Il Vice-Presidente del Consiglio, nonché Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali e Ministro dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, finito al centro della polemica politica in seguito alle vicende giudiziarie di suo padre. Se soltanto applicasse su se stesso lo “stile 5 Stelle”, in base al quale un politico sfiorato da illeciti sospetti debba farsi da parte (“stile” già rivisto a fronte delle vicende del Sindaco di Roma, Virginia Raggi, ndr), dovrebbe rassegnare le proprie dimissioni. Se non per colpa, quantomeno per dignità.

“In politica presumiamo che tutti coloro i quali sanno conquistarsi i voti, sappiano anche amministrare uno Stato o una città. Quando siamo ammalati chiamiamo un medico provetto, che dia garanzia di una preparazione specifica e di competenza tecnica. Non ci fidiamo del medico più bello o più eloquente”. (Platone)

Inicipit. FinianaMente. E’ tutta colpa di Gianfranco Fini… Già! Ammetto le mie pecche adolescenziali di votante di primo pelo, che, negli scanzonati anni ’90, appena ricevuta la tessera elettorale in mano, tanto per contestare i dettami paterni, paternali e paternalistici del capofamiglia, volle vedere una luce nell’ex leader del MSI, poi diventato AN, prima che cadesse nelle grinfie del “Cavaliere Nero” e prima che, ma questa è cronaca recente, cadesse in disgrazia politica (in ragione di vicende che magari, un giorno, la Magistratura svelerà fino in fondo, ndr). Insomma, per anni la mia preferenza cadde sulla creatura nata sulle ceneri del fu “nero cancro d’Italia”, nonostante la mia camicia fosse sempre stata bianca e linda come la neve (fatta eccezione per delle “striature rosse” coscientemente auto-inflitte) e nonostante l’abbraccio mortale dell’Uomo di Arcore. La speranza che l’ex-Presidente della Camera fosse maturo per camminare da solo, prese il volo il giorno stesso in cui quella “polarizzazione” dell’emiciclo andò in frantumi e raggiunse l’apoteosi dopo il magnetico “discorso di Mirabello”, salvo finire poi, per l’appunto, nella pagine della cronaca giudiziaria… Continua a leggere »

Dopo tanto penare, l’Italia ha finalmente un nuovo Governo su cui contare. Dopo tanto tormento, è ora il tempo del Governo del Cambiamento. Eravamo e restiamo confidenti che la novità legata ad un Esecutivo fin troppo etichettato come “populista”, riesca finalmente a svecchiare il nostro Paese, cancellando l’insopportabile “secolarismo Italico” fatto istituzione, nelle Istituzioni stesse. Che Dio, o chi per lui, ce la mandi buona.

“Le masse saranno sempre al di sotto della media. La maggiore età si abbasserà, la barriera del sesso cadrà, e la Democrazia arriverà all’assurdo rimettendo la decisione intorno alle cose più grandi ai più incapaci. Sarà la punizione del suo principio astratto dell’Uguaglianza, che dispensa l’ignorante di istruirsi, l’imbecille di giudicarsi, il bambino di essere uomo e il delinquente di correggersi. Il Diritto Pubblico fondato sulla Uguaglianza andrà in pezzi a causa delle sue conseguenze. Perché non riconosce la disuguaglianza di valore, di merito, di esperienza, cioè la fatica individuale: culminerà nel trionfo della feccia e dell’appiattimento. L’adorazione delle apparenze si paga”. (Henri-Frédéric Amiel – 12 Giugno 1871)

Un incontro con D.V. – Del Comitato di Redazione

Or dunque, alla fine hai fatto nuovamente centro. Come dire: avevi previsto un accordo Giallo-Verde e hai avuto l’occhio lungo. Non è che tu nasconda da qualche parte una sfera di cristallo?

In tutta sincerità, non mi va di bearmi della mia lungimiranza, o forse sì… Fatto sta che non occorra alcuna sfera di cristallo, né, parimenti, il dono della precognizione per avere certezza che in Italia, quando si abbia a che fare con “giochi di Potere”, tutto finisca come ci si aspetti che debba finire, nel bene e soprattutto nel male.

Non puoi negare, tuttavia, che l’accordo tra Lega e M5S rappresenti quel che tu auspicassi e per cui, all’indomani delle Elezioni, scrivesti un manifesto-appello indirizzato alla platea dei tuoi lettori e soprattutto, a Salvini e Di Maio.

No, non lo nego, anzi… Il vento è finalmente cambiato. Per prima cosa voglio ringraziarli per aver evitato di darsi la zappa sui piedi, decidendo di vedersi a quattr’occhi, dopo tanto ciarlare, all’indomani della rispettiva “vittoria” elettorale. Poi voglio dire grazie ad altre due persone, Beppe Grillo e  Gianroberto Casaleggio, senza il cui impegno ci troveremmo ancora a soffrire un “cielo buio” sopra l’Italia… Voglio anche dedicare un “pensiero”, che tengo comunque per me, a Giorgio Napolitano, Matteo Renzi, Silvio Berlusconi, Laura Boldrini, ecc. ecc… Ciò premesso, ritengo che l’accordo tra i due cosiddetti “populisti” rappresenti “quel tanto che basta di benzina sul fuoco”, necessario a svecchiare questo sistema ingessato, incancrenito, avvitato su se stesso e chi più ne ha più ne metta, chiamato Repubblica Italiana. Sarà un caso, ma voglio vedere come un buon auspicio il fatto che si sia trovato un accordo proprio alla vigilia della Festa del 2 Giugno.

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Luigi Di Maio, capo politico del Movimento Cinque Stelle. Assieme a Matteo Salvini, uno dei trionfatori del voto del 4 Marzo.

“Agli uomini per i quali la parola «Democrazia» è sinonimo di rivoluzione, anarchia, distruzioni, stragi, ho tentato di dimostrare che la Democrazia poteva governare la Società rispettando le fortune, riconoscendo i diritti, risparmiando la Libertà, onorando la Fede; che se il Governo Democratico sviluppava meno di altri talune belle facoltà dell’animo umano (rispetto al governo aristocratico), recava tuttavia benefici grandi; e che, forse, la volontà di Dio era di diffondere una felicità parimenti mediana per tutti, e non di rendere alcuni estremamente felici e pochi soltanto quasi perfetti. Ho inteso anche ricordare loro che, quale che fosse l’opinione di ognuno a tal riguardo, non era più tempo di deliberare, poiché la Società si veniva sviluppando in una certa direzione e li trascinava con sé, tutti, verso l’uguaglianza di condizioni, sì che non restava da far altro che scegliere tra mali inevitabili. Il nostro problema, oggi, non è affatto di sapere se si può instaurare un Regime Democratico o un Regime Aristocratico, ma di scegliere tra una Società Democratica che progredisca senza grandezza ma con ordine e moralità, e una Democrazia disordinata e depravata, in preda a furori frenetici o sottoposta a un giogo più greve di tutti quelli che hanno oppresso gli uomini dalla caduta dell’impero romano fino a oggi”. (Alexis de Tocqueville) 

Incipit. Indubbiamente, se c’è una “sentenza” che il popolo Italiano è stato finalmente in grado di dare, attraverso il Voto alle recenti Elezioni Politiche, è quella di “pre-morte” del Partito Democratico. Un Partito che, grazie all’atteggiamento saccente e prevaricatore di Matteo Renzi, da forza post-rivoluzionaria cui avrebbe dovuto aspirare a diventare, è assurto invece a una sorta di familistico potere reazionario. Ciò, da un lato, anteponendo al bene dei lavoratori la prostrazione e il fattuale asservimento a banchieri e finanzieri e, dall’altro, scimmiottando le peggiori politiche di Destra sia in Economia sia sul Mercato del Lavoro. Continua a leggere »

La Camera dei Deputati, uno dei rami del Parlamento della Repubblica Italiana.

“Il voto malavitoso condiziona e inquina la politica e le elezioni di metà del Paese. Nel 2001 Berlusconi vinse in Sicilia 61 collegi su 61. È comunque opinione che quel trionfo fu dovuto anche ai voti controllati dalla mafia. E ora il Cavaliere ritenta il colpo rilanciando il ponte di Messina, che sarebbe inevitabilmente una colossale pacchia per l’onorata società. Come insegna l’autostrada Salerno-Reggio Calabria, fatturata metro per metro dalle cosche”. (Giovanni Sartori)

“Il bello della Democrazia è proprio questo: tutti possono parlare, ma non occorre ascoltare (…) Le verità che contano, i grandi principi, alla fine, restano sempre due o tre. Sono quelli che ti ha insegnato tua madre da bambino”. (Enzo Biagi) 

“Un popolo che ignora il proprio passato non saprà mai nulla del proprio presente”. (Indro Montanelli) Continua a leggere »

Benito Mussolini, mortale pena della propria Patria, massacratore del proprio popolo. Colui che fu in grado di “privare” di ogni dignità la Destra Parlamentare. Ancora oggi, a quasi cent’anni dalla sua presa del Potere, il “Duce” continua a dividere le coscienze di  un popolo senza guida e senza speranza verso il futuro: massimo criminale della Storia d’Italia per la maggioranza; eroico esempio di “Politica fattiva” per una minoranza, incredibilmente sempre più numerosa.

“Delle cause e degli aspetti del Fascismo, storici di diverse tendenze hanno già dato svariate interpretazioni: e hanno messo in evidenza, secondo le premesse politiche o filosofiche da cui partivano, i fattori psicologici e morali, o quelli sociali ed economici di questa crisi: la esasperazione contingente del primo dopoguerra, o le lontane tare tradizionali di servaggio e di conformismo, o l’ultimo tentativo reazionario di una classe conservatrice, che tenta di sbarrare il cammino alle nuove forze progressive che avanzano. Forse in ognuna di queste concezioni c’è una parte di vero. Ma ciò che soprattutto va messo in evidenza del Fascismo è, secondo me, il significato morale: l’insulto sistematico, adoprato come metodo di governo, alla dignità morale dell’uomo: l’umiliazione brutale ostentata come una gesta da tramandare ai posteri, dell’uomo degradato a cosa. […] Nel macabro cerimoniale in cui gli incamiciati di nero, preceduti dai loro osceni gagliardetti, andavano solennemente a spezzare i denti di un sovversivo o a verniciargli la barba o a somministrargli, tra sconce risa, la purga ammonitrice, c’era già, ostentata come un programma di dominio, la negazione della persona umana. Il primo passo, la rottura di una conquista millenaria, fu quello: il resto doveva fatalmente venire (…) Il ventennio fascista non fu, come oggi qualche sciagurato immemore figura di credere, un ventennio di ordine e di grandezza nazionale: fu un ventennio di sconcio illegalismo, di umiliazione, di corrosione morale, di soffocazione quotidiana, di sorda e sotterranea disgregazione morale. Non si combatteva più sulle piazze, dove gli squadristi avevano ormai bruciato ogni simbolo di libertà, ma si resisteva in segreto, nelle tipografie clandestine dalle quali fino dal 1925 cominciarono a uscire i primi foglietti alla macchia, nelle guardine della polizia, nell’aula del Tribunale speciale, nelle prigioni, tra i confinati, tra i reclusi, tra i fuorusciti. E ogni tanto in quella lotta sorda c’era un caduto, il cui nome risuonava in quella silenziosa oppressione come una voce fraterna, che nel dire addio rincuorava i superstiti a continuare: Matteotti, Amendola, don Minzoni, Gobetti, Roselli, Gramsci, Trentin. Venti anni di resistenza sorda: ma era resistenza anche quella: e forse la più difficile, la più dura e la più sconsolata”. (Piero Calamandrei) Continua a leggere »