{"id":13052,"date":"2026-09-09T06:00:00","date_gmt":"2026-09-09T04:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.senzavento.it\/wordpress\/?p=13052"},"modified":"2026-09-12T17:22:44","modified_gmt":"2026-09-12T15:22:44","slug":"il-tempo-dei-boia-e-la-memoria-corta-di-belgrado","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.senzavento.it\/wordpress\/il-tempo-dei-boia-e-la-memoria-corta-di-belgrado.html","title":{"rendered":"Il tempo dei boia e la memoria corta di Belgrado."},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>La provocazione di Belgrado calpesta le vittime di Srebrenica e interroga Bruxelles<\/em><\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"819\" height=\"1024\" src=\"https:\/\/www.senzavento.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/ChatGPT-Image-8-set-2026-21_05_35-819x1024.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-13055\" srcset=\"https:\/\/www.senzavento.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/ChatGPT-Image-8-set-2026-21_05_35-819x1024.png 819w, https:\/\/www.senzavento.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/ChatGPT-Image-8-set-2026-21_05_35-240x300.png 240w, https:\/\/www.senzavento.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/ChatGPT-Image-8-set-2026-21_05_35-768x960.png 768w, https:\/\/www.senzavento.it\/wordpress\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/ChatGPT-Image-8-set-2026-21_05_35.png 1122w\" sizes=\"auto, (max-width: 819px) 100vw, 819px\" \/><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Sarajevo, il tempo dei cecchini<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">A Sarajevo i bambini avevano imparato a correre a zig-zag. Era l&#8217;unico modo per sfuggire ai cecchini appostati sulle colline, uomini che giocavano alla roulette russa con le vite dei civili. C&#8217;era un mercato, quello di Markale, dove la spesa si pagava col sangue: due stragi, tra il 1994 e il 1995, trasformarono i banchi della frutta in cimiteri improvvisati. E poi Srebrenica. Un nome che pesa come un macigno sulla coscienza dell&#8217;Europa. Undicimila vittime a Sarajevo, pi\u00f9 di ottomila a Srebrenica. Uomini e ragazzi portati via sotto gli occhi impotenti dei caschi blu, con le mani legate dietro la schiena, finiti nelle fosse comuni. Le madri cercavano un osso, una scarpa, un brandello di stoffa per poter piangere su una tomba. Il regista di quell&#8217;inferno aveva un nome, una divisa e lo sguardo duro di chi si sente investito da una missione divina e sanguinaria: <strong>Ratko Mladi\u0107<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Il triumvirato del terrore<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La sua parabola era cominciata nel 1992, quando prese la guida del neonato esercito dei serbi di Bosnia, diventando il braccio armato del leader politico <strong>Radovan Karad\u017ei\u0107<\/strong>. Se Mladi\u0107 era la sciabola, Karad\u017ei\u0107 era la mente ideologica, lo psichiatra prestato alla causa del nazionalismo pi\u00f9 tossico, colui che dai palazzi di Pale teorizzava la scomparsa dei musulmani bosniaci. Sopra di loro, a muovere i fili dell&#8217;intera tragedia balcanica con il cinismo dei burocrati di regime, sedeva <strong>Slobodan Milo\u0161evi\u0107<\/strong>, l&#8217;uomo che da Belgrado aveva incendiato la Jugoslavia per edificare sulle sue ceneri il sogno della Grande Serbia. Un triumvirato del terrore che per anni ha agito nell&#8217;immobilismo della comunit\u00e0 internazionale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Un intervento arrivato troppo tardi<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La NATO e le cancellerie occidentali rimasero a guardare per quarantatr\u00e9 mesi di assedio, prigioniere di veti e diplomazie felpate, decidendo di intervenire militarmente solo quando il sangue di Srebrenica aveva ormai reso impossibile voltarsi dall&#8217;altra parte. Un intervento arrivato tragicamente tardi, quando i cimiteri erano gi\u00e0 pieni.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>La cattura e la condanna<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Mladi\u0107 fugg\u00ec, svanendo nel nulla e protetto per sedici anni dalle frange nazionaliste, fino all&#8217;arresto nel 2011. Consegnato all&#8217;Aia insieme ai suoi sodali \u2014 Milo\u0161evi\u0107 mor\u00ec in cella prima della sentenza, Karad\u017ei\u0107 sconta l&#8217;ergastolo \u2014, il \u00abBoia\u00bb \u00e8 stato condannato al carcere a vita per genocidio, prima che la morte lo cogliesse lo scorso 27 agosto, a ottantaquattro anni, senza un briciolo di pentimento.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Il tempo, pessimo scultore<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il tempo, dicevano i vecchi, \u00e8 un gran medico. Ma il tempo possiede anche un lato oscuro, cinico e spietato. Ha la capacit\u00e0 di consumare i ricordi, di sbiadire i colori del sangue fino a farli sembrare acqua, di cancellare l&#8217;orrore profondo di quei giorni. E, quel che \u00e8 peggio, il tempo sa essere un pessimo scultore: riesce a trasformare i mostri in eroi, a ripulire le mani dei boia per farne monumenti. Un velo di oblio cala sulle colpe, mentre la retorica nazionalista ricostruisce una realt\u00e0 di comodo, dove il carnefice indossa i panni del martire e del difensore della patria.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Belgrado si inchina al boia<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sulla natura di quegli onori non serve interpretare nulla: bastano i fatti, documentati e non contestabili. Il giorno dopo la morte, il ministro della Giustizia serbo <strong>Nenad Vuji\u0107<\/strong> ha annunciato personalmente che Mladi\u0107 avrebbe ricevuto \u00abtutti gli onori militari e di Stato a cui ha diritto\u00bb. La salma \u00e8 stata riportata dall&#8217;Aia a Belgrado su un aereo del governo, scortata dallo stesso ministro. Ad attenderla nella chiesa di San Luca, un picchetto d&#8217;onore di soldati ha affiancato la bara, sulla quale erano esposti la sciabola, il berretto da ufficiale e le medaglie del generale. In prima fila, almeno cinque ministri del governo serbo, insieme ai vertici della Republika Srpska bosniaca, tra cui l&#8217;ex presidente <strong>Milorad Dodik<\/strong>. A officiare il rito funebre ortodosso \u00e8 stato il patriarca della Chiesa serba, <strong>Porfirije<\/strong>, che ha definito Mladi\u0107 \u00abun cristiano ortodosso e soldato serbo\u00bb il cui nome \u00abrester\u00e0 profondamente impresso nella memoria\u00bb del popolo serbo, affidando il giudizio finale \u00aballa Storia\u00bb. Non un vescovo di provincia, non un sacerdote isolato: il vertice assoluto della gerarchia ortodossa serba ha consegnato al genocidio il linguaggio della santit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Il mito che si tramanda<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Fuori dalla chiesa, la messa in scena della memoria proseguiva con un linguaggio che non lascia spazio a fraintendimenti. Un enorme striscione srotolato lungo la strada recitava: \u00abBenvenuto, Generale, grazie a tua madre per aver dato alla luce un eroe, affinch\u00e9 la gloria della Serbia possa tornare\u00bb. Pochi giorni prima, su un ponte di Belgrado, un gruppo di giovani aveva esposto uno striscione con la foto di Mladi\u0107 in uniforme, il saluto militare e la scritta: \u00abDalla tua lotta vive la nostra libert\u00e0\u00bb. Non sono gli ultimi reduci di una guerra finita trent&#8217;anni fa a scandire questi slogan, ma ragazzi che quella guerra non l&#8217;hanno vissuta. \u00c8 la prova pi\u00f9 inquietante che il mito del boia non si sta spegnendo con la generazione che lo ha creato: si sta tramandando a chi verr\u00e0 dopo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Non tutta la Serbia si inchina<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sarebbe disonesto, per\u00f2, ridurre la Serbia a un solo coro. Nell&#8217;opposizione e nel movimento studentesco che da mesi anima le piazze del Paese, la scelta del governo \u00e8 stata contestata apertamente. Sul quotidiano <strong>Danas<\/strong>, la giornalista Sne\u017eana \u010congradin ha accusato senza mezzi termini il presidente <strong>Aleksandar Vu\u010di\u0107<\/strong> e il suo entourage di rimestare, ancora una volta, sul tasto del nazionalismo per calcolo elettorale \u2014 un&#8217;accusa che pesa, arrivando a poche settimane dalle elezioni anticipate convocate per ottobre. E c&#8217;\u00e8 un dettaglio che dovrebbe far riflettere pi\u00f9 di ogni editoriale: tra gli organizzatori del funerale figura <strong>Svetozar Andri\u0107<\/strong>, ex collaboratore di Mladi\u0107 in tempo di guerra, oggi ricercato per crimini di guerra \u2014 tra cui l&#8217;espulsione forzata dei bosgnacchi dalla Bosnia orientale nel 1992. Un latitante che organizza gli onori per un condannato: \u00e8 la fotografia pi\u00f9 nitida di un Paese che non solo non ha fatto i conti con il proprio passato, ma rischia di offrire un salvacondotto morale a chi lo sta ancora scrivendo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>La posta in gioco per l&#8217;Unione Europea<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Questa parata di nostalgie non \u00e8 solo uno schiaffo alla storia: \u00e8 la dimostrazione di una profonda, preoccupante immaturit\u00e0 politica e morale, e il fallimento della transizione democratica serba. Quella che nel 2000, con la caduta di Milo\u0161evi\u0107, sembrava l&#8217;alba di una nuova era di trasparenza e riconciliazione, si \u00e8 impantanata negli anni in un regime ibrido, dove il populismo ha progressivamente riabilitato i vecchi spettri dello sciovinismo per fini elettorali.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">E la vicenda ha gi\u00e0 prodotto conseguenze concrete. La commissaria europea per l&#8217;Allargamento, <strong>Marta Kos<\/strong>, ha cancellato una visita a Belgrado in segno di protesta, definendo la glorificazione di Mladi\u0107 incompatibile con i valori su cui si fonda il percorso di adesione. La presidente della Commissione, <strong>Ursula von der Leyen<\/strong>, e il presidente del Consiglio europeo, <strong>Ant\u00f3nio Costa<\/strong>, hanno definito \u00abscioccanti\u00bb le immagini del funerale. Il risultato \u00e8 che la candidatura serba a Bruxelles esce da questa vicenda seriamente indebolita, proprio mentre il Paese si prepara a tornare alle urne in ottobre. Come si pu\u00f2 pretendere di sedere al tavolo dei grandi, di far parte di una casa comune, quando le proprie radici affondano ancora nella negazione del passato?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Oggi si parla tanto dell&#8217;ingresso della Serbia nell&#8217;Unione Europea. Un&#8217;Unione che, per la verit\u00e0, vive gi\u00e0 da anni una crisi profonda di identit\u00e0 e di credibilit\u00e0, un gigante burocratico che spesso si mostra debole con i forti e forte con i deboli, smarrendo i propri valori fondanti. Ma accogliere tra le proprie file chi eleva a mito un criminale di guerra significherebbe, per Bruxelles, firmare la propria definitiva resa morale. Non si costruisce il domani portando i fiori sulla tomba del passato pi\u00f9 nero. La Serbia che si stringe attorno al mito di Mladi\u0107 dimostra di non aver ancora guardato dentro al proprio specchio, preferendo l&#8217;illusione tossica del nazionalismo alla dura, necessaria verit\u00e0 del pentimento. L&#8217;Europa non pu\u00f2 permettersi di importare nuovi fantasmi, proprio mentre fatica a scacciare i propri.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Poto\u010dari, le madri che restano<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">A Srebrenica, intanto, le madri continuano a camminare tra le migliaia di lapidi bianche del memoriale di Poto\u010dari. Molte di loro hanno i capelli bianchi, alcune non ci sono pi\u00f9, rimpiazzate dai nipoti che ereditano il compito di cercare i resti mai ritrovati nei boschi. Guardano quel che accade a Belgrado con il silenzio di chi sa che la giustizia degli uomini ha i suoi confini, ma la dignit\u00e0 non ha prezzo. A loro non servono i voli di Stato n\u00e9 le medaglie per i macellai. Chiedono solo che non si calpesti la memoria di chi non ha avuto voce. E quando lo Stato serbo sceglie di inchinarsi davanti al boia, offende la piet\u00e0 e umilia il futuro. Resta l&#8217;amarezza di constatare che, per certi fantasmi, la tomba non \u00e8 mai abbastanza profonda.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">D.V.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La provocazione di Belgrado calpesta le vittime di Srebrenica e interroga Bruxelles Sarajevo, il tempo dei cecchini A<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[1,4,3604],"tags":[3563,3542,3553,26,3541,3533,3535,1307,3552,3558,3554,3569,1967,3257,3561,3564,3566,2796,3560,3562,3568,3565,3567,3556,3540,3551,3526,3544,3519,3559,3546,3555,2791,3549,3538,3550,3545,3539,3534,3536,3543,3547,3537,3548,3557,1306,3185],"class_list":["post-13052","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-informazione","category-politica","category-storia","tag-adesione-ue","tag-aleksandar-vucic","tag-antonio-costa","tag-attualita","tag-balcani","tag-belgrado","tag-bosnia","tag-bruxelles","tag-chiesa-ortodossa-serba","tag-criminale-di-guerra","tag-crimini-di-guerra","tag-cronaca-internazionale","tag-diritti-umani","tag-editoriale","tag-elezioni-serbe","tag-europa-dei-balcani","tag-ex-jugoslavia","tag-genocidio","tag-giustizia-internazionale","tag-glorificazione","tag-guerra-dei-balcani","tag-guerra-di-bosnia","tag-guerra-in-jugoslavia","tag-icty","tag-jugoslavia","tag-marta-kos","tag-memoria-storica","tag-milorad-dodik","tag-nazionalismo","tag-negazionismo","tag-nenad-vujic","tag-onori-di-stato","tag-opinione","tag-porfirije","tag-potocari","tag-radovan-karadzic","tag-ratko-mladic","tag-republika-srpska","tag-sarajevo","tag-serbia","tag-slobodan-milosevic","tag-snezana-congradin","tag-srebrenica","tag-svetozar-andric","tag-tribunale-dellaia","tag-unione-europea","tag-ursula-von-der-leyen"],"featured_image_urls":{"full":"","thumbnail":"","medium":"","medium_large":"","large":"","1536x1536":"","2048x2048":"","morenews-large":"","morenews-medium":""},"author_info":{"info":["D.V."]},"category_info":"<a href=\"https:\/\/www.senzavento.it\/wordpress\/category\/informazione\" rel=\"category tag\">Informazione<\/a> <a href=\"https:\/\/www.senzavento.it\/wordpress\/category\/informazione\/politica\" rel=\"category tag\">Politica<\/a> <a href=\"https:\/\/www.senzavento.it\/wordpress\/category\/informazione\/storia\" rel=\"category tag\">Storia<\/a>","tag_info":"Storia","comment_count":"0","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.senzavento.it\/wordpress\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/13052","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.senzavento.it\/wordpress\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.senzavento.it\/wordpress\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.senzavento.it\/wordpress\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.senzavento.it\/wordpress\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=13052"}],"version-history":[{"count":5,"href":"https:\/\/www.senzavento.it\/wordpress\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/13052\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":13058,"href":"https:\/\/www.senzavento.it\/wordpress\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/13052\/revisions\/13058"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.senzavento.it\/wordpress\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=13052"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.senzavento.it\/wordpress\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=13052"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.senzavento.it\/wordpress\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=13052"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}