Monologhi, scorte e salotti amici: il potere che fugge dalle domande

Un tempo la politica era l’arte del confronto, persino dello scontro feroce, ma sempre davanti a un microfono aperto e a un giornalista con la schiena dritta. Oggi no. Oggi la politica si è fatta fantasma e si aggira per i corridoi del potere, terrorizzata dall’unica cosa che dovrebbe giustificarne l’esistenza: la realtà.
Tutto è iniziato, a voler essere onesti, con il telemarketing berlusconiano. Fu allora che il dibattito politico venne sradicato dalle piazze e dalle aule parlamentari per essere trapiantato negli studi televisivi asserviti, trasformandosi in una pantomima a favore di telecamera. Il copione lo ricordiamo tutti: discorsetto recitato ad arte, una massiccia dose di autocompiacimento, affondi duri ai limiti del dileggio dell’avversario e pose teatrali da venditore di polizze. Quel virus, nato a Cologno Monzese, ha ormai contagiato l’intero emiciclo.
Gli eredi, del resto, non sono mancati, e non hanno avuto bisogno di condividere la tessera di partito. Beppe Grillo ha bandito i suoi dai salotti televisivi, salvo poi sostituire il confronto con lo streaming a senso unico e con il blog trasformato in pulpito. Matteo Renzi ha inventato #matteorisponde, un botta e risposta in cui le domande, guarda caso, le sceglieva lui. Matteo Salvini ha affidato alla “Bestia” il compito di trasformare ogni diretta Facebook in un comizio senza interruzioni. Stili diversi, stessa allergia: quella per la domanda che non si può prevedere. Da destra a sinistra, senza eccezioni, con la servile e colpevole compiacenza di gran parte della stampa nostrana, sempre pronta a reggere il moccolo anziché il taccuino.
E così, quando la politica non è recitata, diventa “ululata”. Attenzione, però, a non scambiare il rumore per confronto: si urla contro l’avversario, mai davanti a una domanda. Lo scontro tra leader è ormai uno spettacolo a uso delle tifoserie, fatto di contrasti sempiterni utili solo a polarizzare e a coprire la totale mancanza di soluzioni condivise e condivisibili su materie di interesse comune. Il contraddittorio vero, quello con chi chiede conto, è tutt’altra cosa. Ed è esattamente ciò che è sparito.
Ma il capolavoro assoluto di questa deriva lo stiamo vivendo oggi con Giorgia Meloni. La signora Presidente del Consiglio che ha fatto della “Nazione” e del “popolo” i suoi marchi di fabbrica brilla, sul campo, per un’impalpabilità comunicativa che rasenta l’invisibilità. La sua democrazia è quella del monologo: videomessaggi confezionati per i social, dagli “Appunti di Giorgia” in giù, dirette senza l’ombra di un giornalista molesto, comizi blindati dove l’unica risposta ammessa è l’applauso di platee selezionate. Quando si tratta di affrontare le crisi vere, i problemi quotidiani della gente comune, il faccia a faccia con quella Nazione tanto sbandierata sparisce.
Le eccezioni esistono, ma confermano la regola. Ci sono le periodiche e rassicuranti discese nel salotto di Bruno Vespa e le interviste concesse a interlocutori amici: lì, tra un sorrisetto di circostanza e una domanda masticata dal copione, la “capa” dell’Esecutivo si concede il lusso di simulare un confronto che in realtà è un confortevole massaggio all’ego governativo. Un palcoscenico dove i nodi non vengono mai al pettine, le contraddizioni si sciolgono in un rinfresco di sguardi complici e il giornalismo abdica al ruolo di cane da guardia per farsi maggiordomo di corte. E poi c’è la grande conferenza stampa di inizio anno, come quella dello scorso 9 gennaio: quasi tre ore, quaranta domande. Una volta l’anno, come il panettone. Per il resto, il calendario parla da solo: niente più conferenze stampa dopo i Consigli dei ministri dai tempi di Cutro; ai vertici internazionali, “punti stampa” di pochi minuti con tre o quattro domande; la manovra illustrata nel 2023 senza accettare domande e nel 2024 disertata del tutto; e quando, nel 2025, è tornata a rispondere, lo ha fatto con due soli giornalisti. Quanto al “premier time” in Parlamento, tra il 2024 e il 2025 è rimasto in soffitta per oltre un anno.
Altrove, quando non si può scappare, la politica di governo si nasconde dietro le scorte, chiamate a fare muro tra i cronisti e chi dovrebbe rispondere. Chi segue Report lo sa bene. Nel settembre 2025, a Fenix, la festa dei giovani di Fratelli d’Italia, l’inviato Giorgio Mottola stava chiedendo al ministro della Cultura Alessandro Giuli se la Biennale sarebbe diventata un megafono del trumpismo quando, secondo il suo racconto, è stato trattenuto e tirato per la giacca dagli uomini della sicurezza. “Stavo facendo le domande, non attentando alla sicurezza del ministro”, ha protestato. La formula magica, sussurrata con fastidio dai portavoce, è sempre la stessa: “Non è questo il momento, non in questa sede”. Ma se non ora, quando? Se non davanti a un bilancio che non quadra o a una promessa elettorale tradita, in quale sede il potere deve rendere conto?
I difensori dell’inquilina di Palazzo Chigi hanno la risposta pronta: la stampa è ostile, meglio parlare direttamente agli italiani. Ma la disintermediazione non è democrazia diretta, è comunicazione senza verifica. Un videomessaggio non si può interrompere, un post non chiede chiarimenti, una diretta social non fa mai la seconda domanda, quella che smonta la risposta preparata. E la stampa ostile è proprio quella che serve: un potere che risponde solo agli amici non risponde a nessuno. Non stupisce, allora, che nella classifica 2026 di Reporters sans frontières sulla libertà di stampa l’Italia sia scivolata al 56° posto.
Certe situazioni, lo dico con un groppo in gola, spingono a provare nostalgia della Prima Repubblica. Un’epoca in cui, pur con tutti i loro immensi difetti, i contendenti davano almeno una parvenza di rispetto reciproco davanti all’elettorato. Siamo arrivati al punto di rimpiangere Bettino Craxi, e già questo, da solo, dà la misura del baratro. Nessuna santificazione, sia chiaro: parlo di un uomo condannato in via definitiva, che chiuse la sua parabola ad Hammamet da latitante per la giustizia italiana, e che con i giornalisti non fu mai tenero. Eppure, prima delle monetine dell’Hotel Raphaël, aveva quantomeno lo spessore di fermarsi sul marciapiede a interloquire con il reporter di turno. Gli venivano poste domande scomode, feroci, e lui non scappava. Rispondeva male, spesso con arroganza, ma rispondeva: ci metteva la faccia, non i bodyguard. Quando il metro di paragone diventa Craxi, il problema non è la nostalgia. È il presente.
Il rimedio, peraltro, non richiede la macchina del tempo. Lo dimostra ciò che accade oltre confine: a Washington il portavoce della Casa Bianca affronta regolarmente i giornalisti in sala stampa; a Londra, ogni mercoledì, il primo ministro risponde in aula alle domande del capo dell’opposizione e dei deputati. Da noi il “premier time” esiste già, ma resta una gentile concessione. Lo si renda un obbligo a cadenza fissa, accanto a una conferenza stampa periodica con domande libere. Non servono riforme costituzionali: basterebbe ritoccare i regolamenti parlamentari. Ciò che manca è la volontà di farsi trovare.
E invece, oggi, abbiamo i fuggiaschi del microfono. Che poi, con la faccia di bronzo che si ritrovano, si chiedono – e osano chiederci – perché alle elezioni regni sovrano, imbattibile, il partito dell’astensione. Le cause sono tante e si accumulano da trent’anni: il crollo dei partiti, la sfiducia, la sensazione che il voto non cambi nulla. Ma tra quelle cause c’è anche questa, ed è forse la più semplice da curare: se la politica si rifiuta di parlare al popolo, il popolo si rifiuta di votare la politica.
D.V.