Dalla pandemia ai social, l’empatia si atrofizza e la solitudine diventa un’emergenza sanitaria

Quando abbiamo chiuso le porte di casa durante la pandemia, pensavamo che il distanziamento fosse una parentesi: un sacrificio temporaneo, in attesa di tornare ad abbracciarci. Non ci siamo accorti che, mentre aspettavamo, stavamo imparando a farne a meno. Quella che, nel mio libro La Zona Morta, ho chiamato la zona morta della socialità non si è più richiusa: è diventata, senza far rumore, la nuova normalità.
Oggi non ci limitiamo a relazionarci con i nostri simili attraverso un display: spesso li consumiamo. Affetto, scontro, condivisione: tutto passa per la mediazione rassicurante di un vetro retroilluminato. Ma questo anestetico ha un prezzo, e lo pagano due cose che diamo per scontate: la nostra capacità di sentire l’altro e la tenuta del Servizio sanitario nazionale.
L’anestetico digitale
L’empatia non è mai stata soltanto un precetto morale. È anche un apprendistato del corpo: l’abbiamo imparata leggendo il tono di una voce che trema, uno sguardo che si abbassa, una postura che si irrigidisce. Era quella palestra quotidiana, fatta di occhi e di silenzi, a insegnarci dove finisce la nostra aggressività e dove comincia il dolore di qualcun altro.
Lo schermo interrompe questo apprendistato. Gli psicologi studiano il fenomeno da oltre vent’anni: lo statunitense John Suler, nel 2004, lo chiamò «effetto di disinibizione online». Protetti dalla distanza e dall’assenza di uno sguardo, diciamo e facciamo cose che faccia a faccia non faremmo mai. Possiamo aggredire, deridere, umiliare o semplicemente ignorare qualcuno senza incrociare i suoi occhi, senza vedere il disagio che provochiamo.
Così l’altro smette di essere una persona in carne e ossa e diventa una figura bidimensionale: qualcosa che si silenzia con un tasto, si cancella con un blocco, si attacca con la leggerezza di chi gioca a un videogioco. Non stiamo diventando più cattivi: stiamo disimparando a sentire. E un muscolo che non si allena si atrofizza.
L’analfabetismo del conflitto
Le piattaforme ci hanno abituati a vivere dentro bolle costruite su misura (quella che l’attivista americano Eli Pariser, già nel 2011, chiamava «filter bubble»), dove il dissenso si rimuove con un clic e una conversazione sgradita si abbandona senza spiegazioni. Col tempo, abbiamo cominciato a confondere la pretesa di non essere contraddetti con la libertà di espressione.
Nel mondo reale, però, il tasto «blocca utente» non esiste. Quando usciamo dal perimetro protetto del display e incontriamo un’opinione contraria detta in faccia, scopriamo di avere pochi strumenti per reggerla. Non sappiamo più negoziare, non sappiamo più ascoltare una tesi opposta alla nostra senza viverla come una minaccia o un’aggressione deliberata.
Da questo analfabetismo nascono due reazioni opposte e ugualmente pericolose. La prima è la fuga: ritirarsi in una solitudine digitale, al riparo da ogni conflitto. La seconda è l’esplosione: un’aggressività sproporzionata, quella che le cronache ci restituiscono quasi ogni giorno, con una lite per un parcheggio o un disaccordo in ufficio che degenera in pochi secondi negli insulti, quando non nelle mani addosso. Non tutta la colpa è degli schermi, certo; ma è difficile non vedere una parentela tra la rissa sotto casa e quella che ogni sera si consuma nei commenti di un post. Il rischio è che la società si frammenti in milioni di monadi iperconnesse, incapaci di tollerare la minima deviazione dal proprio io e pronte a dichiarare guerra a chiunque oltrepassi i confini della propria bolla.
La solitudine presenta il conto
Non è un dibattito per filosofi: è una questione di salute pubblica. Nel giugno 2025 la Commissione sulla connessione sociale dell’Organizzazione mondiale della sanità ha stimato che una persona su sei, nel mondo, soffre di solitudine, e che questa è associata a circa 871.000 morti ogni anno. Cento ogni ora. Non è un’emozione da romanzo: è un fattore di rischio per la salute.
Anche da noi i segnali sono evidenti. Secondo l’Istat, nel biennio 2024-2025 le famiglie composte da una sola persona erano il 37,1% del totale, contro il 25,9% di vent’anni prima: è diventata la forma di famiglia più diffusa del Paese. Vivere da soli non significa essere soli, ma è il terreno su cui la solitudine attecchisce più facilmente. E il Rapporto OsMed 2025 dell’Aifa, pubblicato ad agosto, registra fra i minori un aumento del 12,1% in un solo anno nell’uso di psicofarmaci e antiepilettici; dal 2016 i consumi sono circa triplicati. Il metilfenidato, prescritto per il disturbo da deficit di attenzione e iperattività, cresce del 28,9%; la sertralina, un antidepressivo, del 9,6%. La prevalenza resta più bassa che in Francia, ma è la velocità della crescita a preoccupare. Sarebbe disonesto attribuire tutto agli schermi: i ricercatori discutono ancora su quanto pesino davvero i social sulla salute mentale, una parte dell’aumento riflette diagnosi più attente e a lungo mancate, e le cause del disagio sono molte, dalla precarietà alla pandemia stessa. Ma sarebbe altrettanto disonesto far finta che la scomparsa dei legami non c’entri.
Il punto, allora, non è giudicare chi si cura (curarsi è un atto di coraggio), né mettere sotto accusa i farmaci, che per molti sono indispensabili. È chiedersi perché troppo spesso la terapia arrivi soltanto in forma di pillola, e non anche di relazione. I Centri di salute mentale e i servizi territoriali sono sotto pressione, e l’aiuto psicologico pubblico resta un privilegio per pochi. Lo racconta la storia del bonus psicologo. Nel 2024 ha raccolto oltre 400.000 domande a fronte di 10 milioni di euro di fondi: nella graduatoria pubblicata dall’Inps ne sono state accolte 3.325, meno di una su cento, e le risorse sbloccate in seguito ne hanno soddisfatte circa altre tremila. Nel 2025 le domande sono state circa 360.000: anche unendo i fondi dei due anni, 21,5 milioni in tutto, il governo stima di poterne coprire al massimo quattordicimila, meno di quattro su cento. Per il 2026 la legge di bilancio stanzia 8,5 milioni. Dal 2026 sono previsti anche 80 milioni l’anno per la salute mentale, un passo nella direzione giusta ma ancora lontano dal bisogno. Così il farmaco finisce troppo spesso per restare l’unico argine contro un vuoto che nessuno si occupa di colmare.
Il paradosso si compie: l’era della massima connessione coincide con l’era della massima vulnerabilità. Un welfare già stremato si trova a curare non solo i corpi, ma le macerie psicologiche di una società che ha smesso di coltivare le relazioni, e che ne scopre il valore soltanto quando la loro assenza si presenta, sotto forma di costo, nei bilanci della sanità.
Ripartire dalla presenza
Non si tratta di nostalgia, né di processare la tecnologia. Per un anziano che vive solo, per una persona con disabilità, per chi è emigrato lontano dalla famiglia, uno schermo può essere un ponte e non un muro. Il problema nasce quando smette di accompagnare la presenza e comincia a sostituirla. La terapia, allora, è radicale nella sua semplicità: rimettere le persone prima degli schermi, e non gli schermi al posto delle persone.
Ma la presenza non si decreta con un appello: si costruisce. Altri Paesi l’hanno capito prima di noi: il Regno Unito ha nominato un ministro per la solitudine nel 2018, il Giappone nel 2021. Noi potremmo cominciare trattando biblioteche, centri di aggregazione, piazze e associazioni per ciò che sono: infrastrutture sanitarie, che fanno più prevenzione di molti ambulatori. Potremmo rafforzare davvero la psicologia di base nei servizi territoriali, perché chi soffre trovi una persona prima di trovare una ricetta. E potremmo chiedere alla scuola di insegnare ciò che nessuna app insegna: stare in disaccordo guardandosi negli occhi. Dall’anno scolastico 2025/2026 il cellulare è vietato in classe anche alle superiori, ma un divieto toglie lo schermo senza insegnare che cosa mettere al suo posto. Lo sguardo dell’altro va allenato, non soltanto liberato.
Il resto tocca a noi: ritrovare il coraggio di esporci all’altro, di reggerne lo sguardo, di attraversare la fatica che ogni relazione vera comporta. Solo ripartendo dalla ruvidezza del contatto potremo curare una società che, a forza di guardare il mondo attraverso un vetro, ha dimenticato come si fa a restare umani.
D.V.