Storia di due ex gemelli del “grillismo”: chi rischia la salute per raccontare il mondo, e chi si è defilato tra il Golfo e Bruxelles rendendosi ormai quasi irrintracciabile.

C’è una domanda che la politica italiana raramente si pone con onestà: cosa succede a chi resta fedele a un’idea, e cosa succede a chi la usa come trampolino? Il Movimento 5 Stelle delle origini, quello fondato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, prometteva di essere l’una e l’altra cosa insieme — la rottura di un’intera classe dirigente, l’“uno vale uno”, la fine della “casta”. Oggi, a distanza di oltre un decennio, due dei suoi volti più riconoscibili offrono una risposta involontaria a quella domanda, e le loro strade non potrebbero essere più diverse.
Da una parte, Alessandro Di Battista, ovvero colui che ha scelto di restare fedele a un impegno concreto — il giornalismo sul campo, le inchieste scomode, il rischio personale — pagandone anche il prezzo fisico: dalle campagne alla guida della sua associazione Schierarsi in favore della sanità pubblica e per il riconoscimento dello Stato di Palestina, fino agli spettacoli teatrali sul conflitto a Gaza e in Ucraina, un impegno costante che lo ha tenuto sul campo — letteralmente — molto più che nelle segrete stanze di Bruxelles (Di Battista che, com’è noto, è stato recentemente colpito da un malore a Cuba, mentre lavorava a un reportage sull’isola, ndr).
Dall’altra parte, chi è saltato con disinvoltura sul treno in corsa dell’occasione europea, e di cui oggi, in Italia, si fatica perfino a sapere con precisione dove sia e cosa davvero faccia. Parliamo, ovviamente, di Luigi Di Maio, per gli amici Gigino, l’uomo che un tempo scardinava i palazzi del potere a colpi di “vaffa” e che oggi, con la stessa disinvoltura con cui vendeva aranciate tiepide sugli spalti del San Paolo di Napoli, pontifica dalle cattedre di Londra e stringe le mani dei satrapi nel Golfo Persico.
Per capire il miracolo del Ragazzo di Pomigliano, bisogna partire dalle fondamenta. Ovvero, dal suo monumentale curriculum accademico. Il Nostro vanta una prestigiosa maturità classica, seguita da una gloriosa e mai conclusa epopea universitaria: iscritto a Giurisprudenza alla Federico II, ha collezionato anni di fuori corso con la stessa costanza con cui oggi colleziona rimborsi spese europei. Nel mezzo, un insieme di esperienze lavorative da far tremare i polsi ai banchieri di Wall Street: webmaster (presunto), manovale nell’azienda di famiglia e, per l’appunto, steward allo stadio.
Poi, il Big Bang. Il palcoscenico del Movimento, le piazze piene del “non-statuto” e l’approdo miracoloso in Parlamento. Nel 2018, il bibitaro si fa statista. Diventa Vicepremier, Ministro dello Sviluppo Economico, del Lavoro e infine, per non farsi mancare nulla, inquilino della Farnesina. Memorabili le sue performance geopolitiche: dai gilet gialli francesi scambiati per statisti globali, fino alle storiche gaffe onomastiche e geografiche, come quando ribattezzò il presidente cinese Xi Jinping semplicemente “Ping”, convinto che fosse il cognome, o quando spostò d’imperio la città di Matera in Puglia.
Ma il vero capolavoro da scienziato della storia rimarrà scolpito negli annali della diplomazia: la volta in cui, ancora ai tempi in cui dava battaglia a Matteo Renzi sul referendum costituzionale, Gigino rievocò nientemeno che il dittatore cileno Augusto Pinochet, collocandolo però alla guida del Venezuela. Un doppio avvitamento carpiato con cui, in un colpo solo, Di Maio riuscì a riscrivere i libri di scuola, a ridisegnare la cartina del Sudamerica e a far sobbalzare sulla sedia le cancellerie di mezzo mondo. Ma che volete che sia, per uno che dal balcone di Palazzo Chigi urlò ai passanti di “aver abolito la povertà”. Non specificò, all’epoca, che si riferiva esclusivamente alla sua.
La nemesi, però, è un piatto che va servito freddo. Convinto di essere diventato lo Winston Churchill della Campania — complice anche una rottura insanabile con Giuseppe Conte sull’invio di armi all’Ucraina, tema sul quale Gigino si scopre improvvisamente falco — Gigino decide che il Movimento gli sta stretto. Nel 2022 inscena una scissione acrobatica da Hollywood, fonda un partitino dal nome programmatico, “Impegno Civico” (talmente civico che non lo votano nemmeno i condomini del suo palazzo), e si candida alle elezioni. Risultato? Un catastrofico 0,6%. Trombato, silurato, rispedito a casa dal popolo sovrano. Qualunque mortale sarebbe tornato a fare i siti web o a guardare le partite di calcio dalla tribuna. Ma non lui.
Perché la provvidenza, sotto forma di un’Unione Europea sempre generosa con i trombati d’oro della politica nostrana, ha bussato alla sua porta. Ed ecco il colpo di teatro: Luigi Di Maio viene nominato Inviato Speciale dell’Unione Europea per la regione del Golfo. Requisiti richiesti? Mistero fitto. Forse a Bruxelles hanno pensato che l’esperienza con le bibite gassate e gli svarioni su Caracas fossero propedeutici alla gestione dei gasdotti arabi. Fatto sta che il Nostro, che faticava con i congiuntivi in italiano, si ritrova catapultato tra emiri e sceicchi con passaporto diplomatico, immunità e uno stipendiuccio che viaggia allegro oltre i 13-15 mila euro al mese. E non da solo: l’Ufficio del Rappresentante viaggia con un budget complessivo vicino ai 2 milioni di euro per il solo primo mandato, tra stipendi dello staff, missioni e supporto operativo — perché anche la solitudine del potere, a quanto pare, ha bisogno di una squadra. Un mandato talmente indispensabile che l’UE glielo ha pure rinnovato fino al 2027. Alla faccia dell’anticasta.
Ma siccome la vanità non ha limiti, al Di Maio diplomatico mancava ancora una medaglia: quella dello scienziato della politica. Ed eccoci all’ultimo atto della commedia: la nomina a Honorary Professor presso il prestigioso King’s College di Londra, all’interno del Dipartimento di studi sulla Difesa. Avete capito bene. L’ex fuori-corso di Pomigliano, lo stratega che confondeva il Cile con il Venezuela, oggi spiega la geopolitica e la sicurezza globale agli studenti della City, presumibilmente sfoggiando quel suo celebre inglese maccheronico che farebbe impallidire un turista della domenica. Una performance linguistica che, per audacia e sprezzo del ridicolo, compete direttamente con le storiche vette toccate a suo tempo da Matteo Renzi: indimenticabile lo “shish” pronunciato dall’allora Presidente del Consiglio, una biascicata e ritmica dichiarazione di guerra alla fonetica anglosassone rimasta scolpita nella memoria della satira globale. Tra uno “shish” d’annata e un più contemporaneo “shock because”, la gloriosa scuola diplomatica italiana all’estero continua a mietere successi involontari.
Che fine ha fatto, dunque, Gigino il bibitaro? Sta benissimo, vi saluta e ringrazia dalle terrazze di Bruxelles e dai resort di Riad. Ha dimostrato che in Europa, se vali zero nelle urne, puoi comunque valere quindicimila euro al mese nei palazzi. L’importante è saper scegliere il balcone giusto da cui affacciarsi.
A noi, a questo punto, non resta che chiudere con l’augurio più sincero e profondo di una totale e pronta guarigione ad Alessandro Di Battista. Perché l’Italia e il mondo, stremati dal cinismo e dal trasformismo poltronaro, hanno un disperato bisogno di gente come lui: persone animate da una passione autentica, che si sporcano le mani in prima linea e credono ancora in qualcosa. Hanno bisogno di visioni, di coraggio e di idealismo. Non certo di figuranti di plastica, pronti a vendersi l’anima e il dizionario geografico pur di svoltare il prossimo, ricchissimo gettone di presenza.
D.V.
Nota redazionale: I dati sulla nomina a Inviato Speciale dell’Unione Europea per il Golfo, sullo stipendio (13-16 mila euro netti mensili), sul budget complessivo dell’Ufficio del Rappresentante (circa 1,8-2 milioni di euro nel primo mandato 2023-2025) e sul rinnovo dell’incarico fino al 28 febbraio 2027 provengono da fonti di stampa italiana (ANSA, Open, Il Giornale, Europa Today, Notizie.it) e dalle comunicazioni ufficiali del Consiglio dell’Unione Europea. La nomina a Honorary Professor presso il Defence Studies Department del King’s College di Londra (febbraio 2026) è confermata dal profilo ufficiale dell’ateneo ed è un incarico non retribuito.