Abbiamo scambiato la libertà per l’assenza di vincoli e il cittadino per un cliente. Il risultato non è un Paese più libero, ma uno spazio pubblico in cui vince chi arriva prima, chi alza la voce, chi rischia sulla pelle degli altri.

Siamo diventati una civiltà che ha dichiarato guerra al concetto stesso di limite. Basta osservare l’evoluzione dei comportamenti collettivi negli ultimi decenni per riconoscere una costante inquietante: la demolizione progressiva e metodica di ogni argine morale, normativo e sociale, in nome di un’idea di libertà che ha smesso di essere un valore democratico per diventare una patologia dell’ego.
L’individuo contemporaneo soffre di un’ipertrofia dell’io che gli impedisce di concepire il prossimo se non come una funzione o, peggio, come un intralcio alla propria espressione personale. Già nel 1979 Christopher Lasch parlava di una «cultura del narcisismo»; oggi quella diagnosi è diventata un modo di stare al mondo. Abbiamo confuso la sacrosanta difesa dei diritti civili e individuali con la deregolamentazione dell’anima. In questo capovolgimento la regola non è più il patto che garantisce la sopravvivenza della comunità, ma un’offesa intollerabile al proprio insindacabile arbitrio. L’anarchia comportamentale che ne deriva non è un’esplosione di libertà: è il capriccio elevato a sistema. E lo spazio pubblico smette di essere il luogo della condivisione per diventare un Far West relazionale, governato dalla prevaricazione quotidiana.
La genesi del capriccio: il consumatore davanti alla legge
Questa intolleranza verso il limite non nasce dal nulla. È il frutto maturo di un modello economico e culturale che ha colonizzato la psiche. Per generazioni la società dei consumi ci ha educati all’idea che tutto debba essere immediato, accessibile, personalizzabile e privo di attrito. Il mercato ci ha abituati a eliminare l’attesa, ad aggirare l’ostacolo, a pretendere che il mondo si modelli sulle nostre esigenze del momento.
Il dramma si compie quando la stessa forma mentis passa dal piano dei consumi privati a quello della convivenza civile. Il cittadino si accosta alla legge dello Stato con la stessa pretesa con cui giudica un’applicazione sul telefono. La norma, il vincolo amministrativo, il controllo di sicurezza, la sanzione non vengono più letti come tutele collettive, ma come disservizi: attentati alla propria libertà di movimento o di profitto. Se una regola rallenta la mia corsa, se una procedura riduce il mio margine, se un divieto limita la mia gratificazione immediata, l’errore non sta nel mio comportamento, ma nella regola. La sanzione diventa vessazione, il controllore un nemico. Nasce così l’utente globale: un soggetto che pretende tutti i servizi della cittadinanza e rifiuta di pagarne il prezzo in doveri.
Eppure la Costituzione non lascia spazio a equivoci. L’articolo 2, mentre riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, richiede «l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». Nella Carta, diritti e doveri stanno nella stessa frase. Nella testa di molti, ormai, abitano in due paesi diversi.
L’estetica dell’irresponsabilità: il culto del rischio asimmetrico
Il sintomo più evidente di questa anima deregolamentata è quello che possiamo chiamare il «culto del rischio asimmetrico». In una società sana il rischio individuale è legato alla responsabilità: chi compie un’azione pericolosa si fa carico delle sue conseguenze materiali e morali. Oggi, invece, si pretende di privatizzare il brivido dell’infrazione e di socializzare la tragedia che ne deriva.
Sulla strada, dove la distrazione è ormai fra le prime cause accertate degli incidenti, come nei cantieri e nelle fabbriche, la dinamica è la stessa: un’illusione di onnipotenza, tecnologica ed esistenziale, fa credere che l’incidente, il crollo, la tragedia riguardino sempre «gli altri». I protocolli di sicurezza e i controlli preventivi diventano orpelli burocratici che frenano l’efficienza. L’urgenza, che sia dettata dal profitto o dalla banale fretta quotidiana, è eletta a valore supremo, e davanti a essa la tutela della vita deve farsi da parte.
La notte del 30 agosto 2023, a Brandizzo, nel Torinese, cinque operai al lavoro sui binari furono travolti da un treno. Secondo l’accusa, i lavori sarebbero cominciati senza il nulla osta all’interruzione della circolazione; diversi testimoni hanno raccontato che partire in anticipo, sulla base di un via libera a voce, era una prassi, per guadagnare tempo e non incorrere in penali. Il 30 settembre scorso, davanti al giudice dell’udienza preliminare di Ivrea, si è aperto il procedimento: ventuno persone e tre società sono chiamate a rispondere di omicidio colposo plurimo e disastro ferroviario. Le responsabilità le stabiliranno i giudici. La lezione, intanto, è già chiara: quando il tempo vale più della regola, prima o poi qualcuno paga con la vita.
È questa l’asimmetria più crudele: a decidere di correre è chi sta più in alto nella catena, a pagare è quasi sempre chi sta più in basso. E chi si muove nel mondo come un predatore, convinto che la propria eccezionalità lo esenti dalle regole comuni, è spesso lo stesso che, quando la realtà presenta il conto, si riscopre fragile e invoca il soccorso dello Stato.
La ritirata dello Stato
Questa deriva non avrebbe raggiunto simili vette senza la ritirata delle istituzioni. Di fronte a una massa critica di cittadini che rifiutano il limite, il potere politico e amministrativo ha abdicato alla propria funzione educativa e sanzionatoria. Non cerca più di governare le pulsioni individualistiche per incanalarle verso il bene comune: preferisce assecondarle, terrorizzato dall’idea di perdere il consenso di un elettorato che si indigna al primo accenno di rigore.
Lo Stato si è così trasformato da custode della regola in notaio delle catastrofi. I numeri lo dicono meglio di qualunque aggettivo. Secondo il rapporto dell’Ispettorato nazionale del lavoro, nel 2025 le ispezioni concluse in materia di salute e sicurezza sono state 40.474, e oltre otto su dieci hanno riscontrato irregolarità: l’82,1%. I controlli sono mirati, e quel dato non descrive tutte le imprese italiane; ma racconta che dove lo Stato guarda trova quasi sempre qualcosa che non va. E che guarda troppo poco: alla fine dell’anno, a vigilare su milioni di aziende, c’erano 4.366 ispettori in tutto. Significa che una regola può restare violata per anni prima che qualcuno se ne accorga.
Si rinuncia al controllo preventivo, spesso osteggiato in nome di una malintesa difesa della riservatezza o della libertà d’impresa, e ci si riduce a contare i danni. Si preferisce gestire l’emergenza, piangere le vittime a favore di telecamera e varare norme d’urgenza dal forte impatto emotivo e dalla scarsa efficacia pratica, piuttosto che esercitare l’autorità, assai meno fotogenica, della prevenzione. Questa tolleranza verso la piccola infrazione e l’elusione sistematica delle regole ha lanciato un messaggio devastante: il limite è negoziabile, la sanzione è un incidente di percorso, la responsabilità civile è un concetto da libro di scuola.
Il deserto della libertà senza doveri
Una società che rifiuta il limite non approda a una libertà più grande, ma al deserto della convivenza. Quando ciascuno si arroga il diritto di stabilire da solo dove finisce la propria libertà e dove comincia quella altrui, la democrazia regredisce verso quello stato di natura che Thomas Hobbes, nel Leviatano, descriveva come una guerra di tutti contro tutti. Oggi la si combatte a colpi di furbizia, di prepotenza e di indifferenza.
La vera libertà non coincide con l’assenza di regole: ne è, al contrario, il prodotto più raffinato. Montesquieu lo scriveva già nel 1748, definendo la libertà come il diritto di fare tutto ciò che le leggi permettono. Poco più di un secolo dopo, Giuseppe Mazzini intitolava la sua opera più celebre non ai diritti, ma ai doveri dell’uomo. Il limite non è il muro che imprigiona l’individuo: è il confine che protegge la sua esistenza dall’egoismo del vicino, e quella del vicino dal suo.
Invertire la rotta è possibile, ma richiede scelte precise, non appelli. Da queste colonne ne proponiamo due. La prima: un piano straordinario di assunzioni di ispettori del lavoro, perché una regola che nessuno controlla è soltanto un consiglio. La seconda: l’educazione civica, reintrodotta nel 2019 con almeno trentatré ore l’anno distribuite fra le altre materie, diventi una disciplina vera, con un docente e un orario propri, in cui i doveri si insegnino con la stessa serietà dei diritti. Senza scelte di questo tipo, ci ritroveremo a vivere in un aggregato instabile di solitudini predatrici. Una società che deregolamenta la propria anima per risparmiarsi la fatica del limite ha già rinunciato al proprio futuro, ed è destinata a implodere sotto il peso dei suoi stessi capricci.
D.V.