
Ci sono sere in cui dopo una giornata di lavoro, mentre recupero il mio taccuino delle riflessioni in libertà, guardo lo schermo dello smartphone che pulsa di notifiche e mi chiedo che fine abbia fatto quel filo invisibile, ma robustissimo, che un tempo teneva insieme i destini della gente. Lo chiamavamo “vivere civile”. Era fatto di patti non scritti, di sguardi d’intesa al mercato, di un rispetto antico per la saggezza dei vecchi e la fragilità dei bambini.
Oggigiorno, tra notizie di cronaca nera sempre più tremendamente uguali a sé stesse, assurde rappresentazioni social girate e condivise da personaggi ancora più assurdi, regole infrante per sfida o per noia e verità assolute messe in discussione da gente via via più dissennata, quel filo sembra essersi spezzato… Spezzato senza margini di ripristino, sostituito dal rumore di fondo di una giungla quotidiana in cui vince chi urla più forte o, peggio, di chi alza le mani fino all’estrema conseguenza.
La banalità del sopruso e il cinismo dei palazzi
La sopraffazione ha smesso di vestire i panni tragici della grande Storia per farsi quotidiana, persino banale. È il piccolo sopruso che consumiamo tra i carrelli del supermercato o nelle riunioni di condominio.
C’è il datore di lavoro – che qualcuno, con un termine che profuma di Ottocento ma che purtroppo non passa mai di moda, chiama ancora “il padrone” – che pesa i diritti del dipendente sulla bilancia del proprio profitto, scambiando lo stipendio per un atto di generosa magnanimità. C’è il ricco che guarda il povero dal finestrino oscurato di un SUV, convinto che il portafogli sia l’unica vera misura dell’anima.
Questa disparità diventa dramma quando tocca il diritto più sacro: la salute. Assistiamo alla prevaricazione silenziosa di un sistema che viaggia a due velocità. Da un lato c’è il facoltoso che, davanti alla malattia, scavalca ogni ostacolo firmando un assegno, accedendo istantaneamente alle cure migliori nelle cliniche più esclusive. Dall’altro ci sono le persone normali, i cittadini onesti che per una vita intera hanno pagato le tasse per garantirsi un Servizio Sanitario Nazionale degno di questo nome. Eppure, proprio loro sono costretti ad attese spasmodiche, mesi o anni trascorsi in coda per una mammografia o una visita cardiologica, fino a scivolare nella rinuncia: procrastinare esami, rimandare interventi vitali, rinunciare alle terapie perché non ci si può permettere di pagare il privato. È la salute trasformata da diritto costituzionale a bene di lusso per pochi eletti.
E poi c’è la classe politica, il cui cinismo ha ormai superato i confini della decenza. Assistiamo alla recita di eterni seduttori da palcoscenico, professionisti del consenso che ci corteggiano per mesi parlando alla pancia e mai alla testa. Ci promettono miracoli, cavalcano le nostre paure e ci sposano per il tempo strettissimo di una campagna elettorale, magari offrendoci un selfie da esibire agli amici per farci sentire importanti. Ma una volta spenti i riflettori dei talk show e sigillate le urne, scatta l’abbandono. Ci lasciano sul sagrato della realtà, svanendo nei palazzi del potere e blindandosi dietro i loro privilegi. I problemi dei cittadini tornano a essere fastidiose scartoffie da rimandare, mentre le istituzioni si trasformano in un comitato d’affari privato, dove il cittadino non è più un sovrano da servire, ma un cliente da illudere alla tornata successiva. È la sistematica vittoria del potere sull’onestà, di chi calpesta le regole e le speranze su chi, semplicemente, cerca di tirare avanti con dignità.
Il crollo dei pilastri: l’autorità sotto assedio
Questa deriva ha prodotto un veleno ancora più sottile: il totale disconoscimento di qualsiasi forma di Autorità e di competenza. Un tempo, la divisa, il camice bianco e la cattedra erano i pilastri indiscutibili su cui poggiava la fiducia collettiva. Oggi sono diventati trincee.
Viviamo un ribaltamento logico e morale che fa tremare i polsi: medici e infermieri, aggrediti nei pronto soccorso da parenti inferociti che pretendono di saperne di più grazie a una ricerca su internet; insegnanti, un tempo guide indiscusse della crescita, oggi minacciati, insultati e persino denunciati da genitori, non a caso e a ragione definibili “sindacalisti dei propri figli”, pronti a fare la guerra alla scuola pur di non accettare un brutto voto; donne e uomini delle Forze dell’Ordine, trasformati in bersaglio mobile di atteggiamenti provocatori, atti di sfida, oltraggio e violenze fisiche, quasi che difendere la legalità fosse diventato un torto da punire. C’è una rabbia sorda, un conflitto perenne che spinge l’individuo a vedere nell’altro – soprattutto se rappresenta lo Stato o la conoscenza – un nemico da abbattere o un ostacolo al proprio capriccio immediato.
La fiera delle vanità e i ribelli senza causa
A questa debolezza dei cuori si accompagna una bizzarra recita collettiva: l’atteggiamento. Una volta si cercava di essere se stessi, accettando i propri limiti. Oggi si preferisce abitare la maschera di un altro, possibilmente esagerata. Per darsi un tono dentro il branco o per strappare un briciolo di attenzione in questa fiera delle vanità, assistiamo a sbiadite e grottesche emulazioni che si incrociano ogni giorno sulle nostre strade.
Ci s’imbatte così nel musicista di provincia, convinto che per avere talento basti imitare i tormenti autodistruttivi di Jim Morrison, dimenticando che dietro quel dolore c’era una poesia autentica, non un semplice abuso di alcol e droga. Poco più in là, assistiamo alla recita dei presunti “belli e dannati” in salsa nostrana, insensati ed incapaci emuli di “Rusty il Selvaggio”: è l’atteggiamento tipico dei bulletti di periferia, che scambiano la maleducazione per carisma e il broncio aggressivo e strafottente per fascino ribelle, convinti che per essere un mito del cinema basti accendersi una sigaretta con aria torva all’angolo della strada e trattare con sufficienza il prossimo.
Questa messinscena si sposta poi direttamente sull’asfalto, dove i motociclisti della domenica, infilati in tute di pelle attillate mentre sfrecciano sui tornanti di montagna, si sentono protagonisti dell’eterna sfida tra Valentino Rossi e Max Biaggi; peccato che l’unica cosa che replicano di quel duello storico sia il nervosismo, scambiando le strade provinciali per una pista da Gran Premio.
Ad alta velocità li inseguono gli automobilisti della porta accanto, guidati da una scelta evidentemente consapevole e scientifica di farsi beffa del Codice della Strada, declassato a mero saggio di fantascienza. Non è solo questione di tenere il piede costantemente pigiato a tavoletta. È un’anarchia sistematica: stringono il volante come fosse la cloche di un jet privato, convinti di avere il genio di Ayrton Senna o la freddezza chirurgica di Michael Schumacher, mentre azzardano sorpassi millimetrici in curva e ignorano i rischi spaventosi per chi ha la sfortuna di incrociare la loro traiettoria. Per questi piloti metropolitani, gli indicatori di direzione sono diventati veri e propri “optional di serie”, dispositivi misteriosi e inutilizzati per non disturbare l’estetica del cruscotto. Il clacson non è più uno strumento di emergenza, ma la colonna sonora e la suoneria quotidiana delle loro nevrosi, da premere un millisecondo dopo che il semaforo è diventato verde. Il culmine dell’arroganza si tocca poi al momento di scendere dall’abitacolo con il parcheggio selvaggio, le quattro frecce usate come scudo di impunità per bloccare intere corsie e, immancabilmente, l’occupazione abusiva degli stalli riservati ai disabili. Un insulto visivo e morale mascherato dal solito “scusa, sto solo un minuto”.
E infine ci sono loro, i bellimbusti da palestra che sognano di essere Conor McGregor, con una sola, fondamentale differenza: McGregor combatte su un ring contro un avversario della sua stazza e rispettando un arbitro; i nostri “campioni del nulla” esercitano la loro vile e violenta arroganza sui marciapiedi, contro chi non può o non vuole difendersi, come tristemente e sempre più spesso la cronaca finisce per raccontare…
I social network, naturalmente, fanno da formidabile cassa di risonanza a questo teatro dell’assurdo. Hanno trasformato l’esistenza in una “vita esperenziale” che somiglia a uno spot pubblicitario permanente. È il trionfo degli influencer, moderni mercanti di fumo che vendono uno stile di vita tutto marketing e zero sostanza. Per loro l’importante non è vivere un momento, ma esibirlo: dimostrare agli altri di averlo pagato caro, trasformando la felicità in un semplice codice sconto.
Tutto senza dimenticare il “peso” di giornalisti-provocatori, per nascita o per convenienza, che paiono godere a dare versioni sui generis della verità, buttando benzina sul fuoco giusto per infuocare ed indirizzare un’Opinione Pubblica instupidita, comunque parte in causa del declino in divenire. Di fronte a certi “colleghi”, Enzo Biagi avrà smesso da tempo di rivoltarsi nella tomba…
La dittatura del “Secondo me”
Ma la vera ciliegina sulla torta di questo declino – ed è qui che il quadro si fa davvero cupo – è il relativismo assolutista che ha contagiato ogni cosa. Viviamo nell’epoca in cui non esistono più i fatti, ma solo le opinioni personali elevate a dogmi di fede.
Un precetto etico? “Un punto di vista”. Una norma giuridica fondamentale? “Un’opinione discutibile espressa da un giudice”. E che dire della Libertà, valore abusato, sacrificato, ridotto o allargato a dismisura in base a circostanze sempre più eventuali o a interessi governativi “ad personam”? E cosa dire, invece, dei diritti umani, ridotti a concessione rivedibile nelle facoltà di certi “macellai al Potere”? Persino la scienza e la salute sono diventate materie da dibattito nei commenti sotto un post. Quando ogni regola si trasforma in un’opzione facoltativa da accettare solo se conviene, l’idea stessa di Comunità si dissolve. Non esiste più il Bene Comune, perché ognuno è sintonizzato esclusivamente sul proprio piccolo, egoistico algoritmo di benessere. Stiamo distruggendo la società dalle sue stesse fondamenta, confondendo la libertà con l’assenza di limiti.
Camminiamo dentro questo scenario con l’arroganza di chi crede di aver capito tutto e la fragilità emotiva di chi, in verità, non possiede più alcun punto di riferimento. Viene da chiedersi cosa ci aspetti domani, quale sarà il prezzo finale di questo immenso malinteso collettivo. Forse la risposta migliore l’aveva già trovata un uomo che ha guardato il mondo e l’animo umano con occhi lunghi e puliti, Tiziano Terzani, quando scrisse: «Tutto quel che vedevo mi pareva perverso: una società in cui non si rispetta niente e nessuno, ma in cui tutti credono di essere liberi e di avere diritto a tutto, per finire soli e tristi».
A noi che leggiamo, seduti davanti a uno schermo, resta il compito più difficile: decidere se continuare a recitare come comparse in questa commedia dell’assurdo o se, finalmente, sia giunto il momento di spegnere il rumore e tornare a essere umani. Perché se non ci si attiva concretamente per risolvere i piccoli grandi problemi quotidiani che ci riguardano da vicino, non ci sarà mai speranza di trovare una soluzione agli innumerevoli problemi del mondo, destinati comunque a caderci addosso di rimbalzo.
D.V.