
C’era un tempo in cui le alleanze nascevano per difendere i confini, non per ridisegnarli con la forza delle parole. Per capire dove stiamo andando, bisogna ricordarsi da dove siamo partiti. Correva l’anno 1949. L’Europa era un cumulo di macerie, la Seconda Guerra Mondiale si era appena consumata e il mondo si divideva in due blocchi. La NATO nacque allora: un patto difensivo, uno scudo per impedire che l’ombra dell’Unione Sovietica si allungasse oltre la cortina di ferro. Il cuore dell’accordo era l’Articolo 5 del Trattato Nord Atlantico: se tocchi uno di noi, rispondi a tutti noi. Serviva a fare paura per non dover combattere. Era la logica della dissuasione.
La promessa infranta
Poi, la storia ha voltato pagina. Il muro di Berlino è crollato, l’Unione Sovietica si avviava all’implosione. In quel momento di passaggio, nel febbraio del 1990, durante i negoziati per la riunificazione tedesca, il Segretario di Stato USA James Baker promise al leader sovietico Michail Gorbačëv — sotto la presidenza di George H. W. Bush — che la NATO non si sarebbe estesa a Est “di un solo pollice”. Il principio era chiaro: non umiliare una Russia ferita e instabile. Fu una rassicurazione verbale, mai messa nero su bianco in un trattato vincolante. Negli anni successivi, con Bill Clinton alla Casa Bianca e Boris Eltsin al Cremlino, quella rassicurazione informale si logorò progressivamente: nonostante gli accordi di cooperazione firmati tra i due — dalla Partnership for Peace del 1994 all’Atto Fondativo NATO-Russia del 1997 — l’Alleanza riprese a marciare verso Oriente, inglobando pezzo dopo pezzo l’Europa dell’Est, fino ad arrivare ai confini di Mosca. Quell’allargamento, nato dalla fretta e dalla miopia di più di un’amministrazione americana, ha piantato i semi della diffidenza che oggi stiamo pagando a caro prezzo.
La mutazione del vertice
In questa transizione, qualcosa si è rotto anche al vertice. La figura del Segretario Generale della NATO ha subito una metamorfosi inattesa. Nelle regole d’ingaggio, il Segretario è un funzionario, un diplomatico d’alto rango il cui compito principale è tessere la tela del consenso tra i paesi membri. Ha prerogative di coordinamento, ma limiti severissimi: non decide la strategia militare, non dichiara guerre, non ha un esercito proprio. Deve parlare la lingua della prudenza.
Negli ultimi anni, invece, abbiamo assistito a un cambio di registro radicale, quasi intralciante per le diplomazie nazionali. Ha cominciato Jens Stoltenberg, trasformando la sua poltrona in un podio da cui lanciare moniti continui e perentori. Ha proseguito, con toni ancora più accesi, Mark Rutte. Mi pare che il suo stile comunicativo ne palesi uno spirito guerrafondaio: una retorica aggressiva, sempre sopra le righe, che sembra cercare lo scontro verbale prima ancora che la mediazione — un registro difficile da conciliare con il ruolo di garante del consenso tra alleati che la carica di Segretario Generale dovrebbe incarnare. I vertici della NATO hanno smesso i panni dei facilitatori per indossare l’armatura dei decisori politici, parlando una lingua muscolare che riduce lo spazio del dialogo.
Le fratture europee
Mentre i vertici alzano la voce, dentro l’Europa si consumano vecchi rancori e nuove ambizioni. Gli Stati Uniti minacciano un disimpegno, stanchi di pagare il conto della sicurezza del Vecchio Continente. E così si fa strada il rischio di un’Europa germanocentrica che, sfruttando il vuoto lasciato da Washington, vuole farsi guida militare della NATO. Un’idea che fa tremare i polsi a chi ricorda la storia del Novecento. Dall’altra parte c’è la Francia, custode di una storica ritrosia ad agire nei limiti dell’Alleanza. Dai tempi di De Gaulle, Parigi ha sempre guardato con sospetto il comando integrato americano, gelosa della propria autonomia nucleare; una ritrosia che il tempo ha parzialmente ridotto, ma che riemerge ogni volta che l’asse franco-tedesco entra in crisi.
Il volto militarista di Bruxelles
Se la NATO ha il suo Rutte, l’Unione Europea ha la sua Ursula von der Leyen, e il copione non cambia. Nel marzo 2025 la Presidente della Commissione ha presentato il piano ReArm Europe, capace di mobilitare fino a 800 miliardi di euro per il riarmo del continente, con un programma di prestiti da 150 miliardi — il SAFE — varato senza un vero dibattito pubblico all’altezza della posta in gioco. Una scelta calata dall’alto, in perfetta continuità con lo stile di governo che l’ha resa celebre: quello di un’istituzione che decide prima e informa poi. Non è un caso isolato. Lo scandalo dei messaggi scambiati con l’amministratore delegato di Pfizer durante la trattativa sui vaccini — mai resi pubblici nonostante le richieste, fino alla bocciatura della Commissione da parte del Tribunale UE nel maggio 2025 per non aver motivato il rifiuto di divulgarli — ha già mostrato quanto la trasparenza sia un optional quando si tratta di decisioni multimiliardarie. Oggi lo stesso metodo si applica alle armi anziché ai vaccini: la logica non cambia, cambia solo il prodotto da comprare senza fare troppe domande.
Il doppiopesismo dell’Occidente
Ma il cortocircuito più vistoso della nuova gestione atlantica risiede in un doppiopesismo etico che mina la credibilità stessa dell’Occidente. Da un lato, la NATO si erge a paladina del diritto internazionale nella guerra russo-ucraina, giustamente condannando l’aggressione di Mosca. Dall’altro, la stessa Alleanza si trincera dietro un silenzio imbarazzato di fronte alla perdurante ritorsione di Israele contro la popolazione palestinese, un conflitto che ha ormai tracimato i confini investendo con bombardamenti e operazioni militari il Libano e la Siria. Due pesi e due misure che logorano l’autorità morale dell’Occidente agli occhi del mondo. Una debolezza strategica che esplode anche all’interno dello stesso perimetro alleato, come dimostrano i recenti e pericolosi battibecchi che hanno contrapposto il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan. La Turchia non è un partner qualunque: ospita il secondo esercito dell’Alleanza ed è lo storico, insostituibile bastione della NATO sul fianco sud-est. Vedere questo pilastro vacillare sotto i colpi di una guerra di nervi mediorientale fotografa la frammentazione di un comando che non sa più imporre la diplomazia nemmeno a casa propria.
Il ricatto di Trump
A esasperare questo quadro è arrivata la dottrina cinica imposta da Donald Trump. Il miliardario prestato alla Casa Bianca ha ridotto la geopolitica a un banale registro contabile, a un’estorsione commerciale mascherata da alleanza. Trump ha alzato la posta a livelli insostenibili, pretendendo che i Paesi alleati portino la spesa militare fino al 5% del PIL. Va detto per onestà che l’obiettivo, formalizzato al vertice NATO dell’Aia del giugno 2025, prevede una scadenza al 2035 e un percorso graduale, non un adeguamento immediato — ma anche in questa versione diluita nel tempo il peso sui bilanci pubblici resta enorme, trattandosi comunque di più del doppio rispetto al precedente tetto del 2%. Il suo è il linguaggio del padrone che esige il pagamento della protezione: se non pagate il pizzo militare alla nostra industria bellica — ha fatto capire a più riprese — l’America girerà le spalle, lasciandovi al vostro destino. È la totale demolizione di ogni principio di solidarietà internazionale, sostituito dal culto dell’egoismo mercantile dell’“America First”. Una visione mercantile che umilia i partner storici e calpesta decenni di equilibrio internazionale in nome del profitto delle multinazionali delle armi.
Il prezzo per l’Italia
Per l’Italia, che oggi spende circa l’1,5% del proprio Prodotto Interno Lordo per la difesa — poco più di 45 miliardi di euro l’anno — assecondare questo ricatto significherebbe arrivare, entro il 2035, a una spesa complessiva vicina ai 100-110 miliardi di euro annui: un traguardo che, pur spalmato su un decennio, resta un salto nel vuoto per i conti pubblici del Paese. In questo scenario, il nostro Paese offre uno spettacolo doloroso. Il Governo di Giorgia Meloni si riscopre totalmente appiattito sui desiderata di Trump. Pur di compiacere il leader americano e accreditarsi come alleato fedele, l’esecutivo italiano accetta supinamente diktat economici che peseranno come macigni sulle nostre finanze pubbliche. In un Paese con gli ospedali al collasso, le scuole che cadono a pezzi e le famiglie strangolate dall’inflazione, promettere miliardi di euro all’industria delle armi per inseguire le percentuali pretese da Washington non è solo miopia politica: è un tradimento delle priorità reali dei cittadini, oltre che una clamorosa smentita dell’Articolo 11 della nostra Costituzione, che ci ricorda come l’Italia ripudi la guerra come strumento di offesa e come mezzo di risoluzione delle controversie.
Una clausola diventata trappola
In questo scenario, l’Articolo 5 del Trattato NATO è diventato una bomba a orologeria. Concepito come scudo, rischia oggi di trasformarsi in una trappola a causa della deriva dirigista e autoritaria del vertice. Se un Segretario Generale può spingersi oltre le proprie prerogative con dichiarazioni incendiarie, il rischio che un incidente di percorso attivi la clausola di difesa collettiva si amplifica in maniera drammatica. I paesi occidentali hanno messo da parte le note capacità diplomatiche — quelle che durante la Guerra Fredda evitavano l’apocalisse con una telefonata sul “telefono rosso” — per abbassarsi alla politica della pura minaccia.
Si è perso il senso del limite, affrontando conflitti epocali con una leggerezza che ignora il sangue e le macerie. Diventa allora un dovere morale fermarsi e ascoltare le parole di chi la ferocia della linea del fronte l’ha vista e raccontata per davvero. Come Oriana Fallaci scriveva raccontando dal fronte del Vietnam, la guerra non è mai gloriosa, ma una sporca tragedia su cui piangere.
D.V.