La Lista Studentesca nata dalla strage di Novi Sad ha conquistato il 52 per cento e la maggioranza assoluta. Ma Belgrado ha già visto una rivoluzione fermarsi al portone del palazzo. Ed entro Natale si vota per il presidente.

«È chiaro che abbiamo perso queste elezioni». Poco dopo le nove di sera di domenica 25 ottobre, con questa frase Aleksandar Vučić ha chiuso quattordici anni di potere ininterrotto. Non ha gridato ai brogli né chiesto riconteggi: i numeri non lasciavano margini. Secondo i dati della Commissione elettorale, la Lista Studentesca supera il 52 per cento e la coalizione Serbia Unita si ferma poco sopra il 39. Le proiezioni assegnano agli studenti circa 140 seggi su 250: maggioranza assoluta, senza alleati. Ha votato quasi il 69 per cento degli aventi diritto, l’affluenza più alta da oltre trent’anni. E per la prima volta il partito di Milošević resta fuori dal Parlamento: i socialisti di Ivica Dačić, che di Milošević era stato il portavoce, si fermano al 2,2 per cento.
Questa sfida Vučić l’aveva voluta. Il 27 settembre si era dimesso da presidente, con l’ultimo mandato concesso dalla Costituzione ormai agli sgoccioli, per guidare di persona la lista e tornare a fare il primo ministro. Era la mossa che lo aveva sempre salvato: trasformare ogni crisi in un plebiscito su se stesso. Il plebiscito c’è stato, e l’ha perso.
Da domenica sera si parla di fine di un’era. È vero solo a metà. La Serbia ha già vissuto una notte così, il 5 ottobre 2000, quando un altro movimento di studenti contribuì a far cadere Slobodan Milošević. L’uomo sconfitto domenica è il prodotto di come andò a finire allora. La domanda giusta, quindi, non è se gli studenti abbiano vinto. È se sapranno fare ciò che i vincitori del 2000 non fecero: smontare il sistema, oltre a sostituirne il capo.
Il ministro che chiudeva i giornali
Nato a Belgrado nel 1970, Vučić entra nel 1993 nel Partito Radicale di Vojislav Šešelj, la formazione ultranazionalista che negli anni delle guerre jugoslave fornisce volontari e retorica alla pulizia etnica. Nel luglio 1995, pochi giorni dopo Srebrenica, dalla tribuna del Parlamento promette che per ogni serbo ucciso moriranno cento musulmani. Nel 1998 Milošević lo nomina ministro dell’Informazione: i quotidiani critici vengono chiusi, una nuova legge strangola la stampa indipendente a colpi di multe e, sotto le bombe della NATO, le emittenti straniere spariscono dagli schermi.
Nel 2008 fonda con Tomislav Nikolić il Partito Progressista e si reinventa europeista e moderato. Dal 2012 è vicepremier, poi premier, dal 2017 presidente. Costruisce un autoritarismo competitivo: si vota, ma su un campo inclinato, tra televisioni allineate, tabloid usati come manganelli, appalti e posti pubblici come moneta di scambio. All’estero si vende come garante della stabilità balcanica, e per anni Bruxelles, Mosca e Pechino comprano.
Sedici morti e una mano rossa
Il 1° novembre 2024 la pensilina della stazione di Novi Sad, appena ristrutturata nell’ambito dei lavori per la ferrovia Belgrado-Budapest, crolla sulle persone in attesa. Sedici morti. In un Paese abituato a considerare la corruzione un rumore di fondo, quella tettoia diventa una prova materiale: il malaffare negli appalti uccide.
Cominciano gli studenti, fermando il traffico alle 11:52, l’ora del crollo, un minuto di silenzio per ogni vittima. Poi le facoltà occupate, le marce a piedi da una città all’altra accolte con pane e coperte, insegnanti, agricoltori e pensionati al loro fianco. A gennaio 2025 cade il governo di Miloš Vučević. Il simbolo è una mano rossa.
Il movimento ha fatto due scelte rare: niente capi, perché si decide nei plenum, le assemblee di facoltà; niente cartelli con i vecchi partiti d’opposizione, screditati. I 250 candidati li hanno scelti i plenum, e tra loro non c’è nemmeno uno studente: professori, medici, avvocati, un ex governatore della Banca nazionale, l’ex cestista Dejan Bodiroga. Il primo nome in lista è Ilija Srdanović, cardiologo di Novi Sad, sconosciuto fino alle proteste e bersagliato dai tabloid governativi con fotomontaggi smascherati dai fact-checker. È nato nel 1970, come Vučić. Stessa generazione, due Serbie: quella che negli anni Novanta censurava e quella che curava.
Il precedente che nessuno cita
Nell’ottobre 1998, mentre il governo chiudeva i quotidiani d’opposizione, un gruppo di studenti di Belgrado fondava Otpor!, «Resistenza», contro la legge che aveva cancellato l’autonomia delle università. Simbolo, un pugno chiuso; struttura, volutamente senza capi. Due anni dopo, il 5 ottobre 2000, Otpor era il motore della rivolta che costrinse Milošević ad ammettere la sconfitta.
La vera lezione è nel seguito. Nel marzo 2003 il premier riformatore Zoran Đinđić viene assassinato da uomini dell’Unità per le operazioni speciali, creatura dei servizi del vecchio regime. Lo stesso anno Otpor si presenta alle elezioni e prende l’1,6 per cento; nel 2004 confluisce in un partito tradizionale. La coalizione democratica si sbriciola in rivalità personali e privatizzazioni opache. Nel 2012 tornano al potere gli eredi dei radicali, con la cravatta nuova. Vučić non è l’alternativa al 5 ottobre: ne è il prodotto. È ciò che accade quando una rivoluzione abbatte un uomo e lascia in piedi l’apparato che lo sorreggeva.
Quando la piazza vince e poi perde
Lo schema non è solo serbo, e dovrebbe togliere il sonno ai vincitori di domenica.
| Paese | La scintilla | La vittoria | Com’è finita |
| Serbia | La legge che nel 1998 cancella l’autonomia delle università; nasce Otpor! | Caduta di Milošević, 5 ottobre 2000 | Đinđić assassinato nel 2003, Otpor all’1,6%; nel 2012 tornano al potere gli ex radicali di Vučić |
| Romania | Incendio del club Colectiv, 64 morti (2015) | Il premier Ponta si dimette; nasce l’USR, che entra al governo nel 2020 | Fuori dall’esecutivo in meno di un anno, tra liti e scissioni; il fondatore Nicușor Dan arriva alla presidenza solo nel 2025 |
| Slovacchia | Omicidio del giornalista Ján Kuciak e della fidanzata (2018) | Fico si dimette; nel 2020 Igor Matovič vince con il 25% promettendo pulizia | Governo logorato da liti e dal caso Sputnik; nel 2023 Fico torna premier |
| Italia | Il «vaffa» contro la Casta (2007) | M5S primo partito con il 32,7% (2018) | Governi con Lega, PD e Draghi; nel 2022 i voti sono più che dimezzati |
Il Movimento 5 Stelle sfidava una democrazia logora, non un regime, ma il meccanismo è identico: i movimenti nati dall’indignazione vincono sul terreno morale e perdono su quello amministrativo. Sanno che cosa non vogliono, e arrivano al governo senza aver mai dovuto scegliere che cosa vogliono. Il vecchio sistema, intanto, si ritira nelle procure, nelle redazioni, nei municipi, e aspetta. Fico, costretto alle dimissioni nel 2018, è tornato premier nel 2023. Gli ex radicali serbi hanno aspettato dodici anni.
Le tre trappole di Belgrado
La prima è il calendario. Vučić ha perso il Parlamento, non il Paese. Dopo le sue dimissioni la presidenza è passata ad interim ad Ana Brnabić, presidente dell’Assemblea e sua fedelissima, e il nuovo capo dello Stato va eletto entro tre mesi: la partita si riapre entro il 25 dicembre. Il suo partito conserva quasi il 40 per cento, una rete capillare nei comuni e gran parte dell’informazione. Gli osservatori del CRTA hanno documentato pressioni sugli elettori in quasi un terzo dei seggi monitorati, e quelli dell’OSCE hanno descritto una campagna «sbilanciata» a favore del partito uscente, con quasi un miliardo di euro di benefici annunciati sotto elezioni e una televisione pubblica schierata: l’apparato funziona ancora, anche quando perde.
La seconda è l’assenza di un capo. «È vero che sono il primo tra pari, ma non è vero che sono il capolista», ripeteva Srdanović in campagna. L’orizzontalità è stata la forza del movimento: non c’era un volto da comprare o screditare. Al governo diventa un problema. Un esecutivo deve decidere in ore, non in assemblee; deve nominare, licenziare, prendersi le colpe. E duecentocinquanta persone scelte perché non erano politici dovranno comportarsi da maggioranza disciplinata per quattro anni. Il passaggio dal plenum al Consiglio dei ministri è il punto esatto in cui Otpor si è perso.
La terza è la geopolitica rinviata. Bruxelles festeggia: Ursula von der Leyen si è congratulata in poche ore. Farebbe bene a leggere il programma. La Lista promette neutralità militare, considera l’adesione all’Unione non una priorità immediata e da affidare a un eventuale referendum, definisce il Kosovo «parte inalienabile» della Serbia. Vuole sospendere la miniera di litio di Jadar, il progetto di Rio Tinto su cui l’Europa ha costruito nel 2024 un partenariato per le materie prime critiche. Nelle piazze, del resto, non si vedevano bandiere a dodici stelle: il movimento teneva insieme filoeuropei e nazionalisti delusi. Intanto la principale compagnia petrolifera del Paese, la NIS, è ancora per il 56 per cento in mano al gruppo Gazprom, sotto sanzioni americane, in attesa che si chiuda la vendita all’ungherese MOL. E Vučić, nel discorso della sconfitta, ha già accusato alcuni Paesi europei e il «deep state» americano di aver sostenuto le proteste: ogni abbraccio troppo stretto di Bruxelles gli regalerà la storia del governo eterodiretto.
Perché ci riguarda
L’Italia è il terzo partner commerciale della Serbia, dopo Germania e Cina, con un interscambio che nel 2024 ha superato i 3,7 miliardi di euro. A Kragujevac Stellantis costruisce la Fiat Grande Panda, e nel 2025 ha chiesto a operai di Melfi, Modena, Cassino e Termoli di andare a lavorare lì per qualche mese, perché con paghe intorno agli 800 euro non trovava abbastanza manodopera locale. La stabilità di Vučić era anche questo: salari bassi, sindacati deboli, un governo accomodante con chi investe. Un prodotto che l’Europa, Italia compresa, comprava volentieri. Un governo che promette di rivedere i grandi contratti e alzare il salario minimo cambia i conti anche per chi investe da qui. Per una volta, chi a Roma e a Bruxelles predica lo Stato di diritto nei Balcani dovrà dimostrare di volerlo anche quando costa.
La seconda occasione
La notte del voto una ricercatrice serba ha scritto di sperare di «non sprecare la seconda chance». È la frase più lucida di queste ore, perché ammette ciò che i trionfalismi tacciono: la prima i serbi l’avevano già sprecata. Il Gattopardo è una tentazione irresistibile per chi guarda da lontano, ma il fatalismo è anche una forma di pigrizia. Questa volta qualcosa di diverso c’è: i serbi hanno battuto il sistema nelle urne e non sulle barricate, con un movimento che ha studiato i fallimenti dei predecessori. Resta da capire se ha studiato anche l’ultimo capitolo, quello in cui i vincitori scoprono che abbattere un uomo è più facile che smontare un apparato.
La misura del successo non sarà il primo discorso del nuovo premier. Saranno tre cose concrete: se la magistratura arriverà ai responsabili di Novi Sad, se la televisione pubblica smetterà di essere la televisione di qualcuno, se entro Natale il nuovo presidente sarà eletto su un campo finalmente piano. Se accadrà, il 25 ottobre 2026 sarà ricordato come il giorno in cui la Serbia ha chiuso gli anni Novanta. Altrimenti, fra dieci anni qualcuno scriverà di un nuovo uomo forte e si chiederà come sia stato possibile. E la risposta sarà, ancora una volta, che la rivoluzione si era fermata sul portone del palazzo.
D.V.