
«Per anni ho rifiutato di utilizzare questa parola: ‘genocidio’. Ma adesso non posso trattenermi dall’usarla, dopo quello che ho letto sui giornali, dopo le immagini che ho visto e dopo aver parlato con persone che sono state lì (…) Voglio parlare come una persona che ha fatto tutto quello che poteva per non arrivare a chiamare Israele uno Stato genocida. E ora, con immenso dolore e con il cuore spezzato, devo constatare che sta accadendo di fronte ai miei occhi (…) Magari avere a che fare con uno Stato vero, con obblighi reali, non con un’entità ambigua come l’Autorità palestinese, avrà i suoi vantaggi. È chiaro che dovranno esserci condizioni ben precise: niente armi. E la garanzia di elezioni trasparenti da cui sia bandito chiunque pensa di usare la violenza contro Israele (…) In quel tremendo sabato nero si è capito che Israele è lontana dall’essere una ‘casa’ nel pieno senso della parola, ma non sa nemmeno come essere una vera fortezza (…) Da israeliano mi chiedo che razza di popolo saremo quando la guerra finirà. Dove dirigeremo il senso di colpa – se saremo abbastanza coraggiosi da provarlo – per ciò che abbiamo inflitto sui palestinesi innocenti. Per le migliaia di bambini che abbiamo ucciso. Per le famiglie che abbiamo distrutto».
Le parole di David Grossman non sono quelle di un nemico. Sono il grido lacerante di un figlio di Israele, di uno scrittore che ha dato un figlio alla difesa della sua patria. Quando è un israeliano a dover guardare nell’abisso con il cuore spezzato, significa che il confine tra la giustizia e la ferocia è stato superato. C’è un pezzo di terra, stretto tra il fiume Giordano e il mare, dove la Storia ha deciso di concentrare tutto il dolore del mondo. Per capire come si sia arrivati a questo senso di colpa anticipato, bisogna fare un passo indietro. Bisogna tornare alle radici profonde di una crisi che comincia lontano.
Il peccato originale
Dobbiamo guardare al cuore del Novecento e al dramma del popolo ebraico. Le nazioni occidentali decisero di far nascere lì uno Stato sionista spinte da ragioni complesse, un intreccio di promesse coloniali, sensi di colpa e imperativi morali. C’era l’antica promessa britannica del 1917, la Dichiarazione Balfour, che vedeva con favore un “focolare nazionale” per gli ebrei in Palestina. Ma a rendere quella promessa una necessità urgente per il mondo fu l’orrore della Shoah, lo sterminio di sei milioni di ebrei nei campi di concentramento nazisti. L’Europa, sconvolta dai propri stessi crimini, cercò una riparazione. Nel 1947, le Nazioni Unite approvarono un piano di spartizione di quella terra, cercando di dare una risposta geopolitica a un popolo che chiedeva solo di non essere mai più annientato.
Quell’atto di giustizia riparatrice per un popolo si trasformò però nella Nakba, la catastrofe, per un altro popolo. Nel 1948, con la nascita ufficiale dello Stato di Israele e la guerra che ne seguì, oltre settecentomila palestinesi furono cacciati dalle loro case, dai loro villaggi, dagli uliveti della loro infanzia. Intere famiglie vennero trasformate in profughi da un giorno all’altro. Fu l’inizio di una frattura mai sanata: la legittima aspirazione a una patria per gli ebrei si compì lasciando un altro popolo senza uno Stato, senza diritti, senza futuro.
Guerre e occupazioni
Da quel battesimo di fuoco, la terra non ha più trovato la calma, scivolando in una catena ininterrotta di guerre e occupazioni che hanno ridisegnato la geografia del sopruso. Nel 1956 la crisi di Suez mostrò la fragilità dei nuovi equilibri, ma fu il 1967 a cambiare per sempre il destino della regione. In soli sei giorni, la Guerra dei Sei Giorni polverizzò gli eserciti arabi e portò Israele a occupare militarmente la Cisgiordania, la striscia di Gaza, la penisola del Sinai e le alture del Golan. Quella che per gli israeliani fu una sbalorditiva vittoria militare si trasformò per i palestinesi in un’occupazione permanente, asfissiante, scandita nel 1973 dalla guerra dello Yom Kippur e, più tardi, dalle sanguinose stagioni delle Intifade, le rivolte delle pietre di un popolo che non voleva rassegnarsi a scomparire.
La stagione dei tentativi di pace
In questo perenne stato di tensione, un ruolo decisivo lo hanno sempre giocato gli Stati Uniti, alleato storico, protettore finanziario e scudo diplomatico di Gerusalemme. Ma l’ombra di Washington sul Medio Oriente non è sempre stata la stessa; ha seguito i sussulti e gli umori degli inquilini della Casa Bianca. Ci fu un tempo in cui i presidenti americani, pur garantendo la sopravvivenza di Israele, cercavano di frenarne l’istinto predatorio e l’intransigenza. Pensiamo a Dwight Eisenhower, che nel 1956 non esitò a bloccare l’avventura militare israeliana a Suez. Pensiamo a Jimmy Carter e ai faticosi accordi di Camp David del 1978, che portarono alla pace tra Israele ed Egitto — un precedente diverso da quello palestinese, perché riguardava il riconoscimento reciproco tra Israele e un altro Stato arabo, ma che aprì comunque la strada a un’idea di negoziato possibile in Medio Oriente. Pensiamo poi allo stesso Bill Clinton, che nel 1993 si fece garante di quella storica stretta di mano tra Yitzhak Rabin e Yasser Arafat sul prato di Washington. Con gli Accordi di Oslo si cercò, quella volta sì, una via per far convivere due popoli in due Stati sovrani, liberi e vicini, accettando l’idea di un’autorità palestinese che fosse il preludio a una vera indipendenza. Fu un cammino bagnato dal coraggio, ma interrotto dal sangue. Nel 1995, un fanatico colono ebreo sparò tre colpi alle spalle di Rabin alla fine di una manifestazione per la pace. Con quei colpi, l’estremismo uccise l’unica vera speranza di una convivenza giusta.
L’estremismo dei coloni
L’estremismo dei coloni, da quel tragico novembre, non si è più fermato. È diventato lo strumento di un disegno strategico. Quello che era iniziato come un movimento di insediamenti isolati si è trasformato in un’annessione strisciante e violenta, protetta e finanziata dallo Stato. Centinaia di migliaia di coloni si sono presi le colline della Cisgiordania e i quartieri di Gerusalemme Est, spezzando la terra palestinese in tanti piccoli recinti isolati, rendendo impossibile la nascita di uno Stato futuro. Non sono semplici cittadini in cerca di una casa: sono l’avanguardia ideologica di un sopruso quotidiano, che usa ruspe, fucili e radici sradicate per cancellare la presenza dell’altro. La violenza dei coloni, spesso coperta dal silenzio complice dei militari, è la negazione sistematica della pace, il rifiuto di spartire la terra in nome di un fanatismo che non ammette vicini.
L’era Netanyahu-Trump
Su questo terreno fertile è cresciuta e si è consolidata l’era di Benjamin Netanyahu, forte anche di un radicale cambio di rotta oltreoceano. La tradizione diplomatica americana dei pesi e dei contrappesi ha ceduto il passo al cinismo dell’era di Donald Trump. Con il miliardario alla Casa Bianca, l’America ha smesso i panni del mediatore per indossare quelli del complice assoluto dell’ala più oltranzista di Gerusalemme. Lo spostamento dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme e il riconoscimento della sovranità israeliana sulle alture del Golan hanno inferto un colpo mortale alla soluzione dei due Stati. Al di là dei proclami e delle chiacchiere da palcoscenico, la dottrina Trump non fa nulla per trovare una soluzione negoziale: riduce una tragedia storica a un affare commerciale, dando carta bianca a Netanyahu per normalizzare l’occupazione e cancellare i diritti dei palestinesi, convinta che la pace si possa comprare ignorando gli oppressi. Sotto questa copertura, la politica della sicurezza di Netanyahu si è trasformata in una semplificazione mortale: l’illusione di poter anestetizzare il conflitto, gabbando la Storia e schiacciando i palestinesi dietro un muro, senza mai sedersi a un tavolo per trattare.
Il 7 ottobre
Poi, è arrivato il 7 ottobre. Un tremendo sabato nero di sangue e di terrore che ha squarciato l’illusione. L’efferato attacco di Hamas — che dal 2007 governa in modo autoritario la striscia di Gaza e che negli anni ha scelto ripetutamente la via del terrorismo armato invece che quella del negoziato, contribuendo anch’esso a bloccare ogni prospettiva di pace — con il massacro di civili innocenti e la cattura degli ostaggi, ha colpito al cuore Israele, risvegliando i fantasmi più antichi e dolorosi di un intero popolo. Le responsabilità di quel giorno ricadono in primo luogo su chi lo ha pianificato ed eseguito. In quel giorno si è capito che Israele era lontana dall’essere una casa, ma non sapeva nemmeno più essere una vera fortezza. Eppure, quel trauma indicibile, anziché richiamare il mondo alla ricerca di una via d’uscita dall’orrore, è stato utilizzato dal governo di Tel Aviv come l’innesco per una risposta militare che ha finito per travolgere l’intera regione, espandendosi con bombardamenti e operazioni militari anche in Libano e in Siria, ben oltre quanto la sola legittima difesa avrebbe richiesto. Il dolore si è trasformato in ferocia metodica.
Una vendetta senza proporzione
Oggi assistiamo a una vendetta che ha perso ogni proporzione e ogni umanità, tanto da spingere immense piazze nella stessa Tel Aviv a scendere in strada per protestare contro la cecità del proprio governo. È un dissenso vitale, perché — come chi scrive sa per certo — non tutti gli israeliani sono parte in causa attiva in questa tragedia; non tutte le famiglie israeliane sono disposte ad accettare il massacro in corso e a barattare la propria coscienza in nome di una rappresaglia senza fine. Le immagini che arrivano da Gaza mostrano una pratica quotidiana che evoca gli spettri più bui del Novecento, una sorta di “soluzione finale” applicata sotto altre spoglie, dove la distruzione sistematica di case, ospedali e vite umane sembra mirare alla cancellazione totale di un popolo. È la Storia che si ripete, ma a parti invertite. Il sopruso e la violenza sono diventati uno show mediatico, trasmesso sugli schermi degli smartphone, tra la banalizzazione della vita e della morte.
Ci troviamo di fronte a un imbarbarimento etico, morale e sociale che ha contagiato la politica e la diplomazia internazionale. Le grandi potenze guardano dall’altra parte, mentre le regole della convivenza civile vengono calpestate. Quello che doveva essere un rifugio democratico per le vittime del passato rischia così di trasformarsi, agli occhi del mondo, in un moderno Reich, dove la forza del diritto è stata sostituita dal diritto della forza.
Non è e non può essere una questione di tifoserie o di contrapposizioni ideologiche. Quando la geopolitica rinuncia alla diplomazia e si consegna alla ferocia della vendetta, non ci sono vincitori, ma solo una macabra contabilità di tombe. Resta il silenzio complice dell’Occidente e il pianto di chi, tra le macerie, non ha più nemmeno gli occhi per piangere. Davanti a questo deserto morale, la domanda di Grossman si allarga e ci riguarda tutti: che razza di esseri umani saremo quando le armi taceranno e saremo costretti a fare i conti con ciò che abbiamo permesso che accadesse sotto il nostro sguardo indifferente?
D.V.