Incipit. Citando Piero Calamandrei, avvocato, giurista e padre della Patria: “L’elogio non va alle leggi, ma alla condizione umana del magistrato italiano: a quest’ordine di asceti civili, condannati, in una società sempre più sprezzante dei valori morali, alla solitudine, all’isolamento, in certi periodi anche alla miseria ed alla fame, e tuttavia capaci di rimanere con dignità e discrezione al proprio posto anche in tempi di generale rovina, per cercar di introdurre nelle formule spietate delle leggi la comprensione umana della ragione illuminata dalla pietà (…) La missione del giudice è così alta nella nostra estimazione, la fiducia in lui ci è così necessaria, che le umane debolezze, che non si notano o si perdonano in ogni altro ordine di pubblici funzionari, sembrano inconcepibili in un magistrato. Non parliamo della corruzione o del favoritismo, che sono delitti; ma anche le più lievi sfumature di pigrizia, di negligenza, di insensibilità sembrano, quando si trovano in un giudice, gravi colpe (…) Il dramma del giudice è la solitudine: perchè egli, che per giudicare dev’essere libero da affetti umani e posto un gradino più su dei suoi simili, raramente incontra la dolce amicizia che vuole spiriti allo stesso livello e, se la vede che si avvicina, ha il dovere di schivarla con diffidenza, prima di doversi accorgere che la muoveva soltanto la speranza dei suoi favori, o di sentirsela rimproverare come tradimento alla sua imparzialità (…) Il vero pericolo (per il magistrato) non viene dal di fuori: è un lento esaurimento interno delle coscienze, che le rende acquiescenti e rassegnate: una crescente pigrizia morale, che sempre più preferisce alla soluzione giusta quella accomodante, perchè non turba il quieto vivere e perchè la intransigenza costa troppa fatica (…). La pigrizia porta ad adagiarsi nell’abitudine, che vuol dire intorpidimento della curiosità critica e sclerosi della umana sensibilità: al posto della pungente pietà che obbliga lo spirito a vegliare in permanenza, subentra con gli anni la comoda indifferenza del burocrate, che gli consente di vivere dolcemente in dormiveglia. Anche le raccomandazioni, che non hanno presa sui magistrati desti, possono apparire a questi burocrati sonnacchiosi come una forma non sgradevole di collaborazione, che permette ad essi di adottare bell’e fatta una opinione altrui (quella dell’amico che raccomanda) senza dover faticare a fare una scelta propria (…). La peggiore sciagura che potrebbe capitare a un magistrato sarebbe quella di ammalarsi di quel terribile morbo dei burocrati che si chiama il conformismo. E’ una malattia mentale, simile all’agorafobia: il terrore della propria indipendenza; una specie di ossessione, che non attende le raccomandazioni esterne, ma le previene; che non si piega alle pressioni dei superiori, ma le immagina e le soddisfa in anticipo”.
Non sarò certo io a negare che la Giustizia, in Italia, di tutta evidenza non funzioni. Ergo, “Sì”, la Giutizia non funziona.
Parimenti, non sarò io ad affermare che non sia necessario riformarla. Pertanto, “Sì”, la Giustizia dev’essere riformata, al fine di renderla davvero funzionante e funzionale al Diritto, ai diritti e alle aspettative dei cittadini onesti, dove “onesti” è tutto fuorché un’aggettivazione casuale…
Da ultimo, non sarò io a dire di non aspettarmi, prima o poi, che il nostro Parlamento produca qualcosa di buono per realizzare un rafforzamento del Potere Giudiziario. È per questo che, “Sì”, confido in un riassetto dei tre Poteri dell’Ordinamento, indipendenti ma complementari, previsti dalla nostra Costituzione.
Fatte le dovute premesse… Oggi, l’urna referendaria nella quale lascerò cadere la mia scheda di voto, sentirà gridare il mio “NO” alla riforma reazionaria studiata dalla Maggioranza di Governo in carica, con buona pace di Giorgia Meloni & Co.
“NO” alla trasformazione del PM in “avvocato della pubblica accusa”, che delle prove a difesa dell’imputato farebbe un fuoco, a differenza e al contrario di quanto sia oggi obbligo preciso in capo al PM, tenuto com’è al rispetto del principio di Imparzialità.
“NO” al “sorteggio” pilotato dei membri laici del CSM, da parte della Politica.
“NO” alla possibilità, di indirizzare e di “obbligare” i PM, “avvocati dell’accusa” a perseguire di reati che aggradino l’Esecutivo e che tutelino “colletti bianchi” e politicanti da strapazzo.
“NO” all’aumento dei costi milionari conseguente a un’inutile duplicazione del CSM.
“NO” alla creazione di una fantomatica Alta Corte disciplinare dei giudici, che stravolgerebbe ed escluderebbe il ricorso in appello dei magistrati davanti alla Corte di Cassazione (con un distinguo inspiegabile rispetto a ogni altro cittadino).
“NO”, perché la percentuale risibile ed irrisoria di “cambio ruolo”, una sola volta in carriera, tra PM e giudice e viceversa, non può essere una ragione valida per stravolgere 7 articoli della Sacra Carta.
“NO”, perché la separazione delle carriere era prevista nel “Piano di Rinascita Democratica”, ovvero nel manifesto di stampo golpista redatto e sottoscritto da un certo Licio Gelli, gran maestro della famigerata loggia massonica “P2″…
“NO”, da ultimo, perché non posso pensare di scambiare le idee di una persona illuminata come Calamandrei con quelle di un Nordio qualsiasi, pescato a caso nel mazzo.
Io voto “NO”.
Voto “NO”, non perché debba render conto a qualcuno o perché di qualcuno debba seguire pronamente le “istruzioni”…
Io voto “NO” per rispetto della mia integrità morale e in ragione della mia formazione personale, ma, soprattutto, io voto “NO” come mezzo di strenua difesa contro ogni tentativo e tentazione, di ieri, di oggi e di domani, di far carta straccia della Legge delle Leggi.
“NO”! Per l’appunto.
D.V.






