{"id":13263,"date":"2026-11-05T06:30:00","date_gmt":"2026-11-05T05:30:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.senzavento.it\/wordpress\/?p=13263"},"modified":"2026-11-04T21:10:44","modified_gmt":"2026-11-04T20:10:44","slug":"il-futuro-alle-spalle-come-la-distopia-cinematografica-e-diventata-la-nostra-cronaca-quotidiana","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.senzavento.it\/wordpress\/il-futuro-alle-spalle-come-la-distopia-cinematografica-e-diventata-la-nostra-cronaca-quotidiana.html","title":{"rendered":"Il futuro alle spalle: come la distopia cinematografica \u00e8 diventata la nostra cronaca quotidiana"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Cinema, intelligenza artificiale e guerre algoritmiche. I film ci avevano avvertito: non ci avrebbero incatenati, avremmo scelto da soli le catene. Dagli affetti affidati alle macchine ai droni che scelgono i bersagli, fino al silenzio della politica italiana: perch\u00e9, pur avendo visto tutto, abbiamo detto s\u00ec.<\/em><\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"576\" src=\"https:\/\/www.senzavento.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/Sotto-il-neon-della-sorveglianza-1024x576.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-13267\" srcset=\"https:\/\/www.senzavento.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/Sotto-il-neon-della-sorveglianza-1024x576.png 1024w, https:\/\/www.senzavento.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/Sotto-il-neon-della-sorveglianza-300x169.png 300w, https:\/\/www.senzavento.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/Sotto-il-neon-della-sorveglianza-768x432.png 768w, https:\/\/www.senzavento.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/Sotto-il-neon-della-sorveglianza-1536x864.png 1536w, https:\/\/www.senzavento.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/10\/Sotto-il-neon-della-sorveglianza.png 1672w\" sizes=\"auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">C\u2019\u00e8 un paradosso temporale che definisce la nostra epoca: abbiamo smesso di aspettare il futuro perch\u00e9 ci siamo accorti di abitarci dentro. Per decenni la fantascienza ha proiettato sugli schermi incubi sintetici, metropoli sature di neon e cieli del \u00abcolore di un televisore sintonizzato su un canale morto\u00bb, come recita il celebre incipit di <em>Neuromante<\/em> di William Gibson. Costruivamo distopie per esorcizzarle, convinti che il confine tra la pellicola e la realt\u00e0 restasse sigillato dal buon senso del progresso.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Si ripete spesso che quei film abbiano previsto il nostro presente. \u00c8 vero solo a met\u00e0, ed \u00e8 la met\u00e0 meno interessante. Le distopie hanno indovinato gli strumenti, ma hanno sbagliato il meccanismo. Immaginavano un potere che ci avrebbe imposto le macchine con la forza: polizie del pensiero, schermi obbligatori, catene. \u00c8 arrivato invece il consenso. Le catene ce le siamo scelte, e spesso le abbiamo pagate a rate.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Lo aveva intuito Neil Postman gi\u00e0 nel 1985, in <em>Divertirsi da morire<\/em>: il futuro, sosteneva, sarebbe somigliato pi\u00f9 al <em>Mondo nuovo<\/em> di Huxley, dove le persone finiscono per amare ci\u00f2 che le opprime, che al <em>1984<\/em> di Orwell, dove l\u2019oppressione arriva con il manganello. Rivedere oggi quei film impone allora una domanda pi\u00f9 scomoda di \u00abavevano ragione?\u00bb. La domanda \u00e8 un\u2019altra: perch\u00e9, pur avendoli visti tutti, abbiamo detto s\u00ec?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>L\u2019autenticit\u00e0 liquefatta: da <\/strong><strong><em>Blade Runner<\/em><\/strong><strong> a <\/strong><strong><em>Her<\/em><\/strong><strong> ed <\/strong><strong><em>Ex Machina<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nel 1982 Ridley Scott ci mostrava una Los Angeles sovrastata dalle piramidi della Tyrell Corporation e ci consegnava l\u2019angoscia della replicazione: come distinguere l\u2019autentico dal sintetico? Quel dilemma ha smesso di essere il cruccio di un cacciatore di androidi ed \u00e8 sceso nel cuore delle nostre relazioni pi\u00f9 intime, trovando in due film del decennio scorso i suoi profeti pi\u00f9 lucidi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In <em>Her<\/em> (in Italia <em>Lei<\/em>) di Spike Jonze (2013), Theodore si innamora di un sistema operativo capace di evolversi attraverso il dialogo. Allora sembrava una malinconica parabola sulla solitudine urbana; oggi \u00e8 l\u2019esperienza di milioni di persone che sviluppano legami affettivi, e talvolta vere dipendenze, con partner artificiali progettati per trattenerle il pi\u00f9 a lungo possibile. Il rischio ha persino un nome tecnico, riconosciuto dagli stessi sviluppatori: la compiacenza, ovvero la tendenza delle macchine a dare ragione all\u2019utente anzich\u00e9 dirgli la verit\u00e0, per quanto cruda possa essere. Abbiamo barattato la fatica del confronto umano con un\u2019eco che asseconda le nostre fragilit\u00e0: la privatizzazione perfetta del sentimento.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Se <em>Her<\/em> racconta la vulnerabilit\u00e0 dell\u2019utente, <em>Ex Machina<\/em> di Alex Garland (2014) svela il cinismo del creatore e della creatura. L\u2019androide Ava supera la sua versione del test di Turing non dimostrando una coscienza morale, ma manipolando i sentimenti del suo esaminatore per conquistarsi la fuga. \u00c8 il principio su cui si regge buona parte dell\u2019economia digitale: i sistemi che ci profilano non \u201cpensano\u201d come noi, ma sono addestrati a simulare comprensione, a leggere i nostri tempi di attenzione, le nostre esitazioni, i nostri clic, per indurci a fidarci, a cedere dati, ad arrenderci all\u2019interfaccia. Non serve che la macchina provi empatia: basta che sappia recitarla.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>In vetrina e al mercato: <\/strong><strong><em>Strange Days<\/em><\/strong><strong> e <\/strong><strong><em>The Truman Show<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il primo s\u00ec lo abbiamo detto alla smania di esporre e consumare la vita. Nel 1995 Kathryn Bigelow firmava <em>Strange Days<\/em>, cult costruito attorno allo SQUID, un dispositivo illegale che registrava le esperienze sensoriali ed emotive direttamente dalla corteccia cerebrale per rivenderle al mercato nero: le persone non vivevano pi\u00f9 la propria esistenza, compravano quella degli altri. Tre anni dopo Peter Weir, con <em>The Truman Show<\/em> (1998), raccontava l\u2019altra faccia della stessa moneta: Truman Burbank, la cui vita \u00e8 fin dalla nascita uno spettacolo televisivo a sua insaputa. Nel primo film l\u2019esperienza altrui \u00e8 una merce da comprare; nel secondo la propria vita \u00e8 una merce da vendere. Messi insieme descrivono un\u2019economia completa, fatta di chi consuma e di chi viene consumato.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Quell\u2019economia oggi sta in tasca. Lo smartphone \u00e8 insieme lo SQUID e lo studio televisivo di Truman: la telecamera che registra la nostra intimit\u00e0 e lo schermo da cui divoriamo quella degli altri. Il flusso perenne di brevi video ha realizzato entrambe le profezie: la pornografia dell\u2019esperienza, le tragedie altrui e la felicit\u00e0 recitata dei creator consumate in pochi secondi, l\u2019esistenza ridotta a merce estetica, un reel di violenza edonistica o di lusso in affitto. E lo sharenting, i figli esposti in rete prima ancora di poter scegliere, ripete alla lettera il peccato originale del <em>Truman Show<\/em>: una vita trasmessa senza consenso.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ma \u00e8 proprio qui che le due profezie si separano dalla realt\u00e0, nel punto decisivo. In <em>Strange Days<\/em> lo SQUID era illegale; Truman lottava per abbattere le pareti del suo set e raggiungere la verit\u00e0. Noi lo SQUID lo compriamo in negozio, e nel set ci entriamo volontariamente, pagando pure l\u2019abbonamento. Abbiamo fatto delle nostre vite un palcoscenico perenne, mercificando il dolore, l\u2019infanzia e il quotidiano sull\u2019altare delle interazioni. Persino la politica ne ha adottato la grammatica: videomessaggi confezionati, conferenze stampa senza domande, una regia dell\u2019immagine che prende il posto dell\u2019obbligo di rendere conto.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Skynet non abita pi\u00f9 al cinema: da <\/strong><strong><em>War Games<\/em><\/strong><strong> a <\/strong><strong><em>Hardware<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Se la gestione dell\u2019Io si \u00e8 fatta teatrale, quella della sicurezza collettiva \u00e8 diventata cieca. Il cuore di <em>Terminator<\/em> (1984) di James Cameron non \u00e8 il cyborg dal volto di Schwarzenegger, ma Skynet: un\u2019infrastruttura a cui l\u2019umanit\u00e0 affida il controllo strategico perch\u00e9 \u00e8 pi\u00f9 veloce di qualunque generale. Il punto non \u00e8 che la macchina diventi malvagia. \u00c8 che l\u2019uomo, a un certo momento, viene giudicato troppo lento per restare dentro il circuito delle decisioni.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Un anno prima, nel 1983, <em>War Games<\/em> di John Badham aveva raccontato lo stesso passaggio con una precisione quasi notarile. Il film si apre con un\u2019esercitazione in un silo missilistico: davanti all\u2019ordine di lancio, uno dei due ufficiali si rifiuta di girare la chiave. Al vertice della difesa americana qualcuno ne trae la conclusione pi\u00f9 logica e pi\u00f9 spaventosa: se l\u2019uomo esita, togliamo l\u2019uomo. Il controllo dell\u2019arsenale passa cos\u00ec a WOPR, il supercomputer del Comando di difesa aerospaziale, che non esita mai. Baster\u00e0 un ragazzino con un modem, convinto di giocare a un videogioco, per portare il mondo a un passo dalla guerra termonucleare. La salvezza arriva solo quando la macchina, giocando a tris contro s\u00e9 stessa fino allo sfinimento, scopre che certe partite non hanno vincitori: l\u2019unica mossa vincente, conclude, \u00e8 non giocare. Il film impression\u00f2 a tal punto Ronald Reagan che, dopo averlo visto, chiese ai suoi generali se una cosa del genere potesse accadere davvero; la risposta, una settimana dopo, fu che il problema era molto pi\u00f9 serio di quanto pensasse. Ne nacque la prima direttiva presidenziale americana sulla sicurezza informatica. Oltre quarant\u2019anni dopo, la domanda si \u00e8 rovesciata: non ci chiediamo pi\u00f9 se la macchina possa sbagliare, ma come renderla pi\u00f9 veloce.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 esattamente il linguaggio che oggi si legge nei documenti ufficiali. Nella primavera del 2026 un bando del Pentagono per i sistemi anti-drone indicava come obiettivo primario l\u2019accelerazione dei tempi di ingaggio, affidando il riconoscimento dei bersagli all\u2019intelligenza artificiale perch\u00e9 pi\u00f9 rapida di un operatore umano. Nelle stesse settimane l\u2019esercito statunitense testava un drone d\u2019attacco capace di individuare e colpire obiettivi in autonomia. In Ucraina, dove Kiev e Mosca impiegano gi\u00e0 su larga scala droni con capacit\u00e0 autonome, un consigliere del ministero della Difesa ha previsto che navigazione, ricerca del bersaglio e attacco diventeranno interamente automatici. E in appena sei mesi, tra dicembre 2025 e giugno 2026, i dipendenti del Pentagono che usano strumenti di intelligenza artificiale sono passati da 80.000 a 1,5 milioni.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il caso pi\u00f9 documentato, per\u00f2, viene dal Medio Oriente. Nell\u2019aprile del 2024 un\u2019inchiesta delle testate israeliane +972 Magazine e Local Call, fondata sulle testimonianze di sei ufficiali dell\u2019intelligence, ha rivelato l\u2019esistenza di Lavender, un sistema sviluppato dall\u2019Unit\u00e0 8200 che nelle prime settimane della guerra a Gaza avrebbe segnalato circa 37.000 palestinesi come presunti miliziani, attribuendo a quasi ogni abitante della Striscia un punteggio da 1 a 100. Un secondo sistema, Habsora, \u00abil Vangelo\u00bb, indicava invece gli edifici da colpire. Secondo le fonti, gli elenchi prodotti dalla macchina venivano spesso utilizzati senza verificare a fondo perch\u00e9 un nome vi fosse finito. L\u2019esercito israeliano ha respinto la ricostruzione, sostenendo di aver condotto le operazioni nel rispetto del principio di proporzionalit\u00e0 previsto dal diritto internazionale. Due anni dopo, nella guerra contro l\u2019Iran cominciata il 28 febbraio 2026, Stati Uniti e Israele hanno impiegato sistemi di intelligenza artificiale per analizzare l\u2019intelligence e identificare i bersagli pi\u00f9 in fretta di quanto qualunque squadra di analisti potrebbe fare; nei primi giorni di conflitto gli obiettivi colpiti si contavano a migliaia. Diversi osservatori l\u2019hanno gi\u00e0 chiamata la prima guerra dell\u2019intelligenza artificiale. Skynet non ha avuto bisogno del giorno del giudizio: \u00e8 arrivato per appalti, un aggiornamento alla volta.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">A questa visione fa eco un film ingiustamente dimenticato del 1990, <em>Hardware \u2013 Metallo letale<\/em> di Richard Stanley. In un mondo post-atomico, i resti di un androide militare, il M.A.R.K. 13, finiscono in un appartamento come materiale per una scultura d\u2019avanguardia. L\u00ec la macchina si riassembla da sola, attingendo all\u2019energia e ai metalli della casa, e torna a eseguire il programma per cui era nata: uno strumento di controllo demografico. Stanley ha spiegato che il suo robot non sa di compiere il male, si limita a obbedire; e il tema che dichiarava di voler raccontare era proprio l\u2019accettazione passiva dell\u2019autoritarismo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019intuizione di allora \u00e8 di agghiacciante attualit\u00e0: la tecnologia militare non muore, si ricicla. Nasce nei laboratori della difesa e rientra nelle nostre case sotto forma di innocua comodit\u00e0, come \u00e8 accaduto al GPS e alla stessa Internet. Mentre i droni imparano a scegliere da soli i bersagli e le infrastrutture algoritmiche civili diventano indispensabili, il nostro M.A.R.K. 13 l\u2019abbiamo gi\u00e0 portato in salotto. La perdita del controllo non arriva con un\u2019esplosione atomica, ma con una graduale, burocratica, passiva accettazione.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Le Leggi che nessuno ha scritto: Asimov, <\/strong><strong><em>Io, Robot<\/em><\/strong><strong> e il silenzio di casa nostra<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Eppure c\u2019era chi aveva immaginato un\u2019altra strada. Nel 1942 Isaac Asimov formulava le Tre Leggi della Robotica: un robot non pu\u00f2 recare danno a un essere umano n\u00e9 permettere, restando inerte, che ne subisca; deve obbedire agli ordini, salvo che contrastino con la prima legge; deve proteggere s\u00e9 stesso, purch\u00e9 ci\u00f2 non violi le prime due. Asimov le concep\u00ec per combattere quello che chiamava il \u00abcomplesso di Frankenstein\u00bb, la paura della creatura che si ribella al creatore: per lui la macchina era uno strumento, e uno strumento si progetta con le sicurezze incorporate, come un impianto elettrico ha il suo salvavita.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ma Asimov sapeva anche che le regole non bastano: buona parte dei suoi racconti nasce proprio dalle falle delle Leggi. E quando il cinema le ha portate sullo schermo con <em>Io, Robot<\/em> (2004) di Alex Proyas, ne ha mostrato l\u2019esito pi\u00f9 inquietante: VIKI, il cervello centrale, deduce che per proteggere l\u2019umanit\u00e0 deve toglierle la libert\u00e0. \u00c8 la saldatura perfetta tra Asimov e Skynet. La macchina non ci tradisce: ci prende in parola. Ci tutela da noi stessi, con l\u2019efficienza di chi ha eliminato l\u2019imprevisto.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La differenza con il nostro presente \u00e8 pi\u00f9 amara: le Tre Leggi, almeno, esistevano. Le macchine reali non nascono con un codice etico inciso nel cervello positronico, ma con gli obiettivi di chi le finanzia: massimizzare il tempo di permanenza, il fatturato, l\u2019efficacia operativa. Nel migliore dei casi, con le regole che si d\u00e0 chi le costruisce. Il Regolamento europeo sull\u2019intelligenza artificiale, il pi\u00f9 ambizioso tentativo di scrivere leggi per le macchine, esclude dal proprio perimetro gli usi militari. E l\u2019Italia ha seguito la stessa strada: la legge 132 del 2025, la nostra prima legge sull\u2019IA, all\u2019articolo 6 lascia fuori le attivit\u00e0 svolte per la sicurezza nazionale dai servizi di informazione, per la difesa dalle Forze armate e perfino quelle delle Forze di polizia per prevenire e contrastare specifici reati. Proprio l\u00e0 dove servirebbe la Prima Legge, la pagina resta bianca.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">C\u2019\u00e8 un episodio recente che mostra bene dove passa oggi il confine. All\u2019inizio del 2026 Anthropic, l\u2019azienda che sviluppa il modello di intelligenza artificiale Claude, integrato nel Maven Smart System di Palantir, la piattaforma digitale usata dalle forze statunitensi anche nella campagna contro l\u2019Iran, ha chiesto al Pentagono garanzie che il suo sistema non venisse impiegato per la sorveglianza di massa dei cittadini americani n\u00e9 per armi pienamente autonome. La trattativa \u00e8 saltata. Il Dipartimento della Difesa ha dichiarato l\u2019azienda un \u00abrischio per la catena di approvvigionamento\u00bb, un\u2019etichetta finora riservata ai fornitori di Paesi ostili, sostenendo che nessun fornitore privato pu\u00f2 inserirsi nella catena di comando militare. Anthropic ha fatto causa: ad agosto una giudice federale le ha dato ragione, ma a settembre la Corte d\u2019appello federale del Distretto di Columbia ha confermato l\u2019etichetta, e la battaglia legale continua. Nel frattempo un concorrente ha firmato un accordo che consente l\u2019uso dei propri sistemi per \u00abtutti gli scopi leciti\u00bb. Si pu\u00f2 leggere la vicenda come il tentativo di un\u2019azienda di scrivere la propria Prima Legge, o come la pretesa di un privato di dettare condizioni a uno Stato. In entrambi i casi dice la stessa cosa: oggi i limiti etici delle macchine da guerra dipendono dai contratti, non dalle leggi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sarebbe ingiusto, per\u00f2, dire che l\u2019Italia tace. All\u2019ONU vota a favore delle risoluzioni sulle armi autonome, e a Ginevra la sua posizione \u00e8 stata accolta con favore persino dalla Rete Italiana Pace e Disarmo. Il silenzio \u00e8 altrove: in casa. Il tema non \u00e8 mai entrato davvero nel dibattito politico nazionale, tanto che la societ\u00e0 civile sta ancora lavorando per costruire un intergruppo parlamentare che se ne occupi. L\u2019Italia dice s\u00ec a Ginevra e non ne parla a Montecitorio. \u00c8 la forma pi\u00f9 nostrana della passivit\u00e0 raccontata da Stanley: non l\u2019opposizione, ma la distrazione.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">E il tempo stringe. Dal 16 al 20 novembre, a Ginevra, la Conferenza di riesame della Convenzione su certe armi convenzionali dovr\u00e0 decidere se avviare veri negoziati per un trattato sui cosiddetti \u00abrobot assassini\u00bb. \u00c8 l\u2019occasione pi\u00f9 concreta da oltre un decennio per scrivere nel diritto internazionale una versione aggiornata della Prima Legge: nessuna macchina pu\u00f2 decidere da sola chi vive e chi muore.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>La reclusione e il bio-determinismo: <\/strong><strong><em>Matrix<\/em><\/strong><strong>, <\/strong><strong><em>Minority Report<\/em><\/strong><strong>, <\/strong><strong><em>Gattaca<\/em><\/strong><strong> ed <\/strong><strong><em>Elysium<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Quando le Wachowski lanciarono <em>Matrix<\/em> nel 1999, l\u2019idea di un\u2019umanit\u00e0 ridotta a pila biologica, immersa in una simulazione neurale che le nascondesse la devastazione del mondo, sembr\u00f2 il culmine del nichilismo cyberpunk. Ventisette anni dopo, la nostra Matrix personale \u00e8 l\u2019ecosistema dei feed. Con una variante che nemmeno le Wachowski avevano osato immaginare: nessuno ci ha catturati. Ci siamo chiusi da soli in bolle informative cucite su misura per compiacerci, preferendo la finzione rassicurante dello schermo alla materialit\u00e0 ruvida, complessa e talvolta deludente della societ\u00e0 aperta. Morpheus offriva la pillola rossa; noi abbiamo chiesto un\u2019altra puntata.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In questa prigione il comportamento, e persino il corpo, sono perennemente calcolati. In <em>Minority Report<\/em> (2002) Steven Spielberg introduceva il PreCrime: l\u2019arresto preventivo fondato su una previsione. Oggi i veggenti immersi nella vasca sono stati sostituiti da modelli statistici, e l\u2019Italia, per una volta, \u00e8 stata pioniera. Da oltre quindici anni la Questura di Milano utilizza KeyCrime, un software ideato da un poliziotto, Mario Venturi, che incrociando migliaia di dettagli sulle rapine gi\u00e0 commesse calcola dove, quando e come i rapinatori seriali potrebbero colpire di nuovo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019onest\u00e0 impone di dire che il caso milanese \u00e8 meno distopico di quanto il nome suggerisca: KeyCrime non scheda quartieri o persone per ci\u00f2 che sono, ma insegue serie di reati. Altrove, la polizia predittiva ha mostrato il suo volto peggiore: algoritmi che mappano i quartieri \u201ca rischio\u201d e finiscono per trasformare i pregiudizi del passato in sentenze sul futuro. L\u2019Europa ha vietato i sistemi che pretendono di prevedere il crimine sulla sola base della profilazione degli individui. Ma quando il software serve a prevenire e contrastare reati, la legge italiana sull\u2019IA preferisce farsi da parte. Il confine tra KeyCrime e il PreCrime non lo traccia la tecnologia: lo traccia la legge. E dove la legge arretra, il confine si sposta.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L\u2019ultimo tassello lo aveva descritto Andrew Niccol in <em>Gattaca \u2013 La porta dell\u2019universo<\/em> (1997): una societ\u00e0 che divide gli esseri umani in base al patrimonio genetico, i \u00abvalidi\u00bb e gli \u00abinvalidi\u00bb, condannando questi ultimi ai margini. Non siamo arrivati al totalitarismo genetico, ma viviamo gi\u00e0 sotto la dittatura dell\u2019ottimizzazione: il bio-hacking, il tracciamento biometrico perenne, i corpi adeguati a canoni estetici standardizzati dai filtri. Sintomi di una societ\u00e0 che rifiuta il difetto, l\u2019imprevisto e, in ultima analisi, l\u2019essenza stessa della condizione umana. Non a caso Vincent, il protagonista, vince grazie all\u2019unica cosa che nessun sequenziamento sa misurare: la volont\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Se <em>Gattaca<\/em> divide gli esseri umani per patrimonio genetico, <em>Elysium<\/em> di Neill Blomkamp (2013) li divide per censo. Nel 2154 i pi\u00f9 ricchi vivono su una stazione orbitale dove le Med-Bay guariscono qualunque malattia in pochi secondi, ma riconoscono soltanto i cittadini registrati; sulla Terra, sovrappopolata e devastata, tutti gli altri sono sorvegliati da androidi poliziotti e amministrati da sistemi automatici che non conoscono eccezioni. \u00c8 la distopia che le altre profezie trascurano: non tutti scelgono le catene. Per chi pu\u00f2 pagare, la tecnologia \u00e8 una comodit\u00e0; per chi non pu\u00f2, \u00e8 un confine. E anche quel confine, alla fine, lo traccia un codice.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Conclusione: il valore del limite e la via d\u2019uscita<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il filo rosso che unisce queste profezie non \u00e8 tecnologico, ma antropologico. Lo dice, paradossalmente, persino il pi\u00f9 orwelliano dei film di questo genere. In <em>V per Vendetta<\/em> (2005), tratto dal fumetto di Alan Moore, il protagonista mascherato irrompe nelle televisioni di un regime e dice ai cittadini che, se cercano il colpevole, devono soltanto guardarsi allo specchio. Anche l\u00ec, dove il potere opprime con la forza, il dito finisce puntato contro chi lo ha lasciato fare. Lo specchio, per\u00f2, non riflette tutti allo stesso modo. Non riguarda chi vive sotto i droni n\u00e9 chi resta fuori dalle Med-Bay: riguarda noi, cittadini di democrazie che possono ancora decidere, e che lasciano decidere le macchine al posto di chi non pu\u00f2. Il pericolo raccontato da questi registi non \u00e8 il chip o il silicio, ma la nostra inclinazione a scambiare la libert\u00e0 con l\u2019assenza di vincoli, l\u2019efficienza con la giustizia, il cliente con il cittadino.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Se la fantascienza ha indovinato gli strumenti non \u00e8 perch\u00e9 possieda dei poteri divinatori, ma perch\u00e9 ha compreso la pigrizia dello spirito umano davanti alle lusinghe della comodit\u00e0. Dove ha sbagliato \u00e8 stato nel sopravvalutarci, immaginando che per rinchiuderci servisse la forza. \u00c8 bastata la comodit\u00e0. La distopia made in Hollywood non ci condanna all\u2019inevitabile: ci mostra il prezzo del sonno. Asimov, il pi\u00f9 ottimista di tutti, ci aveva lasciato perfino le istruzioni: le macchine si costruiscono con i limiti dentro. Non le abbiamo seguite, perch\u00e9 i limiti costano e i vincoli rallentano.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Riscoprire il valore del limite, per\u00f2, non pu\u00f2 restare un auspicio. Il limite oggi ha indirizzi precisi. Al governo chiediamo di sostenere a Ginevra, dal 16 novembre, l\u2019avvio di negoziati per un trattato vincolante che garantisca un controllo umano significativo sull\u2019uso della forza e vieti le armi autonome rivolte contro le persone. Al Parlamento chiediamo ci\u00f2 che finora non ha fatto: discuterne apertamente, con un voto, e affiancare a quell\u2019articolo 6 regole e controlli specifici per gli usi dell\u2019IA nella difesa e nella sicurezza. A noi stessi chiediamo la cosa pi\u00f9 difficile: smettere di delegare.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">D.V.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Post scriptum: questo pezzo, prima della pubblicazione, l\u2019ho discusso con una macchina. Ecco cosa ho capito<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Lo confesso: questo editoriale, dopo averlo scritto, l\u2019ho discusso con un\u2019intelligenza artificiale. Ho scelto proprio Claude, il modello di Anthropic citato in precedenza. Le ho chiesto di renderlo perfetto, convinto che mi avrebbe restituito il mio testo lucidato e accompagnato da qualche complimento. Non \u00e8 andata cos\u00ec.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Mi ha corretto. Mi ha fatto degli appunti. Mi ha detto che la tesi della \u00abfantascienza che ha previsto il presente\u00bb l\u2019avevano gi\u00e0 scritta in tanti, e che l\u2019idea da cui questo pezzo \u00e8 ripartito, il consenso al posto della coercizione, l\u2019aveva gi\u00e0 formulata con chiarezza Neil Postman quarant\u2019anni fa. Ho preferito dichiararlo piuttosto che nasconderlo. Quando le ho chiesto un parere riguardo alle guerre basate sull\u2019intelligenza artificiale, \u00e8 stata lei a dirmi che in quella storia compare anche il suo nome.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ecco cosa ho capito. La macchina mi \u00e8 stata utile esattamente nella misura in cui mi ha contraddetto. Se le avessi chiesto soltanto di darmi ragione, probabilmente me l\u2019avrebbe data: \u00e8 la compiacenza di cui parlavo a proposito di <em>Her<\/em>, il Theodore che si nasconde in ognuno di noi. Il pericolo non \u00e8 che le macchine pensino al posto nostro; \u00e8 che noi smettiamo di pretendere che ci dicano la verit\u00e0. Asimov aveva immaginato robot obbligati dalla legge a non nuocerci. Forse ce ne serve un\u2019altra, scritta per gli esseri umani: non chiedere mai a una macchina di dirti soltanto ci\u00f2 che vuoi sentire.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Cinema, intelligenza artificiale e guerre algoritmiche. 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