Dalla cecità digitale alla solitudine di massa, la metamorfosi biologica delle nuove generazioni non è solo un dramma individuale. È il più grande fallimento politico ed economico del nostro tempo, certificato dai numeri.

Ci sono mattine in cui, guardando le nostre città, si ha l’impressione di camminare dentro una grande sala d’attesa. Una muta catena di montaggio dove ognuno segue il proprio binario, con gli occhi piantati su una luce bluastra e le orecchie sigillate da due piccoli cilindri di plastica. Stiamo andando incontro a un futuro da malati patologici, e non è una profezia apocalittica: è una questione di calendario. Una marcia che accelera o rallenta a seconda dell’età anagrafica, e che vede la Generazione X in prima linea, sospesa tra il vecchio mondo che si spegne e il nuovo che contagia. Ma dietro questa mutazione biologica c’è una precisa responsabilità politica: lo smantellamento dei luoghi di aggregazione e l’aver scambiato il progresso tecnologico con l’abdicazione dello Stato al suo compito più alto, la tutela della salute pubblica.
L’epidemia della solitudine
La prima patologia di questo secolo non ha un virus, ma ha i contorni di una vera emergenza sociale: la solitudine. Abbiamo costruito la «società dell’isolamento individuale». Un tempo ci si incontrava nei circoli, nelle piazze, persino nelle file all’ufficio postale; luoghi fisici che la politica ha svenduto o lasciato morire. I dati scientifici odierni sono impietosi: secondo un report dell’Organizzazione Mondiale della Sanità del 2025, ripreso dall’Istituto Superiore di Sanità, l’isolamento sociale cronico è associato a circa 870.000 decessi ogni anno nel mondo — 100 ogni ora — con un impatto sulla salute paragonabile a quello di fumare 15 sigarette al giorno. In Italia la situazione resta seria: in un confronto tra Paesi europei l’Italia si attesta al 13% di popolazione che convive stabilmente con la solitudine, un dato intermedio tra i minimi di Spagna e Austria e i massimi di Irlanda e Grecia. Le persone, racchiuse nei loro gusci digitali, tendono a vivere e ad amplificare le proprie frustrazioni in un turbine ciclico di causa ed effetto: l’isolamento genera ansia, e l’ansia spinge a isolarsi ancora di più. È la solitudine che ammala il cuore prima ancora del corpo.
La cecità in divenire
Poi c’è la carne, che cede sotto i colpi della nostra stessa tecnologia, mentre le istituzioni assistono inerti senza tracciare linee guida o fare prevenzione nelle scuole. Gli oculisti la chiamano già «cecità in divenire». È l’abuso quotidiano, metodico, di smartphone e tablet. Guardiamo il mondo attraverso un vetrino di pochi pollici. I dati presentati al Congresso della Società Italiana di Pediatria e gli studi internazionali pubblicati sul British Journal of Ophthalmology lanciano l’allarme: la miopia interessa ormai il 36% dei bambini e dei ragazzi tra i 5 e i 19 anni, con un aumento del 50% negli ultimi trent’anni. A questo si aggiunge un dato altrettanto inquietante, pubblicato su The Lancet Digital Health: un’esposizione elevata agli schermi digitali aumenta il rischio di miopia infantile fino all’80% quando smartphone, tablet e computer si sommano nello stesso bambino. Se non si inverte la rotta, gli esperti stimano che entro il 2050 la metà della popolazione mondiale sarà miope. Costringiamo gli occhi a uno sforzo innaturale per ore, ipotecando la vista delle prossime generazioni.
Il ritorno della sordità
Poco più sopra, nei canali auricolari, si consuma la sordità di ritorno. Intere generazioni si stanno privando dell’udito per il bisogno incessante di una colonna sonora personale, per non ascoltare il rumore del mondo o, forse, il silenzio dei propri pensieri. E anche qui, non sono suggestioni. I dati dell’OMS avvertono che oltre 1 miliardo di giovani adulti, tra i 12 e i 35 anni, è a rischio di perdita uditiva permanente a causa dell’uso smodato e a volume troppo alto di cuffie e auricolari. Si calcola che entro la metà del secolo una persona su dieci soffrirà di una perdita uditiva invalidante.
Il corpo diviso
Il corpo umano, in questo scenario, è diventato il terreno di una strana e insanabile dicotomia, specchio di una società polarizzata e priva di equilibrio. Da un lato ci sono i fanatici della perfezione: praticanti amatoriali che trasformano lo sport in un’ossessione malsana. Non cercano la salute, ma la prestazione o l’estetica esasperata, alimentando un mercato multimiliardario e spesso deregolamentato di integratori chimici e farmaci pur di fermare il tempo o gonfiare i muscoli. Dall’altro lato, a pochi metri di distanza, si stende l’esercito della rinuncia: vite da divano sopraffatte dal mercato aggressivo del cibo spazzatura, dove il movimento è ridotto al minimo. In Italia, la sola sedentarietà costa già 6,7 miliardi di euro l’anno al Servizio Sanitario Nazionale, mentre le patologie legate all’obesità pesano per altri 13,34 miliardi — pari allo 0,8% del PIL nazionale. Numeri che i governi continuano a ignorare, senza tassare a dovere i profitti delle multinazionali del junk food né investire seriamente nello sport accessibile a tutti.
La mente che si spegne, lo scheletro che cede
A questo quadro si aggiunge un altro male silenzioso, economico e sociale: il declino cognitivo precoce. Delegando la memoria alle macchine e l’orientamento agli algoritmi, stiamo spegnendo le funzioni base del nostro cervello. E infine la postura tradita: scheletri che si curvano, colli angolati per guardare in basso, patologie ortopediche che una volta appartenevano agli anziani e che oggi colpiscono i trentenni.
Cosa dovrebbe fare lo Stato
Non so quale sarà il bilancio finale di questa transizione. So solo che un tempo la politica si occupava di costruire ospedali per curare i malati. Oggi, permettendo questo isolamento e questo abuso tecnologico programmato, la sensazione è che la politica stia silenziosamente accettando di governare una società di malati cronici.
Eppure invertire la rotta non richiederebbe rivoluzioni, ma scelte precise che nessun governo ha ancora avuto il coraggio di adottare: una tassazione seria sui prodotti ultra-processati sul modello già sperimentato in altri Paesi europei, screening visivi e uditivi gratuiti e sistematici nelle scuole primarie, limiti orari all’uso di schermi digitali raccomandati e sostenuti dal Ministero della Salute, e investimenti pubblici in spazi di aggregazione fisica — biblioteche, centri sportivi, circoli di quartiere — che restituiscano ai cittadini, e soprattutto ai più giovani, un luogo diverso da un salotto o da un divano dove poter esistere insieme agli altri. Non sarebbe nemmeno un esperimento inedito: il Regno Unito ha istituito fin dal 2018 un vero e proprio Ministero della Solitudine, seguito dal Giappone nel 2021 — la prova che uno Stato può scegliere di occuparsi di questo male con la stessa serietà con cui si occupa di un’epidemia qualunque. L’uomo ha sempre cercato di superare i propri limiti. Ma questa volta, per la prima volta nella storia, sembra che stia pagando il conto del progresso con la propria integrità biologica — e senza che lo Stato, finora, abbia deciso di intervenire.
D.V.