Ottantacinquemila piedi sopra il Mediterraneo. Fuori dal tettuccio il cielo non è più azzurro: è un blu che sfuma nel nero, e a mezzogiorno si vedono le stelle più luminose. Sotto, la Sicilia è una macchia ocra appoggiata su un orizzonte che si curva, appena, da un capo all’altro.
Nell’abitacolo non si sente quasi nulla. Il pilota e l’ufficiale sistemi siedono uno dietro l’altro, chiusi nelle tute a pressione, il respiro amplificato dai caschi. Le ali sono ripiegate a 72°, quasi incollate al corpo dell’aereo. La pelle di titanio è a 400 gradi, ma dentro la capsula ce ne sono ventuno.
Il velivolo viaggia a tre volte e mezzo la velocità del suono: Roma–Palermo in sette minuti. Non brucia una goccia di carburante. A spingerlo è una piccola stella chiusa in una gabbia magnetica, qualche metro dietro i loro sedili.
Questa scena non è mai accaduta, e forse non accadrà mai.

Un caccia a geometria variabile, spinto da un reattore a fusione, capace di incrociare a Mach 3,5 al confine dello spazio. Il PA-300 non esiste: è un progetto speculativo. Ma i suoi numeri reggono a una verifica ingegneristica, e raccontano dove potrebbe andare l’aviazione da combattimento europea.
Negli anni Settanta Italia, Regno Unito e Germania costruirono insieme il Panavia Tornado. Era un cacciabombardiere dalle ali mobili, nato per sfuggire ai radar volando a pochi metri dal suolo. Il PA-300 Hyper-Tornado immagina il suo erede di sesta generazione, e forse oltre, e ne ribalta la filosofia.
Il Tornado si nascondeva nelle valli. Il PA-300 sale invece nell’alta stratosfera, tra 80.000 e 85.000 piedi, e raggiunge velocità da primato. La sua difesa non è più il terreno, ma la combinazione di quota, velocità, bassa visibilità ai radar e superiorità informativa.
Nel concept, il velivolo è sviluppato da un ipotetico consorzio, Panavia Next-Gen, che riunisce di nuovo i tre paesi. Le scelte tecniche partono da tecnologie reali, alcune già provate in volo, altre ancora in laboratorio. Dove il progetto oltrepassa ciò che oggi è possibile, lo dichiara apertamente.
Il predecessore: mezzo secolo di Tornado
Il Tornado è stato uno dei più riusciti programmi militari europei, e sta per uscire di scena. Il consorzio Panavia nacque il 26 marzo 1969 tra Regno Unito, Germania Ovest e Italia, con BAC, MBB e Aeritalia come capofila industriali. Il primo prototipo volò il 14 agosto 1974 da Manching, in Baviera.
Tra il 1979 e il 1998 ne furono costruiti circa 990 esemplari, in tre famiglie. L’IDS era il cacciabombardiere d’attacco al suolo; l’ADV, o F3, l’intercettore britannico a lungo raggio; l’ECR la versione italo-tedesca per la soppressione delle difese aeree. Oltre ai tre paesi fondatori, l’unico cliente estero fu l’Arabia Saudita.

L’ala a geometria variabile era la chiave di tutto. Estesa, permetteva decolli corti da piste danneggiate; ripiegata, consentiva la penetrazione a bassissima quota e alta velocità, sotto la copertura dei radar del Patto di Varsavia. Il Tornado ha combattuto nella Guerra del Golfo del 1991, nei Balcani, in Afghanistan, in Libia, in Iraq e in Siria.
L’Italia ricevette 99 Tornado IDS a partire dal 1982, assegnati in gran parte al 6° Stormo di Ghedi. Nel 1991, nella prima notte di Desert Storm, un Tornado italiano fu abbattuto sul Kuwait e i suoi due aviatori, Bellini e Cocciolone, furono fatti prigionieri.
Il calendario del ritiro
Il Regno Unito è stato il primo a rinunciarvi. Gli ultimi due squadroni della RAF, il IX(B) e il 31, furono sciolti a Marham il 14 marzo 2019, dopo l’ultima campagna contro lo Stato Islamico. L’uscita formale dal servizio avvenne alla fine di marzo 2019, dopo circa quarant’anni.
| Forza aerea | Stato a ottobre 2026 | Ritiro | Sostituti |
|---|---|---|---|
| Royal Air Force (Regno Unito) | Ritirato | Marzo 2019 | Typhoon, F-35B |
| Aeronautica Militare (Italia) | IDS in radiazione; ECR ancora operativo | IDS dal luglio 2025; ECR previsto intorno al 2027 | F-35A e F-35B |
| Luftwaffe (Germania) | In servizio | Entro il 2030 | F-35A ed Eurofighter EK |
| Royal Saudi Air Force | In servizio | Nessuna data annunciata | — |
In Italia la radiazione è cominciata nel luglio 2025, con le cerimonie del 6° Stormo a Ghedi per la versione d’attacco IDS. La versione ECR del 155° Gruppo restava in linea per circa altri due anni. Il primo F-35 era atterrato a Ghedi il 16 giugno 2022, esattamente quarant’anni dopo l’arrivo del primo Tornado.
La Germania è l’ultimo grande operatore europeo: ritirerà il Tornado entro il 2030. La priorità è trasferire all’F-35A la missione nucleare condivisa della NATO. All’Eurofighter passeranno l’attacco in profondità, la ricognizione e, con la versione EK, la soppressione delle difese aeree finora affidata ai Tornado ECR.
Nessuno dei sostituti ha un’ala mobile. Con il Tornado se ne va l’ultimo aereo da combattimento a geometria variabile delle forze aeree europee occidentali: un’idea che il PA-300 prova a riportare in vita.
Una forma nuova per un’idea antica
Il PA-300 tiene l’ala a geometria variabile del Tornado, ma la innesta su una cellula di sesta generazione. Fusoliera e raccordo alare si fondono in un unico corpo portante a pianta “lambda”, lungo 22,4 metri. Con le ali aperte a 15° l’apertura è di 18,5 metri; ripiegate a 72° scende a 10,9.

Geometria alare variabile (vista dall’alto)
A sinistra, l’ala estesa a 15° per decollo, atterraggio e volo a bassa velocità; a destra, l’ala retratta a 72° per la crociera alto-supersonica in stratosfera.
Profilo e dimensioni generali
Le viste frontale, posteriore e laterale. Si notano l’abitacolo in tandem per pilota e ufficiale dei sistemi d’arma e il corpo portante che unisce fusoliera e ali.
Abitacolo in tandem
La capsula corazzata dell’equipaggio, con vetrature limitate al settore anteriore, grandi display multifunzione e visione sferica proiettata nel casco.
Le due modalità del propulsore
A sinistra, la crociera a Mach 3,5: il fan è isolato e l’aria, compressa dalla velocità, viene scaldata dal reattore come in uno statoreattore. A destra, la massima potenza a Mach 3,8: il reattore lavora a pieno regime e la spinta è orientata dai getti fluidici dell’ugello.
Ogni bordo della pianta segue due sole direzioni, 60° e 45°. È il principio dei velivoli stealth: l’energia radar riflessa si concentra in pochi lobi stretti, lontani dalle direzioni da cui arriva la minaccia. Con le ali retratte, l’aereo diventa quasi un delta continuo.
Le superfici verticali sono ridotte a due derive interamente mobili, inclinate di 30° verso l’esterno. Il muso è percorso da uno spigolo continuo, sotto cui si aprono due prese d’aria di tipo caret. Condotti a S nascondono ai radar frontali le parti rotanti del motore.
Resta il problema che chiunque conosca la materia solleverebbe subito. Perni, fessure e vani di un’ala mobile sono proprio le discontinuità che la bassa osservabilità cerca di eliminare. Il progetto risponde con una tasca nel raccordo alare, chiusa da carenature flessibili in elastomero rinforzato con fili in lega a memoria di forma, che aderiscono all’ala in ogni posizione.
Il prezzo è dichiarato: il sistema alare pesa tra il 6 e l’8% della massa a vuoto in più rispetto a un’ala fissa. In cambio, lo stesso aereo decolla da piste di circa 500 metri e incrocia al confine dello spazio. Per le corse brevi le ali usano superfici a curvatura continua, derivate dall’esperimento ACTE che la NASA ha provato in volo tra il 2014 e il 2015.

Stiva d’armi ventrale
Le armi stanno all’interno per non aumentare la traccia radar. La configurazione mostrata combina missili aria-aria Meteor a lungo raggio e armi di precisione per l’attacco al suolo.
Giunzione alare mobile
Il perno su cui ruota ciascuna semiala, interamente interno alla struttura, con gli attuatori che regolano la freccia da 15° a 72°.
Coda e derive gemelle
Le due derive, interamente mobili e inclinate di 30° verso l’esterno per ridurre la traccia radar. Tra di esse, gli ugelli piatti sul dorso, schermati alla vista laterale.
Sensori nel muso
Il radar AESA principale, il sensore a infrarossi IRST per la ricerca passiva dei bersagli e il sistema ottico di puntamento sotto la fusoliera.
Il cuore: un reattore a fusione che scalda l’aria
Il PA-300 non brucia carburante per volare: lo spinge un reattore a fusione da 200 megawatt. Usa la reazione tra deuterio ed elio 3, che libera gran parte dell’energia come particelle cariche e pochi neutroni. Fino a 40 megawatt possono così diventare elettricità senza passare per una turbina.
Il resto è calore, trasferito all’aria da due circuiti chiusi a elio. È il principio dello statoreattore termico, esplorato negli anni Sessanta dal Progetto Pluto americano. Il suo reattore Tory-IIC funzionò a terra nel 1964, ma riscaldava l’aria a contatto diretto con il nocciolo e la restituiva radioattiva. Nel PA-300 l’aria non tocca mai il reattore.

In alto, la modalità turbo-elettrica, dal decollo a Mach 2,5. In basso, quella a statoreattore, oltre Mach 2,5.
I due propulsori Vulcan-X lavorano in due modi. Da fermo e fino a Mach 2,5 un fan, mosso da un motore elettrico superconduttore da 15 megawatt, spinge l’aria nello scambiatore: la spinta statica stimata è di circa 130 kN per motore. Oltre Mach 2,5 un deviatore fluidico isola il fan, e l’aria, già compressa dalla velocità, passa direttamente sul calore.
I conti tornano. In crociera a Mach 3,5 la resistenza è di circa 55 kN, e servono circa 58 megawatt di potenza di spinta. Con un rendimento del 40% i motori assorbono circa 145 megawatt termici, che il reattore copre con margine.
Il dato più sorprendente riguarda il combustibile. Mille ore di volo a piena potenza consumano circa 2 chilogrammi di miscela, di cui 1,2 di elio 3. L’autonomia non dipende più dal carburante, ma dalla resistenza dell’equipaggio e dagli intervalli di manutenzione.
Vivere e combattere al confine dello spazio
A 85.000 piedi la pressione dell’aria è circa il 2% di quella al livello del mare, e la fisica impone i suoi limiti. In crociera il PA-300 dispone di circa 2,5 g di manovra, che scendono a 1,5 g in una virata senza perdere velocità. I 9 g strutturali servono solo più in basso, nell’aria densa.
Il calore è l’altro avversario. A Mach 3,8 i bordi d’attacco e il muso raggiungono circa 600 °C, e sono quindi in composito ceramico carbonio-carburo di silicio. La pelle in titanio resta tra 300 e 450 °C grazie a una rete di micro-condotti in cui scorre anidride carbonica supercritica. Lo stesso fluido muove un piccolo generatore che trasforma parte di quel calore in elettricità.
L’equipaggio di due persone siede in tandem dentro una capsula corazzata. Sopra i 63.000 piedi, la linea di Armstrong, il sangue bollirebbe senza protezione: per questo pilota e ufficiale indossano tute a pressione totale. Le vetrature sono ridotte al settore anteriore; il resto della vista arriva da telecamere distribuite, proiettate nel casco.
In caso di emergenza in quota l’intera capsula si separa, come sull’F-111, il cacciabombardiere americano a geometria variabile degli anni Sessanta. La sequenza prevede:
- pressurizzazione delle tute e arresto del reattore, in pochi centesimi di secondo;
- taglio degli attacchi e allontanamento con un razzo da 80 kN;
- discesa protetta da uno scudo termico ablativo e da pinne stabilizzatrici;
- apertura dei paracadute a 15.000 piedi e atterraggio su airbag.
Un casco con interfaccia cervello-computer riconosce alcune intenzioni ricorrenti, come selezionare un bersaglio. Ma i limiti dei segnali elettroencefalografici sono reali: ogni azione critica richiede comunque la conferma sui comandi fisici. I dati viaggiano su fibra ottica, immune agli impulsi elettromagnetici.
Un’energia che cambia anche le armi
Un reattore di bordo da 200 megawatt cambia soprattutto le armi a energia diretta. Il PA-300 porta un laser difensivo da 150 kilowatt contro missili e droni, e un emettitore di microonde ad alta potenza per accecare l’elettronica di sciami di droni. Su un caccia convenzionale alimentarli è il problema principale; qui è il meno grave.
Le armi convenzionali stanno in stive interne. Il concept prevede il missile aria-aria europeo Meteor e armi oggi in sviluppo per la guerra elettronica e l’attacco a lungo raggio. Lanciati da quella quota e quella velocità, i missili partono con un’energia molto superiore al normale; ma nessuno di essi è stato pensato per un rilascio a Mach 3,5, e qualificarli è un lavoro a sé.
Le missioni di riferimento sono quattro:
- intercettazione a lungo raggio di aerei, piattaforme di sorveglianza e armi ipersoniche in planata;
- soppressione delle difese aeree nemiche con guerra elettronica e attacchi di precisione;
- ricognizione strategica ad alta quota con sensori distribuiti sulla pelle del velivolo;
- comando di gregari senza pilota, i cosiddetti Remote Carrier.
Quanto è lontano dalla realtà
Alcune tecnologie del PA-300 hanno già volato; il suo cuore non esiste ancora. La scala usata dagli ingegneri per misurarlo è il livello di maturità tecnologica (TRL), da 1, l’idea, a 9, il sistema in servizio.
| Tecnologia | TRL oggi | Precedente reale |
|---|---|---|
| Ala a geometria variabile | 9 | Tornado, F-14, F-111 |
| Superfici a curvatura continua | 6 | NASA ACTE, 2014–2015 |
| Vettorizzazione fluidica della spinta | 5 | Dimostratore BAE MAGMA, 2017 |
| Laser aviotrasportato da 150 kW | 4 | Prototipi a terra e su navi |
| Statoreattore termico a circuito chiuso | 3 | Tory-IIC, 1964, a ciclo diretto |
| Micro-reattore a fusione D-³He | 1–2 | Nessuno ha ancora raggiunto il pareggio energetico |
Il limite più concreto non è nemmeno il reattore, ma il suo combustibile. L’elio 3 sulla Terra è rarissimo: la produzione mondiale è dell’ordine di pochi chilogrammi l’anno, ricavati dal decadimento del trizio. Una flotta di PA-300 da sola ne richiederebbe più di quanto il mondo ne produca.
Per questo il progetto procede a blocchi. Il prototipo X-1 volerebbe nel 2038 con motori chimici a ciclo variabile, limitato a Mach 2,8, e la prima produzione entrerebbe in servizio nel 2045. Il modulo a fusione salirebbe a bordo solo dopo aver dimostrato a terra di produrre più energia di quanta ne consuma: non prima del 2045, e forse molto più tardi.
Scheda tecnica
| Parametro | Valore di progetto |
|---|---|
| Equipaggio | 2, in tandem |
| Lunghezza | 22,4 m |
| Apertura alare | 18,5 m a 15° — 10,9 m a 72° |
| Altezza | 6,4 m |
| Massa a vuoto / al decollo | 26.000 kg / 33.500 kg |
| Velocità di crociera / massima | Mach 3,5 / Mach 3,8 |
| Quota di crociera / tangenza | 80.000–85.000 ft / 90.000 ft |
| Potenza del reattore | 200 MW |
| Spinta statica | circa 130 kN per motore |
| Corsa di decollo | circa 500 m |
I valori sono stime di primo livello, calcolate con l’atmosfera standard internazionale; le masse hanno un’incertezza di circa ±15%.
Il PA-300 resta un esercizio di immaginazione, ma un esercizio disciplinato. Ogni numero nasce da un calcolo, ogni tecnologia ha un precedente, e ogni salto oltre il possibile è dichiarato. È questo che separa un progetto futuristico da un sogno: sapere esattamente che cosa manca per costruirlo.
D.V.
Fonti:
- Wikipedia — Panavia Tornado
- Militär Aktuell — ritiro dei Tornado italiani (luglio 2025)
- The War Zone — ritiro dei Tornado della RAF
- Il Giorno — primo F-35 a Ghedi
- Janes — transizione tedesca da Tornado a Eurofighter e F-35A