di applicazione discriminatoria, di deriva autoritaria sono reali e devono essere pesati con serietà. Il principio è lo stesso. Le condizioni sono diverse. La discussione è necessaria.
L’inerzia della politica: il vero scandalo
Nel pomeriggio del 16 Maggio, mentre il sangue non era ancora asciutto sul selciato di via Emilia, la politica italiana ha dato il peggio e il meglio di sé. Matteo Salvini ha immediatamente strumentalizzato il fatto, parlando di “criminale di seconda generazione” e di “integrazione fallita”. Giorgia Meloni è stata cauta, auspicando che “il responsabile risponda fino in fondo”. Il Presidente Mattarella ha chiamato il sindaco di Modena. I leader dell’opposizione hanno espresso vicinanza.
Tutto prevedibile. Tutto già visto. E tutto, nella sostanza, inutile.
Perché il problema non è la mancanza di parole: è la mancanza di atti. Da decenni i governi italiani di ogni colore politico hanno rimandato le riforme strutturali necessarie: una legge organica sull’integrazione, una revisione seria della psichiatria territoriale, un piano straordinario per la giustizia, una politica attiva di rimpatri, un’educazione civica che sia vera e non declamatoria.
Il risultato di questo immobilismo non è solo la strage di Modena. È una società progressivamente più insicura, più diffidente, più arrabbiata. Una società in cui il populismo — di destra e di sinistra — prospera perché la politica ha abdicato al suo compito di governare la complessità.
Conclusione: il coraggio di scegliere
Modena, 16 Maggio 2026, non deve diventare l’ennesima pagina di dolore dimenticata in attesa della prossima. Deve diventare il catalizzatore di un confronto serio su domande che l’Italia continua a eludere.
Come si costruisce una vera integrazione? Come si cura davvero chi ha disturbi psichiatrici gravi? Come si garantisce sicurezza senza rinunciare allo Stato di diritto? Come si rende la giustizia rapida, certa ed equa? E, sullo sfondo, quale peso attribuire alla vita — e alla morte — in una società che vuole essere insieme libera e sicura?
Non esistono risposte facili. Ma esistono risposte. E trovarle richiede, prima di tutto, il coraggio di cercarle.
D.V.
Articolo redatto il 17 Maggio 2026, sulla base delle prime ricostruzioni dei fatti disponibili nelle ore successive all’arresto di Salim El Koudri. I dati potranno essere aggiornati con il prosieguo delle indagini.
