
C’è un momento preciso, negli ultimi giorni di agosto, in cui l’Italia si guarda allo specchio e scopre di essere più stanca di prima. Lo si capisce dalle facce sui treni dei pendolari, dal silenzio rassegnato nelle stazioni di servizio lungo le autostrade, dal rumore delle serrande che tornano a sollevarsi nelle periferie delle nostre città. Le vacanze sono finite. A rendere ancora più amaro il rientro a casa è l’ennesima stangata che attende gli automobilisti alle pompe di rifornimento. Il prezzo della benzina è tornato a salire, superando la soglia psicologica dei due euro al litro in modalità self-service su molte tratte autostradali, mentre il gasolio non concede tregua. È il primo, brutale biglietto da visita del caro-vita che spegne ogni residua spensieratezza estiva. Resta il segno del sole sulla pelle e un senso di vuoto che non è solo nostalgia per la fine dell’estate. È l’ansia del giorno dopo. È la consapevolezza di rientrare in una quotidianità dove le pareti si sono fatte più strette e il futuro più pesante.
Per settimane i telegiornali hanno raccontato la favola dei record. Hanno mostrato le spiagge affollate, i ristoranti pieni, le città d’arte invase dal turismo. Hanno snocciolato cifre da capogiro: oltre venti miliardi di euro spesi dagli italiani per concedersi qualche giorno di tregua. Ma basta grattare la superficie della propaganda per scoprire il trucco. Gli italiani non hanno viaggiato di più, né hanno vissuto meglio. Hanno semplicemente pagato molto di più. L’inflazione selvaggia ha trasformato un diritto elementare — quello al riposo e alla disconnessione — in una tassa di soggiorno sulla stanchezza. Più di cinquecento milioni di euro sono svaniti nel nulla, bruciati solo dai rincari di voli, hotel e ombrelloni a parità di servizi. Si è speso per disperato bisogno di normalità, si è tornati a casa con il conto in banca svuotato.
È il segno dei tempi. La scomparsa lenta, silenziosa e inesorabile della classe media. Ci fu una stagione, tra gli anni Sessanta e Settanta, in cui le ferie estive erano il grande manifesto del benessere diffuso. Erano la conquista sociale degli operai, degli impiegati, degli insegnanti. L’utilitaria carica di valigie verso il mare era il simbolo di un Paese che cresceva e che distribuiva la sua ricchezza. Oggi quell’ascensore sociale è fermo, forse guasto. Chi appartiene al ceto medio non pianifica più il viaggio: calcola la rinuncia. Per molti, la vacanza è diventata un lusso d’élite; per altri, un debito da pagare a rate nei mesi invernali.
La gabbia della moneta forte
Dietro questa fatica non c’è una fatalità del destino, ma una precisa e dolorosa parabola storica che affonda le sue radici nei primi anni Novanta. L’ultimo, impietoso rapporto dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio mette a nudo un’anomalia tutta italiana: tra il 1990 e oggi, mentre la media dei principali Paesi dell’area OCSE vedeva le retribuzioni reali crescere del 35% (con balzi vicini al 50% nel Regno Unito e negli Stati Uniti), nel nostro Paese il valore reale dei salari dipendenti è diminuito dell’1,6%, un calo che sale al 6,6% se si considerano anche i dati INPS sul settore privato, comprensivi dell’effetto della diffusione del part-time. Un trentennio di gelo e stagnazione che ha progressivamente impoverito chi lavora, riducendo drasticamente il potere d’acquisto delle famiglie — e colpendo più duramente proprio chi guadagna meno: per il 10% dei lavoratori con le retribuzioni più basse il calo reale supera il 40%.
Le cause di questa anomalia sono molteplici e su questo concordano anche gli analisti dell’UPB: la bassa produttività strutturale, la dimensione ridotta delle imprese italiane, la crescita abnorme del precariato nei servizi. Ma tra i fattori scatenanti resta centrale una scelta politica precisa. Questo declino strutturale ha subito un’accelerazione decisiva con l’ingresso del Paese nell’unione monetaria. L’adozione dell’Euro, se da un lato ha garantito stabilità finanziaria e protetto il debito sovrano dalle tempeste speculative, dall’altro ha privato l’Italia del suo storico ammortizzatore economico: la svalutazione competitiva della moneta. Impossibilitato a svalutare la Lira per vendere all’estero i propri prodotti a prezzi più bassi, il sistema industriale italiano ha operato una svalutazione interna, scaricando gran parte del peso della competitività globale sul fattore umano.
A gravare su questo passaggio epocale fu la responsabilità politica di Romano Prodi. Nel novembre del 1996, il suo governo negoziò il rientro della moneta nazionale nello SME, il Sistema Monetario Europeo, accettando una parità centrale fissata a 990 lire per un marco tedesco. Un accordo che si tradusse, nel 1998, nel tasso di cambio definitivo e irrevocabile di 1936,27 lire per un euro. Si trattò di un cambio fortemente sbilanciato e a sfavore della Lira. Per compiacere i parametri di rigore imposti da Bonn e Parigi, e per accelerare l’ingresso nel club della moneta unica ad ogni costo, il governo italiano accettò una valutazione nominale eccessiva del nostro vecchio conio. Un marco a 990 lire, quando l’anno precedente oscillava ben sopra le 1050 lire, rappresentò una rivalutazione forzata che tagliò le gambe all’industria manifatturiera nazionale. Con una moneta così forte rispetto ai fondamentali dell’economia reale, le nostre merci divennero improvvisamente troppo care all’estero.
L’illusione ottica del Duemila
Se l’Euro nacque storto per le debolezze di Prodi, fu l’ingresso materiale della moneta nel 2002 a dare il colpo di grazia alle tasche degli italiani, complice la colpevole inerzia dei governi guidati da Silvio Berlusconi. In quel passaggio epocale, l’esecutivo scelse di non monitorare e non governare la crescita dei prezzi, lasciando campo libero a una speculazione selvaggia da parte degli esercenti. Il cambio psicologico fittizio di “mille lire uguale un euro” svuotò i portafogli dei cittadini da un giorno all’altro, mentre i salari restavano rigidamente agganciati alle vecchie tabelle.
Soltanto a posteriori il ministro dell’Economia Giulio Tremonti cercò di smarcarsi dalle proprie responsabilità, inventando la pittoresca e tardiva teoria del mancato “euro di carta” — i biglietti da uno e due euro che, secondo lui, avrebbero frenato i rincari. Una giustificazione debole, una tesi mai realmente dimostrata, che servì solo a coprire l’assenza di commissioni di controllo e di un calmiere efficace durante il passaggio di consegne monetario.
La cura che impoverisce
Il testimone dell’accanimento contro il mondo del lavoro è passato poi di mano in mano, senza distinzioni di colore politico. Anni dopo, la scure della precarizzazione ha preso le sembianze delle riforme del Partito Democratico guidato da Matteo Renzi. Con il suo Jobs Act, il governo Renzi ha smantellato lo Statuto dei Lavoratori e l’antico baluardo dell’Articolo 18, illudendo il Paese che per creare occupazione bastasse rendere i lavoratori sacrificabili.
Quella stagione ha istituzionalizzato la precarietà, trasformando il licenziamento in un mero costo aziendale calcolabile e privando un’intera generazione di giovani della possibilità di chiedere un mutuo, di pianificare una famiglia, di possedere un domani. Il mercato del lavoro è stato così stravolto: il part-time involontario è esploso, passando dal 4,1% degli anni Novanta a oltre il 30%, i contratti a termine si sono moltiplicati passando dal 12% di fine anni Novanta a oltre il 27% di oggi, e i tirocini gratuiti sono diventati la norma per l’ingresso dei giovani.
Il miraggio dell’assistenzialismo
A peggiorare il quadro, nel vuoto lasciato dalle tutele svanite, si sono innestate le soluzioni volute dal Movimento 5 Stelle sotto la guida di Giuseppe Conte. L’introduzione del Reddito di Cittadinanza — che pure ha attenuato, secondo diverse analisi ISTAT, la povertà assoluta per una parte della popolazione più fragile — ha rappresentato nel complesso un abbaglio nelle politiche sociali del Paese. Invece di intervenire sui nodi veri — la produttività del lavoro, gli investimenti strutturali e il rafforzamento dei contratti collettivi per garantire stipendi dignitosi — la misura ha spostato l’intero focus del dibattito pubblico verso una redistribuzione del reddito che si è rivelata incapace, da sola, di ricollocare stabilmente al lavoro chi lo aveva perso.
Quella misura, venduta come una rivoluzione epocale, ha di fatto convissuto con una piaga rimasta intatta: il lavoro povero e l’assenza di un vero futuro produttivo per i giovani. Siamo diventati, per un tratto della nostra storia recente, la Repubblica dei sussidi a pioggia più che degli investimenti in produttività — un errore di prospettiva del quale ancora oggi si pagano le conseguenze.
La fabbrica delle promesse mancate
Oggi, l’ultimo capitolo di questa lunga ritirata si consuma sotto lo sguardo del Governo di Giorgia Meloni — ed è qui che il conto delle promesse va fatto con più rigore, perché è su questo esecutivo che ricade la responsabilità del presente, non solo dell’eredità del passato.
Va detto con onestà: qualcosa si è mosso. Il taglio del cuneo fiscale, introdotto nel 2023 e reso strutturale dal 2025, e la riduzione della seconda aliquota IRPEF dal 35% al 33% varata con la legge di bilancio 2026 — una manovra da circa 22 miliardi di euro — hanno prodotto un risparmio reale in busta paga. Ma è un risparmio che si concentra soprattutto sui redditi medio-alti: il beneficio massimo, fino a 440 euro l’anno, si raggiunge intorno ai 50 mila euro di reddito, mentre resta più contenuto per chi guadagna 30 mila euro — proprio la fascia più esposta alla stagnazione salariale descritta sopra. E soprattutto, il governo ha scelto esplicitamente di intervenire sul cuneo fiscale e sulla contrattazione collettiva evitando la strada del salario minimo legale, lo strumento che 22 dei 27 Paesi dell’Unione Europea si sono dati e che l’Italia continua a non avere. Non è un dettaglio tecnico: è la scelta politica che definisce, più di ogni bonus, il modello di questo Governo sul lavoro.
Il paradosso diventa lampante proprio sul tema della benzina, che oggi svuota le tasche di chi rientra dalle ferie. Il programma elettorale con cui Fratelli d’Italia si presentò alle elezioni del 2022 prometteva la “sterilizzazione delle entrate dello Stato da imposte su energia e carburanti e automatica riduzione di Iva e accise” — come ha confermato una verifica di fact-checking indipendente. Da allora, la storia è stata quella di continue marce indietro: il taglio delle accise ereditato dal governo Draghi non è stato rinnovato dal 1° gennaio 2023; il meccanismo delle “accise mobili” introdotto in seguito scatta solo al superamento di soglie di prezzo specifiche, non in automatico; e ancora nel 2026 lo sconto sulla benzina è stato ridotto da 20 a 5 centesimi al litro, tra le proteste delle associazioni dei consumatori. Lo Stato continua a incassare più della metà del prezzo di ogni litro attraverso accise nate decenni fa, mentre la promessa di sterilizzarle resta, a distanza di anni, largamente disattesa.
In questo teatro dell’assurdo si inserisce anche la parabola di Matteo Salvini, oggi vicepremier e ministro. Per anni il leader della Lega ha costruito le sue fortune elettorali promettendo, nelle piazze e sui palchi di tutta Italia, l’immediata smobilitazione e la totale cancellazione della tanto contestata riforma Fornero sulle pensioni. Una retorica incendiaria che si è infranta contro la dura realtà delle poltrone governative. Salvini non ha cancellato la Fornero, ma ha accettato per i lavoratori un progressivo e più limitato adeguamento attraverso strumenti come Quota 103 o l’inasprimento dei requisiti di Opzione Donna. Le promesse di restituire il futuro ai cinquantenni stanchi si sono tradotte in un ridimensionamento rispetto agli annunci, mentre welfare, scuola e sanità pubblica restano sotto pressione.
La società del burnout
Il risultato è la nascita della società del burnout, una comunità stremata dall’ansia del futuro. Non è solo stanchezza fisica; è un logorio emotivo, la sensazione di correre su un tapis roulant che gira sempre più forte, senza mai muoversi di un passo. Ci viene chiesta una produttività totale in cambio di una stabilità minima.
Il vero dramma di questo rientro non sono le tasse da pagare o il ritorno al lavoro: è la sensazione, diffusa e dolorosa, che non ci sia più un vento favorevole capace di cambiare la rotta. Eppure la rotta si potrebbe correggere, e non servirebbe una rivoluzione: un salario minimo legale che copra chi i contratti collettivi non li ha mai visti, una stabilizzazione vera — non condizionata a soglie di prezzo — del meccanismo sulle accise, una redistribuzione dei prossimi sgravi fiscali che guardi prima ai redditi bassi e non a quelli medio-alti. Sono misure concrete, già discusse nel dibattito pubblico, che il Governo in carica ha finora scelto di non imboccare fino in fondo. Restiamo a terra, a guardare le nostre vite girare nello stesso ingranaggio, sperando che nei palazzi del potere si decida finalmente di ascoltare — prima che anche l’ultimo, silenzioso cittadino smetta pure di protestare.
D.V.
Nota redazionale: i dati sui salari reali e sulla composizione del mercato del lavoro provengono dalle analisi dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio (2026) su base dati OCSE e INPS. I dati sulla legge di bilancio 2026 provengono dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e dal Ministero del Lavoro. I dati sul taglio delle accise sui carburanti e sulle promesse elettorali di Fratelli d’Italia provengono da verifiche di fact-checking indipendenti e da cronache economiche del 2023 e del 2026.