Da Baghdad a Moura, fino ai cancelli del pane di Gaza, la guerra si appalta ai privati. Da Cuba alla Cisgiordania, le sanzioni colpiscono duro i deboli e accarezzano gli alleati. Il filo è uno solo: il diritto internazionale applicato secondo convenienza. E l’Italia non fa eccezione.

Il bancomat del Pentagono. Con le invasioni dell’Afghanistan, nel 2001, e dell’Iraq, nel 2003, l’amministrazione di George W. Bush, sotto la regia del vicepresidente Dick Cheney e del segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, trasformò il bilancio del Pentagono in un bancomat per le multinazionali della sicurezza e della logistica. L’emblema è Halliburton, con la controllata KBR: un colosso di cui Cheney era stato amministratore delegato fino al 2000, e che nel 2003 ottenne senza gara d’appalto il contratto per il ripristino dei pozzi petroliferi iracheni. Nel 2008, secondo l’Ufficio di bilancio del Congresso, i contractor privati nel teatro iracheno erano almeno 190.000, tanti quanti i soldati americani. Accanto alla logistica, la forza: compagnie come la Blackwater di Erik Prince, sottratte alla giustizia irachena da un’ordinanza del 2004, l’Ordine 17. Il 16 settembre 2007, in piazza Nisour a Baghdad, uomini della Blackwater aprirono il fuoco sulla folla e uccisero diciassette civili. Quattro guardie furono condannate negli Stati Uniti; nel dicembre 2020 Donald Trump le graziò. È la parabola completa della guerra privatizzata: il profitto resta privato, l’impunità diventa pubblica.
Non è un vizio solo americano. Sarebbe comodo fermarsi qui e farne una colpa di Washington. Sarebbe anche disonesto. L’esercito privato più spregiudicato degli ultimi dieci anni ha parlato russo: il gruppo Wagner, braccio armato non ufficiale del Cremlino dalla Siria alla Libia, dalla Repubblica Centrafricana al Mali. Nel marzo 2022, nel villaggio maliano di Moura, almeno cinquecento persone furono uccise dall’esercito di Bamako e da «personale militare straniero», secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani; le testimonianze raccolte rinviavano agli «istruttori» russi. Nel giugno 2023 la Wagner arrivò a marciare su Mosca; due mesi dopo il suo fondatore, Evgenij Prigožin, morì nello schianto del suo aereo, e i suoi uomini sono stati via via assorbiti nell’Africa Corps, alle dirette dipendenze del ministero della Difesa russo. Cambiano le bandiere, non il modello: quando lo Stato appalta il monopolio della forza a imprese il cui fatturato cresce con l’instabilità, la pace smette di essere un obiettivo politico e diventa un rischio d’impresa.
Il pane in appalto. Quel modello non è stato archiviato: è stato esportato fin dentro l’emergenza umanitaria. Nel 2025, a Gaza, la distribuzione del cibo a una popolazione allo stremo è stata affidata alla Gaza Humanitarian Foundation, un ente registrato nel Delaware e sostenuto da Israele e Stati Uniti, che ha subappaltato la sicurezza dei suoi centri a contractor americani armati. Alcuni di loro hanno raccontato all’Associated Press di colpi sparati senza una minaccia reale, di granate stordenti e spray al peperoncino usati quasi a ogni distribuzione. A luglio di quell’anno l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani contava 798 persone uccise mentre cercavano cibo, 615 delle quali nei pressi di quei centri. Chi abbia sparato, caso per caso, dovranno stabilirlo le inchieste; ma il modello è già un verdetto. Il pane, come la guerra, è diventato un servizio in appalto.
Le sanzioni a geometria variabile. C’è poi una seconda forma di violenza, più subdola perché veste l’abito della diplomazia: le sanzioni economiche. Il filo che la lega alla prima è lo stesso: l’impunità di chi conta. Presentate come strumenti chirurgici contro i regimi oppressivi, le sanzioni rivelano la loro vera natura in un dettaglio: la loro durezza dipende meno dalla gravità delle violazioni che dall’identità di chi le commette. Contro i deboli e i nemici, colpiscono intere popolazioni. Contro gli alleati, si fermano sulla soglia di casa. Il caso russo lo dimostra per contrasto: dopo l’invasione dell’Ucraina, l’Europa ha varato un pacchetto di sanzioni dopo l’altro, e nessuno ha invocato la prudenza. Il metro esiste, dunque. Solo che non vale per tutti.
Cuba, l’assedio senza fine. L’embargo statunitense contro Cuba, nato nel 1962 per abbattere il governo castrista, è sopravvissuto alla morte di Fidel e all’uscita di scena di Raúl. In oltre sessant’anni non ha prodotto alcuna transizione democratica. Nel 2026 si è fatto assedio: dopo l’intervento in Venezuela, Washington ha chiuso i rubinetti del petrolio venezuelano diretto all’isola e minacciato dazi contro i Paesi che le vendono greggio. A febbraio ha concesso una deroga per le forniture a scopo umanitario, ma non è bastata: da allora l’isola è rimasta più volte interamente al buio, gli ospedali lavorano in affanno, a maggio il governo ha dichiarato esaurite le scorte di gasolio. Nessuno assolve il regime dell’Avana dalle sue colpe, a cominciare da un’economia pianificata fallimentare e dalla repressione del dissenso. Ma un’arma che in sei decenni non ha piegato il potere e continua a piegare la popolazione non è una politica estera: è una punizione collettiva. E l’esodo di un milione di cubani in appena due anni, ammesso dalle stesse autorità dell’Avana, ne è il prezzo più visibile.
Le sanzioni che non mordono. Il doppio standard emerge in tutta la sua evidenza in Medio Oriente. Davanti alla distruzione di Gaza, dove i morti sono almeno settantaquattromila secondo il ministero della Salute locale, e alla violenza dei coloni in Cisgiordania, che il 17 ottobre hanno aggredito un gruppo di diplomatici europei in visita agli uliveti di Taybeh, l’Unione europea ha scelto la via delle sanzioni mirate: colpisce singoli coloni violenti e organizzazioni degli insediamenti, con misure adottate nel 2024 e allargate lo scorso maggio. Alcuni governi sono andati oltre. La Spagna ha scritto in una legge l’embargo sulle armi; Spagna e Slovenia hanno vietato le merci prodotte nelle colonie, e il Regno Unito le ha seguite; diversi Paesi, dalla Spagna alla Francia ai Paesi Bassi, hanno colpito direttamente i ministri Ben-Gvir e Smotrich. Ma l’Europa, nel suo insieme, si è fermata lì. La proposta della Commissione di sospendere le parti commerciali dell’Accordo di associazione con Israele, avanzata nel settembre 2025, è stata accantonata. A giugno i Ventisette non hanno trovato l’unanimità nemmeno per sanzionare Ben-Gvir. Si colpisce il colono che incendia un uliveto; si risparmia il governo che finanzia l’insediamento da cui è partito.
La geometria vista da Roma. Tra chi ha fermato l’Europa c’è l’Italia. Il 13 aprile il governo ha sospeso il rinnovo automatico del memorandum di cooperazione con Israele nel settore della difesa, firmato nel 2003: un gesto che Israele ha liquidato come «senza significato pratico». Otto giorni dopo, al Consiglio Affari esteri di Lussemburgo, Italia e Germania hanno bloccato la sospensione dell’Accordo di associazione, e il ministro Antonio Tajani l’ha dichiarata «accantonata». A maggio Roma ha fatto marcia indietro sulle restrizioni alle merci delle colonie, chiedendo invece sanzioni individuali contro il solo Ben-Gvir, come se la responsabilità fosse di un ministro e non del governo di cui fa parte. L’argomento ufficiale è che fermare l’Accordo colpirebbe l’intera popolazione israeliana. Merita rispetto: è lo stesso che questo giornale usa per Cuba. Ma sospendere le preferenze commerciali a un Paese ad alto reddito non lascia nessuno al buio né senza farmaci; e l’Accordo, all’articolo 2, lega esplicitamente quelle preferenze al rispetto dei diritti umani. È la geometria variabile vista da casa nostra: un gesto simbolico ad aprile, il freno a mano in Europa subito dopo.
Il boicottaggio come reato. La prudenza dei governi ha un rovescio, ed è il trattamento riservato al movimento BDS: boicottaggio, disinvestimento e sanzioni. Nato nel luglio 2005 dall’appello di oltre centosettanta organizzazioni della società civile palestinese e ispirato al boicottaggio che contribuì a far cadere l’apartheid in Sudafrica, chiede ai cittadini di non acquistare, alle istituzioni di disinvestire, ai governi di sanzionare. Si può dissentire dal BDS: molti ne contestano la richiesta del diritto al ritorno dei profughi, che metterebbe in discussione il carattere ebraico dello Stato d’Israele, e nel 2019 il Bundestag tedesco lo ha definito antisemita in una risoluzione. È un dibattito legittimo. Non lo è trasformare il dissenso in colpa da punire. Negli Stati Uniti decine di Stati hanno approvato leggi che escludono dagli appalti pubblici chi aderisce al boicottaggio. In Francia alcuni attivisti furono condannati penalmente per aver distribuito volantini in un supermercato, finché nel 2020 la Corte europea dei diritti dell’uomo, con la sentenza Baldassi, ha stabilito che quella condanna violava la libertà d’espressione. Ecco il doppio binario: gli Stati si riservano il diritto di sanzionare con il contagocce, e negano ai cittadini quello di boicottare con il proprio portafoglio.
Non affamare, disarmare. Resta una domanda, e va affrontata a viso aperto: come si tengono insieme la condanna dell’embargo contro Cuba e la richiesta di misure più dure verso Israele? La risposta sta tutta in una distinzione. Un conto è affamare un popolo per piegare il suo governo; un altro è smettere di vendere armi a chi le usa contro i civili e di comprare merci prodotte su terre occupate. Le prime sono punizioni collettive. Le seconde sono il minimo che il diritto internazionale chiede: non rendersi complici. Lo ha ricordato la Corte internazionale di giustizia nel parere del luglio 2024, avvertendo che gli Stati non devono prestare aiuto né assistenza al mantenimento dell’occupazione. L’Occidente fa esattamente il contrario: è spietato dove dovrebbe essere prudente, e prudente dove dovrebbe essere rigoroso.
Nel fango, del resto, gli stivali non li sporca chi firma i contratti né chi scrive i comunicati. Li sporca chi sta sotto: in piazza Nisour, nel villaggio di Moura, ai cancelli del pane di Gaza, nelle case dell’Avana rimaste al buio. È sulla loro pelle che prosperano i signori del fango: chi guadagna dalla guerra e chi la rende sopportabile con una dichiarazione congiunta. Finché il diritto internazionale sarà una giacca da indossare a seconda dell’ospite, la pace resterà quello che è diventata: un miraggio, visibile da lontano e irraggiungibile proprio per chi ne ha più bisogno.
D.V.